Elogio della sensualità (Il caffè di Monia)

Caffè tutto 'femmina' questa mattina. E una volta letto, attenti alle tracce di rossetto sul bordo dello smartphone o del computer. Non c'è scampo all'elogio della sensualità femminile

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

E inspiegabilmente ci si ammala della Boldrinipatia. Pubblicizzare qualcosa, qualsiasi cosa con una ragazza piacente è sfruttamento della figura femminile. E’ sessismo. Non si può fare. Fa male. Forse, fa diventare ciechi. Niente donne belle a raccomandare i prodotti, men che mai “impegnate” nel politico e nel sociale.

Solo armadi a muro con l’alito pesante, le cosce con i crateri della cellulite, i peli sotto al mento e una lieve calvizie da esaurimento nervoso. Magari, in cassa integrazione e con la tessera politica timbrata per l’anno in corso.

E via, nel cesso, anche tutti i prodotti di bellezza. Rossetti luminosi, piegaciglia, mascara, eye-liner, profumi, pettini e lacche. Noi, gente per bene, la donna la vogliamo così: con la camiciola blu stinto, le scarpe in plasticona e nessun segno di femminilità.

Quella che non accetta passaggi in auto da uomini in giacca e cravatta, che non siede a gambe accavallate su poltrone nuove e accomodanti, che non si fa vedere sensuale, ma neanche troppo sottomessa.

Vogliamo la donna che veste sobria senza, però, essere griffata. Che sia rampante, sì, ma anche un po’ dimessa. Che dica spesso “mestiere di madre”, “depressione postpartum”, “sessismo machista”.

Peccato però, che la donna femmina esiste e vuole esistere ancora. Quella che cerca maliziosamente il confronto sensuale con l’altro da sé. Che si abbiglia, si trucca, “ci tiene”, si dispone al bello. Esteticamente bello. Quello delle statue di Canova, della Fornarina di Raffaello, della Cleopatra del Guercino.

Quel bello che mostra da millenni le tette e se ne compiace. Perché la vergogna, l’infamia, sta in come le guarda chi le guarda, non in chi le mostra…

Adoro la bellezza delle donne. E lo dico da donna. Adoro ammirare l’esposizione del gioco che solo una femmina sa attuare quando vuole provocare. Mi piace, e piace alla mia anima, godere della passione che ispirano le belle donne, maestre del movimento del calore.

E’ un linguaggio eterno che non smetterà mai di esistere. E’ uno spettacolo che va in scena da sempre. L’uomo che arrossisce e trema, quando i suoi occhi incontrano due seni turgidi che gli offrono un’automobile, o un gelato, o una busta di minestrone. Perché come lo fanno loro, non può farlo una stitica manager in doppiopetto grigio, alta quanto un tavolo da thè e larga come Piazza San Pietro. C’è un limite a tutto. Anche al pessimo gusto figlio dell’invidia.

Ma la “gnocca”, quella, il limite non ce l’ha. Perché, ancora e grazie a Dio, governa il mondo. Siamo tutte Eva. Lasciateci il nostro terreno su cui giocare la sublime partita dell’eros mentale. Dell’attrazione velatamente morbosa sospesa nell’ambivalenza.

Incontrateci nel nostro Eden, magari senza toccarci, e lasciate che la fantasia muova i gangli cerebrali. Non c’è peccato. Non c’è macchiamento. Solo un eros senza carne, quello che dà il rosso alle ciliegie, al vento il brusio del fuoco.