End of waste: il rifiuto che diventa gas ora è legge

Fine delle ambiguità: l’immondizia che serve per fare gas pulito ed al 100% naturale non è più considerata rifiuto. Lo dice la legge. Cosa c'è dietro i No in provincia di Frosinone. Legambiente parla di fake news. Sara Battisti chiede di tornare tra la gente a spiegare. Le bacchettate gentili della Diurni.

Fabio Cortina

Alto, biondo, robusto, sOgni particolari: molti

Ora non ci sono più scuse: il biometano prodotto dai rifiuti è considerato “end of waste, ovvero alla fine di un iter di recupero non è più un rifiuto. Cosa significa? Che si va a chiarire quel lunghissimo pastrocchio burocratico che ha portato a cinque Decreti Ministeriali negli ultimi otto anni. Che finora hanno portato a nulla. Non hanno condotto al risultato, rimandandolo di anno in anno.

La norma che recepisce il decreto sulle Rinnovabili, meglio conosciuta come RED II, è entrata in vigore il 15 dicembre 2021. Stop quindi alle lunghe schermaglie che per anni hanno frenato la creazione di impianti utili a produrre biometano. Cioè purificando il gas che si ottiene semplicemente lasciando ‘digerire‘ i rifiuti organici: avanzi di cucina, sfalci dei giardini, potature… Vengono messi in un contenitore sigillato e lasciati lì fino a quando diventano concime naturale… e gas.

RISORSA, NON PIU’ RIFIUTO

Foto © Can Stock Photo / Ponsulak

Un argomento tabù in alcune parti d’Italia. Al Nord sono centrati quasi tutti i biodigestori presenti nel Paese, lì finiscono anche gli avanzi delle cucine ciociare da quando l’impianto Saf di Colfelice ha chiuso quel settore per avviare la profonda trasformazione dello stabilimento. Con gli avanzi delle nostre cucine, il Veneto scalda le sue scuole, fa muovere i suoi bus green, spinge i motori delle sue fabbriche. Senza restituire nulla a questo territorio. In più la beffa: spendiamo 140 euro per ogni tonnellata che facciamo trasportare e trasformare al Nord.

E l’impianto che noi dovevamo realizzare, al posto del servizio stoppato da Saf? Rallentato all’infinito da pastoie e da idealismi. Un iter che ora vede un quadro normativo in cui c’è la possibilità di inserirsi senza possibilità di equivoci.

In effetti la legge già c’era e si trovava all’interno del DM 2 marzo 2018 che, tra le altre cose, sbloccava anche importanti incentivi. Ma le Regioni hanno sempre tergiversato. Il Lazio aveva anticipato la determinazione ultima con delle linee guida, ma ora si accelera ulteriormente il percorso, perché finalmente una legge dello Stato dice che quel gas cessa di essere un rifiuto e deve essere considerato un prodotto.

Questa strategia, inoltre, rientra perfettamente nei parametri del PNRR: nella strategia end of waste per quel che riguarda le energie rinnovabili. L’obiettivo è l’abbattimento del 55% delle emissioni. E quel gas contribuisce in maniera radicale ad abbatterle. Ora, entro il 16 marzo, il Ministero della Transizione Ecologica dovrà attraverso un decreto, disciplinare la concessione di quasi due miliardi di euro esclusivi sul biometano. Quei soldi, fondi europei, serviranno a potenziare l’impiantistica esistente e crearne di nuova, a gestire gli scarti della digestione ed i reflui zootecnici, ma anche all’acquisto di trattori agricoli alimentati esclusivamente a biometano. 

C’E’ CHI DICE NO

L’impianto di Costa di Rovigo

E qui cosa accade? In provincia di Frosinone accade che nei giorni scorsi i sindaci di centrodestra, più due esponenti di giunte di centrosinistra, si sono riuniti per dichiarare il loro No rispetto alla proposta di costruzione di un biodigestore a Frosinone. Si tratta di uno di quegli impianti descritti dal decreto di cui si parlava poco più sopra. L’impianto proposto dalla società Maestrale dovrebbe sorgere in piena zona industriale (lontano quindi dalle case) nei pressi del casello autostradale di Frosinone.

I sindaci dicono che né loro, né i Consigli Comunali hanno competenza su quegli impianti. Non è esatto. Sono stati loro a dire che deve funzionare così. Oggi fingono di essersene dimenticati. In che senso?  Le amministrazioni comunali i cui sindaci oggi protestano, sono le stesse che -in qualità soci del Consorzio industriale ASI- hanno stabilito che quella tipologia di impianti può esercitare la sua attività all’interno dell’Area di Sviluppo Industriale. 

In sostanza, i Comuni hanno scritto la regola che Regione e Consorzio Industriale non possono violare né disattendere. È la norma secondo la quale sono legittime le autorizzazioni agli impianti di trattamento dei rifiuti che si collocano nel perimetro dell’ASI.

Se non vogliono davvero un impianto, la sede in cui dire No era quella del loro Consorzio industriale di appartenenza. Bastava andare lì e dire: quel tipo di attività non può essere svolta nelle nostre aree industriali.

I BIODIGESTORI E LE TROPPE FAKE NEWS

Il bio digestore di Roccasecca

Proprio in queste ore la Regione Lazio sarà chiamata alla decisione dopo l’acquisizione di tutti i pareri degli enti che, su queste materie, possono diventare dirimenti. L’impianto di biodigestione però, come abbiamo già visto, di fatto produrrà biogas e quindi rientrerebbe nella nuova casistica dell’end of waste: cessa di essere immondizia nel momento in cui inizia il processo per la trasformazione in biocombustibile avanzato.

Alle obiezioni relative a puzze e pericoli vari per l’ambiente, aveva risposto nei mesi scorsi Legambiente, non di certo un circolo di inquinatori, definendo il biometano il centro dell’economia circolare e bollando alcune convinzioni come “Fake news”.

Si parte da semplici assunti di base, partendo ad esempio dalla puzza dei rifiuti che maturano. Questa non è contemplata, in quanto la biodigestione avviene in reattori chiusi. Puzzano e tanto l’ammoniaca e gli altri additivi chimici usati per purificare il biogas, ma anche qui le moderne procedure impediscono che le emissioni possano essere liberate in atmosfera. Allora puzza l’immondizia stoccata prima della biodigestione? No, perché anche questa parte del processo, secondo le normative, nei nuovi impianti avviene all’interno di strutture chiuse, dotate di unità di captazione e filtraggio dell’aria. Batteri patogeni sprigionati dal processo di biodigestione? Zero, questo tipo di trattamento di fatto abbatte il numero di batteri nocivi per l’uomo.

In Italia – aveva spiegato Legambiente – c’è una cronica carenza di impianti di compostaggio, specie nel Mezzogiorno. Questo impedisce di riciclare una grande quantità di rifiuti, che finiscono invece in discarica”.

Allora Legambiente è a favore? Ha sollevato le sue perplessità sulla quantità di progetti presentati per realizzare i biosdigestori in provincia di Frosinone. E sulla quantità di materiali da lavorare. Per Legambiente, il rischio è che finiamo per lavorare anche i rifiuti degli altri (come accade in Veneto che prendono i nostri rifiuti e ci fanno il gas che poi si tengono). “La soluzione ottimale è realizzare gli impianti su scala provinciale, nelle aree industriali, nei pressi dei luoghi di maggior produzione dei rifiuti, in modo da limitare al massimo lo spostamento di questi ultimi sul territorio”.

BASTAVA UN PO’ DI CHIAREZZA

Un frame da A Porte Aperte

Sul tema, nell’ultima puntata di “A Porte Aperte” su Teleuniverso sono intervenute la Presidente di Unindustria Frosinone Miriam Diurni e Sara Battisti, consigliere Regionale del Lazio.

L’esponente regionale ha espresso con chiarezza la sua posizione, sottolineando che il ruolo della politica, oggi, dovrà essere quello di spiegare che “Il rifiuto genera energia. Bisogna collettivizzare questo concetto e metterci la faccia, affinché diventi un fatto. Noi dobbiamo tornare ad avere il contatto diretto con i cittadini affinché tutti capiscano ciò di cui si sta parlando. Sui biodigestori – continua Battisti – si è fatta tantissima confusione e se avessimo avuto più coraggio nel cercare di spiegare tecnicamente di cosa stiamo parlando, forse si sarebbe aperto un confronto più sereno”.

L’assunto da cui parte la Battisti è che c’è una normativa, è europea ed è stringente: perché altrove si può fare e qui no? Noi non siamo il nord Europa, non siamo capaci, è questa la risposta che viene data più spesso. No, non è vero, noi siamo Europa e ci sono delle leggi che garantiscono la collettività. A maggior ragione in questo tempo in cui abbiamo risorse che ci permettono di mettere in campo nuove sperimentazioni”.

Pienamente d’accordo la Presidente di Unindustria, Miriam Diurni. “Alcune aziende del territorio, su questo tema, hanno provato ad essere previdenti chiedendo di realizzare impianti di questo genere. Non ci sono riuscite e questo soprattutto a causa dei tempi biblici per ottenere autorizzazioni, ma anche dinieghi per un progetto”.

Bisogna superare la logica del “non nel mio giardino” e questo grazie ad una istituzione forte, che riesce ad avere la fiducia dei cittadini, perché se c’è fiducia ci si affida più facilmente a chi deve valutare i progetti presentati dalle industrie”.

In pratica, alla fine, si torna al discorso fatto dalla Battisti: se la politica riuscisse a spiegare per bene le cose, ragionando nell’ottica della prossima generazione e non della prossima elezione, forse oggi saremmo qui a raccontare un’altra storia. Di sicuro più onesta rispetto alle paure della gente.

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