“Esterno notte” e la paura della sera, intorno al film su Moro

La tragedia di Aldo Moro. Non fu solo dolore personale e familiare. Ma fu tragedia collettiva e su vari livelli. Per una classe politica che ne uscì segnata. Per chi voleva trattare la liberazione e chi non poteva. Per un Paese che finì in una sera sera fine.

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Anno 1978. L’Italia è dilaniata da una guerra che vede contrapposte le Brigate Rosse e lo Stato. Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, è il fautore di uno storico accordo che, per la prima volta, sta portando alla formazione di un governo sostenuto da DC e Partito Comunista Italiano. Proprio nel giorno dell’insediamento dell’esecutivo, il 16 marzo 1978, sulla strada che lo porta in Parlamento, Moro viene rapito con un agguato che ne annienta l’intera scorta. È un attacco diretto al cuore dello Stato

Questa la sinossi del film “Esterno notte” di Marco Bellocchio sulla morte di Aldo Moro.

Io non vi racconterò della notte né del giorno: ma della sera. Perché c’era una sera, la sera di chi avrebbe voluto parlare: la sera di un Papa, Paolo VI (ma non la sua chiesa); la sera di un uomo libero, Bettino Craxi (così lontano da un Paese dove o sei santo o peccatore e nessuno è solo umano). La sera degli affetti che soli ci ricordano che ogni vita vale tutte le vite e per quale vita vale la pena trattare, ostinatamente.

Badate queste sfumature spiegano l’Italia anche di queste ore. Non colpivano un compromesso sia pure storico, ma la possibilità di passare dalla guerra alla vita, di provare ad essere felici, ora e qui.

LA SERA

Aldo Moro (Frame da ‘Aldo Moro 40 anni dopo’)

È sera, ma non sera del tempo prima della notte, ma della vita. Sera e non notte. È sera e gli amici mi chiedono i ricordi ma anche i raccordi con i tempi.

Siamo come una Isotta Fraschini ancora bellissima ma non la sanno fare più. E a camminare ci mette piano, lucido il motore, linee che paiono quelle che fa un fiume al piano, pronta ad ospitare la più bella con la veletta, il cappello e la volta di viaggiare. Noi ufficiali di un esercito che andò in rotta al primo sangue perchè non avevamo capito che cosa era ammazzare e cosa di conseguenza morire.

Un nemico ci aveva implorato. Noi avevamo visto generali sapere la legge sacra del “dovere“, il rispetto del “potere“, e la “forza“. Noi ci ostinavamo a vedere in quell’uomo così lontano solo un uomo umano e a non volere che lo si ammazzasse perché volevamo andare lontano. Lo hanno assassinato quelli di noi che hanno ammazzato, lo hanno assassinato quelli di loro che non hanno avuto la coscienza buona di cercare dove era impossibile trovare. 

Un Papa chiamò uomini i carnefici; uomini “giusti” andarono a caccia di mostri non immaginando il dolore di chi i mostri avevano tra gli artigli. Uccise chi ha ucciso, morì chi è morto, ma qualcuno cercò di andare umile perché fortissimo a parlare da uomo a uomo: non come San Michele davanti al Drago ma come Francesco davanti al lupo.

LA SERA DELLA VITA

Francesco Cossiga con Aldo Moro

È sera, sera di questa nostra vita. Avevamo pensato all’amore ci siamo trovatI sporchi per non aver saputo parlare, per non aver sentito mai parole libere dal giusto come dall’errore, dal Signore e dal demone.

Rivedo in Tv anche storie ma ancora quella distrazione di non dire che pure c’era qualcuno che voleva parlare, provare non a vincere ma a salvare. E dall’altro, un altro uomo pronto a salvare e non a fare di vita, vendetta. Non c’era bisogno di mettere tutto in un piatto unico, ma bisognava esaltare i sapori diversi. 

Vedete noi abbiamo cercato di fare una cosa che prima non c’era: non vendetta, non prova di forza ma amore da amare. Invece, invece la ruota della storia ha girato come gira e si contano i morti dopo la battaglia e non i bicchieri di vino dopo la festa. Andò così perchè per il vino ci vuole fegato, per i morti si mandano avanti gli altri. 

Morirono in tanti, c’era uno slogan delle Brigate Rosse “ucciderne uno per educarne 100“, ma forse si poteva “salvare uno per salvare tutti“.

La sera passò in un lampo, la notte dura ancora.

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