La fake news dell’eutanasia di Noa e la vera tragedia della morte in Olanda (di B. Cacciola)

Il caso della 17enne olandese impone due riflessioni. La prima su come funziona oggi il mondo dell'Informazione nel villaggio globale. La seconda, su cosa sia diventata l'Olanda con il suo 'eticamente corrette' ormai esasperato.

Biagio Cacciola
Biagio Cacciola

Politologo e Opinionista

Alla fine si è scoperto che era una solenne fesseria. Una fake news appoggiata su una storia vera. L’Olanda non ha autorizzato l’eutanasia sulla 17enne Noa Pothoven: al contrario, aveva rifiutato quella procedura. Noa ha smesso di bere e mangiare e si è lasciata morire a casa, coi familiari consenzienti.

A suonare la sveglia ai media italiani è stato Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, in un post sulla sua pagina Facebook, intervenendo sulla vicenda della giovane olandese che ha ampio spazio oggi sui tutti i media.

Solo a quel punto la stampa nostrana, pigra per natura e infiacchita dai tagli alle redazioni, ha iniziato a fare qualche sacrosanta verifica. Scoprendo che in realtà la ragazza si è lasciata morire “rifiutando il cibo e l’acqua”. Perché “sentiva di non avere nessuna altra opzione”, ha raccontato al Corriere della Sera Paul Bolwerk, il giornalista che per primo ha dato la notizia sul quotidiano olandese De Gerderlander. Non si era mai ripresa dalle conseguenze delle violenze subite da bambina: soffriva di depressione e anoressia e due anni fa aveva chiesto a una clinica specializza di essere sottoposta a eutanasia, che in Olanda è legale. Ma la clinica aveva rifiutato la sua richiesta.

Tecnicamente quindi non si tratterebbe di eutanasia legale. Che comunque spalanca la porta a due riflessioni. La prima è su come funziona oggi il mondo dell’Informazione: nel villaggio globale del mondo nessuno verifica più nulla ma ci si appiattisce in maniera totale ai lanci delle agenzie di stampa. Dove un errore in una traduzione dall’olandese all’inglese e dall’inglese all’italiano ci può anche scappare.

Il problema è quello che sollevò anni fa l’indimenticata Gianni Tomeo, già direttore di Molise Oggi dopo essere stato una delle colonne di Ciociaria Oggi. Profetizzava nel ’97: “Non servirà controllare i giornali, sarà sufficiente controllare chi gli fornirà le notizie“.

Scatenare una reazione di rabbia e di rancore contro un popolo o una nazione è facilissimo.

Il secondo spunto di riflessione. In Olanda ci sono stati 6.585 decessi per eutanasia nel 2017, il 4,4% dei decessi totali. Questo il quadro orwelliano di un Paese salito alla ribalta ancora  per un caso di eutanasia, che tecnicamente non è stato tale: perché in questo caso non c’è stato l’intervento attivo dei medici. È stato sufficiente il comportamento omissivo dei genitori.

La legge olandese prescrive che con il consenso dei genitori e il parere di un medico che confermi la condizione di dolore non eliminabile, anche ragazzi dopo i 12 anni possono accedere all’eutanasia. Al di là del caso specifico di Noa, si evidenzia come un collasso di fronte alla vita dei paesi occidentali, innanzitutto quelli molto laicizzati.

Ad Amsterdam, per esempio, si fa fatica a individuare una chiesa cattolica. Un clima ‘politicamente corretto‘ pervade tutta intera questa nazione. Dove al mistero viene lasciato poco spazio e dove il delirio razionalista e laicista diventa legge.

Quando si ha il 4,4% dei decessi totali dovuti all’eutanasia ci si deve chiedere, soprattutto per i casi psicologici, quanto di profondamente sbagliato vi sia nella società olandese. Ma questa domanda viene elusa continuamente. Non ci si pone il problema di quanto in queste società orwelliane la morte nella sua imprevedibilità viene rimossa dall’immaginario collettivo.

Il dolore viene ‘sempre’ mostrato come insopportabile. Immaginiamo per un attimo l’Italia e in particolare la Ciociaria e il basso Lazio dopo il passaggio delle truppe franco marocchine nel 1944 e le migliaia di ragazze, ragazzi, civili stuprati dai goumiers. Eppure quelle donne, quelle famiglie, hanno trovato la forza, innanzitutto nella rete di solidarietà che da sempre caratterizza questo Paese di andare avanti. Di crescere famiglie e produrre capolavori di una letteratura purtroppo trascurata come il ‘Porco in carrozza‘ di Michele Rosato di Lenola.

È dunque il contesto, la cultura, l’ambiente, la rete di solidarietà legata innanzitutto alla tradizione cattolica, che permette all’Italia di non essere l’Olanda dei 6.585 decessi per eutanasia all’anno.

Come non dare ragione a monsignor Vincenzo Paglia, il vescovo originario di Boville Ernica e presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Che oggi ha detto «Non ci possiamo adeguare a fare il lavoro sporco della morte: siamo di fronte ad una sconfitta, così distruggiamo i principi di affetti e solidarietà».

Impongono una riflessione i numeri citati dal monsignore: la seconda causa di morte dei giovani in Europa sono i suicidi. «Al di là di quello che prevede la legge in Olanda – riflette Vincenzo Pagliail problema serio è chiedersi se la società europea non riesca ormai a conservare nemmeno i giovani. E’ questa la domanda radicale da porci davanti ad un fatto tanto drammatico come quello avvenuto alla diciasettenne olandese».

Davanti al dolore profondo di Noa, la vera amarezza è che «di fronte a queste situazioni, non riusciamo a fare il lavoro della vita e ci adeguiamo a fare il lavoro sporco della morte».

Per la società ‘eticamente corretta’ dell’Olanda è una sconfitta.