Gli ex Ds ci riprovano: la convivenza con Renzi è appesa ad un filo

Riunione convocata da Goffredo Bettini in un teatro di Roma. Presenti tutti i nomi di punta degli ex Ds. «Il governo più a destra dal Dopoguerra, ora rifondiamo la sinistra, con o senza Renzi». Lungo applauso a Nicola Zingaretti

ANDREA CARUGATI
per LA STAMPA

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Un pomeriggio intero alla ricerca della «fiammella» della sinistra, travolta dalle urne del 4 marzo. Molti big di quelli che furono i Ds si ritrovano in un teatro di Roma nelle ore in cui ancora si parla di un governo Lega-M5S. Invitati da

Goffredo Bettini, arrivano Anna Finocchiaro, Antonio Bassolino, Livia Turco, Massimo Brutti, Mario Tronti. Ci sono i giovani Andrea Orlando e Nicola Zingaretti, che prende appunti diligentemente. Si fa l’analisi del voto, «quella che nel Pd ancora non siamo riusciti a fare», ma soprattutto si progetta la riscossa. Dentro o fuori il Pd, questo si vedrà.

 

«Accenderemo un forte conflitto politico», mette in guardia Finocchiaro.
«Questo non è odio o spirito di divisione, ma un parto doloroso per essere legittimati a giustificare la nostra pretesa di esserci come forza politica».
Secondo l’ex ministra, infatti, chiudendo a ogni dialogo col M5S, il Pd «si è condannato all’irrilevanza, dimostrando una incapacità politica che va valutata con serietà».

 

La decisione imposta da Renzi al Pd, quella di fare gli «osservatori» e non gli «attori» della scena politica, viene bombardata in ogni modo. Bettini è sarcastico: «Moro parlava di come Dc e Pci si fossero positivamente influenzati, Togliatti addirittura si rivolgeva ai ragazzi di Salò. E con quelli non ci si era insultati, si sparava…il Pd invece guarda con malcelata soddisfazione alla nascita del peggiore governo della storia repubblicana…».

 

«Tra i dirigenti si nota la mancanza di sofferenza per la sconfitta», fa notare Bassolino. «Abbiamo dato alla destra la più larga base di massa dal Dopoguerra, i milioni di elettori del M5S», attacca Orlando. «Come fai ad annunciare opposizione durissima se hai fatto il tifo perché questo governo nascesse?».

 

In oltre tre ore di discussione tornano parole come «lotta di classe», «critica al capitalismo», «subalternità al dominio del mercato». Si fa autocritica per non aver capito le conseguenze della globalizzazione, l’aumento della forbice tra ricchi e poveri, per aver trascurato la «questione sociale».

 

Bassolino squaderna un concetto caro a molti: non è solo il renzismo a essere stato travolto nelle urne. «In discussione c’è un’intera storia a partire dall’Ulivo, ora dobbiamo ridare al Paese una sinistra». Massimo Brutti è ancora più lapidario: «Oggi non c’è in Italia una forza politica erede del movimento operaio e capace di stare vicino ai più deboli».

 

È questo l’assillo per i mesi che verranno. I dubbi circolano insistenti. «La spinta propulsiva del Pd si è esaurita», dice Roberto Morassut.

Andrea Orlando, che tiene le conclusioni, mette un punto interrogativo: «Il Pd è ancora uno strumento utile?». Massimo Brutti lo accusa: «Come puoi pensare di costruire nuovo consenso se non riuscite neppure a dare battaglia in direzione e votate all’unanimità?» . Orlando non si scompone: «Abbiamo votato la relazione di Martina, che ha garantito un percorso ordinato alla discussione verso il congresso». Una discussione, dice Orlando, che «può portare anche a conseguenze radicali».

 

E quando dal palco Ugo Papi racconta le difficoltà a spiegare agli amici della Corea del Sud le vicende del Pd, il ministro uscente della Giustizia dalla platea suggerisce: «Devi dire che il Pd è un partito della Corea del Nord…».

 

La convivenza tra Renzi e il gruppo degli ex Pci sembra sempre più appesa a un filo. Tornano i Ds? «Magari», sorride Livia Turco.

Nicola Zingaretti se ne sta in fondo e non interviene. Ma gli viene tributato un lungo applauso. E’ lui, il governatore del Lazio, ex giovane diessino, con la sua candidatura alle primarie, l’ultima possibile scommessa per tenere questo popolo dentro il Pd. «La sua presenza ci fa pensare a una possibile ripartenza dentro il Pd», conclude Bettini. «Non siamo ancora al de profundis…».

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