Calvosa, morte di un procuratore di periferia

A 40 anni dagli omicidi, l'8 novembre prossimo l'Ordine degli avvocati di Frosinone ricorda la strage di Patrica per commemorare il Procuratore Fedele Calvosa, l'autista Luciano Rossi e l'agente Giuseppe Pagliei, uccisi in un attentato brigatista.

di Concetto VECCHIO

Per La REPUBBLICA

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Gesù proteggimi“, recita la decalcomania stampata sul parabrezza della Fiat 128, l’auto di servizio del procuratore della Repubblica di Frosinone Fedele Calvosa.

I terroristi ce l’hanno davanti agli occhi quando gli scaricano addosso la loro rabbia di piombo nella limpida mattina del 10 novembre 1978, a Patrica, nel cuore verde della Ciociaria. Sta andando in tribunale – ore 8.45 del mattino – e a un incrocio viene affiancato da una Fiat 125 beige.

Probabilmente fa appena in tempo a rendersi conto. Spira sul colpo, come il suo autista Luciano Rossi, un ragazzo di 24 anni; l’agente di scorta Giuseppe Pagliei, 29 anni, prova ad affrontare i killer ma non fa nemmeno in tempo a estrarre la pistola dalla fondina che è sopraffatto dal fuoco dei mitra. I poliziotti raccoglieranno 21 bossoli.

Il delitto è firmato dalle Formazioni Comuniste Combattenti, uno dei tanti gruppi formatisi nell’area dell’Autonomia, sorti spesso in contrasto con le Brigate Rosse, e che in seguito confluirà in Prima Linea.

Frosinone è fuori dalle grande direttrici della lotta armata e il dottor Calvosa – 59 anni, calabrese di Castrovillari, figlio di un vetturino e di una casalinga, stabilitosi in Ciociaria sei anni prima per precisa scelta di vita – cade per aver emesso un mandato di comparizione nei confronti di 19 operai di una fabbrica tessile della zona, accusati di “violenza privata“.

Quell’atto è per i Combattenti Comunisti sufficiente per emettere la loro sentenza di morte. Nel volantino gli contesteranno “un attacco generalizzato alle lotte operaie, criminalizzando e perseguendo sistematicamente ogni forma di insubordinazione, picchetti, scioperi“. Il 4 gennaio 1978 le Fcc avevano già ucciso: Carmine De Rosa, maggiore dei carabinieri in congedo e capo dei servizi di sicurezza industriale alla Fiat di Cassino.

Lo strazio dei parenti spezza la quiete della campagna. “Avevamo fatto tanto per tirarci su, avevamo lavorato tutta una vita, ecco una famiglia distrutta“, annota Francesco Santini su La Stampa il grido di una delle mogli. Arriva il figlio di Calvosa, Francesco, 21 anni, pallido, incredulo. La moglie di Pagliei supplica un appuntato di pubblica sicurezza di farglielo baciare un’ultima volta “prima di tornare a casa dai nostri due bambini“.

E’ un anno sovrastato dalla tragedia del sequestro Moro e dall’escalation del “terrorismo diffuso” – le sigle sono diventate decine, spesso in competizione tra loro  – che provoca 1862 attentati alle cose, 781 agguati (più di due al giorno), 38 morti, 44 feriti; ma anche di faticose conquiste democratiche, l’approvazione della legge 180 che chiude i manicomi, la 194 che regola l’aborto. Sandro Pertini è eletto al Quirinale, Karol Wojtyla è il nuovo Papa. Ma in quell’Italia devastata dalla violenza politica nemmeno un procuratore di periferia può sentirsi tranquillo.

Nell’agguato, colpito per errore dai suoi stessi compagni, muore uno dei terroristi. Si chiama Roberto Capone. E’ un ragazzo di 24 anni di Avellino ma studente di sociologia a Salerno, figlio di una stimata famiglia di sinistra. Insieme alla sorella Tina e a un gruppo di cattolici progressisti ha dato vita a un doposcuola per i figli di proletari, poi la militanza in Potere operaio – un arresto nel ’72 per aver contestato la Dc che ad Avellino onorava la morte del commissario Calabresi – quindi l’approdo nelle Formazioni combattenti, la deriva della lotta armata.

Il padre lo crede a Napoli, impiegato in uno studio di architetti. I suoi compagni l’hanno abbandonato ormai cadavere in una strada fuorimano. Ha il portafoglio addosso: ricostruire la sua storia si rivela facile. È fidanzato con una Rosaria Biondi, 23 anni, appena laureatasi brillantemente in legge, figlia di un preside di un Istituto tecnico ad Avellino. Ai suoi ha detto che andava a Bari a frequentare un corso di specializzazione. Guidava lei l’auto dei killer, ai quali appartiene un terzo giovane – pure lui avellinese – Nicola Valentino, 24 anni. È figlio di un pensionato ed è a un passo dalla laurea in medicina. Entrambi saranno arrestati a Torino, due mesi dopo, il 26 gennaio 1979.

Non si pentiranno mai, avranno l’ergastolo contro il quale non inoltreranno nemmeno appello.

Gli assassini sono quindi degli studenti modello del Sud. A leggere le cronache del processo, anche quelle dell’appello svoltosi nell’autunno del 1980, si è presi da un senso d’incredulità.

A Patrizio Peci, che testimonierà al loro processo, Valentino griderà “ti ricordi quando tuo padrò scannò un dobermann? Ti faremo fare la stessa fine…“. E la Biondi: “Creperai come un cane, carogna bastardo“. I genitori della ragazza invano chiederanno una perizia psichiatrica. Il padre di Valentino, un ex ferroviere, non riesce a darsi pace. Assiste alle udienze continuando a ripetere: “In cosa ho sbagliato?“.

È una vicenda che inquieta. Nicola Valentino è stato in carcere 26 anni senza mai un cedimento e ora collabora con Renato Curcio alla casa editrice “Sensibile alle foglie“. Maria Rosaria Biondi, in un documento del 1999, stilato dopo vent’anni di galera durissima, rivendicava di non aver mai chiesto né un permesso premio né i benefici premiali della legge Gozzini. Il loro capo, Paolo Ceriani Sebregondi, figlio di un conte, condannato all’ergastolo per l’uccisione di De Rosa, fuggì avventurosamente dal carcere di Parma e vagabondò a lungo in Africa, prima di finire a Parigi nel 1987: insegna alla Sorbona, come racconta Paride Leporace in Toghe rosso sangue.

Al giudice Calvosa hanno dedicato la via che porta al tribunale. C’è una lapide che ricorda l’eccidio. Il presidente Ciampi consegnò alla vedova Pagliei una medaglia d’oro al merito civile.

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