Felice Gimondi, l’uomo che diventava un tappo di bottiglia per farci sognare

La morte di Felice Gimondi. E quello che rappresentò per tante generazioni. Bambini che si sfidavano con i tappi di birra Peroni nei circuiti scavati sulla terra. Giocando al Tour ed al Giro

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Segnavano sulla terra una improbabile pista, che pensavano fosse di bisonti americani. Eravamo quelli delle pistole, dei fucili che sparavano con il “pum” della bocca. Ma le piste ci servivano non per avventure nel west ma per far correre i tappi di bottiglia di birra, i tappi a corona con la scritta “birra Peroni” (ogni tanto pure qualche tappo di succo di frutta Go, ma non era tosto correre con la scritta di un succo alla pera)

E l’altro west era il tour de France, il giro d’Italia, la Vuelta di Spagna. Il tappo doveva non uscire dalla pista tracciata, e arrivare più lontano, dovevi fare le curve, i sorpassi e camminare con le ginocchia a terra e tirare con le dita.

Le ginocchia si facevano di polvere come la faccia che diventava una mappa, una cartina geografica, di un mondo che non c’era. E… dovevi scegliere per primo, così sceglievi Felice Gimondi, un eroe che teneva testa a Eddy Merckx, che pareva una Ferrari capitata in un mondo di 500.

Il ciclismo allora era tutto. Papà stava sempre nella giuria, delle gare locali, che seguiva la gara con la Vespa 150 che quando passava era meglio, per me, della ammiraglia della Salvarani.

Felice Gimondi era, per noi, un uomo in bianco e nero con la faccia della fatica, le sgregne (le smorfie) della salita e… ci riusciva a battere il belga incredibile. Noi bambini dalla tv avevamo la fede per Gimondi, la speranza per quell’italiano serio che seguiva la scia di Bartali, ma si vedeva che l’altro andava via.

Ma vinceva, la sua fatica lo premiava e quando vinci con fatica nonostante il destino ti abbia messo vicino una locomotiva, lo ha fatto eroe per sempre.

Se ne è andato oggi Felice Gimondi, con lui l’idea che eravamo bambini ancora perchè avevamo idoli vivi e non ricordi che non ci sono più. Chi ha amato quella bicicletta mi capirà l’amore per le Bianchi, i cambi Campagnolo e la fatica di una Italia che era diventata ricca perché capace della fatica di chi non voleva essere più povero.

Ho tifato Gimondi, insieme al mio papà, ho giocato a tappi insieme a Gimondi, Franco e Marcellino. Ora posso raccontarvi la storia, fino a ieri potevo sentirmi bambino.

Ciao Felice, ci sarai andato in biciclette dove sei, ne sono sicuro.