Ciò che i tifosi del Frosinone chiedono non è la Serie A (di E. Ferazzoli)

No, non è la serie A ciò che i tifosi chiedono. È altro. È quella tigna e quel sudore che ti portano a rinunciare ad ogni fine settimane. Per seguire undici uomini in gialloblù in giro per l'Italia. Ciò che chiedono è gente degna dei loro applausi. Non quelli visti sabato.

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Il sole a Cesena picchia. Picchia forte. Nel settore ospiti i 1500 di Terni sono spariti. Risucchiati dall’andamento altalenante di una squadra che ha fatto terra bruciata di entusiasmo, sogni e speranze.

A cantare sulle gradinate del Dino Manuzzi non ci sono che un centinaio – scarso – di tifosi, gli altri cento sono seduti all’ombra, distanti. Ma quel pezzetto di curva non vuole saperne di stare zitta e canta ininterrottamente, con dedizione e sacrificio per 97’. A dispetto del caldo, della gola secca, della prestazione imbarazzante che il Frosinone sta mettendo in atto.

 

Quando il triplice fischio pone fine all’agonia non ci sono applausi ad attendere la squadra ma delle spalle voltate in maniera simbolica e quel coro inascoltato da mesi “Noi vogliamo gente che lotta”.

 

Gli applausi vanno meritati, non solo nel calcio. Si applaudono le vittorie e anche le sconfitte purché degne. Si applaudono le retrocessioni dalla A alla B quando sai che chi hai di fronte ha dato l’anima. E si continua ad applaudire la propria squadra e i propri giocatori anche quando vengono a trovarsi in difficoltà. Nelle flessioni stagionali, negli infortuni fisici ed emotivi. A dispetto di ogni risultato si applaudono coraggio, abnegazione e sacrificio.

 

Al contrario, applaudire sciatteria, sufficienza, superficialità non è qualcosa che questi tifosi meritano di dover fare. E non è neanche giusto che gli venga chiesto. Nemmeno se a farlo è il Presidente Stirpe.

Non esiste un ciociaro che non riconosca alla sua gestione il merito di aver creato l’impossibile in una terra che costringe i suoi figli ad andare via, ad arrabattarsi in sogni di seconda scelta, a vivere la quotidianità fra disoccupazione, inquinamento e carenza di servizi.

Bisognerebbe essere ciechi o stupidi per non vedere le infrastrutture create in questi anni, il prestigio arrivato in una terra relegata ad essere la periferia contadinotta di Roma, la portata dei progetti diretti da Gualtieri.

I ciociari, che ciechi e stupidi non sono, sanno riconoscere il merito, l’impegno e il sacrificio quando se lo trovano davanti gli occhi. E sanno esserne grati.

 

E ieri, il Frosinone presente nel settore ospiti avrebbe meritato di sognare insieme agli undici in campo un finale diverso e non di assistere ad un unico tiro in porta in 97’; alla luce della sconfitta del Palermo e del risultato in tempo reale che dava il Parma sotto di un goal a Vercelli avrebbe meritato quantomeno un atteggiamento di riscossa da parte dei giocatori.

 

Il Frosinone merita uomini che siano degni della maglia che indossano e all’altezza dei tifosi che questa squadra possiede. Tifosi che non girano le spalle a chi ha dato il massimo a prescindere da un risultato, una categoria, una promozione. Non lo hanno mai fatto.

Al Frosinone si chiede di meritare applausi. Niente di più.

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