Tre punti ed un’unica certezza. Il Frosinone è di chi lo merita (di E. Ferazzoli)

C'è un nuovo Frosinone sui campi di calcio di Serie A. È il Frosinone visto a Ferrara. E non è diverso dal precedente per possesso palla o tecnica. È un Frosinone che ora, finalmente, ha un'anima.

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Qualcosa è cambiato. E non in termini di possesso palla o del numero di conclusioni a rete.

A Ferrara è sceso in campo il Frosinone. Quello vero. Quello che se ne frega delle statistiche e della classifica. Quello che spiazza i pronostici. E quello che ti ricorda che nel calcio le vittorie non arrivano quasi mai se non te la senti addosso la responsabilità di quella maglia. Se non giochi per la tua squadra, se scendi in campo solo per timbrare un cartellino, se ti reputi superiore o se credi che in fondo la tua battaglia sia una causa persa.

Qui, a nessuno importa di presenze in Nazionale, di militanza nei club più prestigiosi d’Italia, che tu abbia un passato da professionista o da novellino. Se non dai l’anima per questi colori, a Frosinone non puoi giocare.

Perché Frosinone non è una città fashion, non è una passerella dove poter ostentare il proprio status, in cui dare sfoggio della propria fama mantenendo le dovute distanze con tutto il resto.

 

Frosinone è una piazza vera che se ne frega delle distanze, che ti accoglie come un figlio se sei disposto a scendere dal piedistallo, a mescolarti con la sua gente, a condividere passione e sofferenza.

È l’amore di persone disposte a sfidare la pioggia, l’allerta meteo e persino l’evidenza dei fatti pur di dimostrare che per quei colori si può e si deve continuare a lottare.

 

Qualcosa è cambiato. E non si tratta dei tre punti, che del cambiamento sono l’effetto e non la causa. Si tratta di aver finalmente ritrovato anima e tempra. Perché il Frosinone bisogna sentirlo con il cuore. Perché alla sua gente servono emozioni, passione e rispetto. Nient’altro che questo.

 

Serve un Chibsah. L’instancabile roccia che a centrocampo fa a “sportellate” da 10 partite con lo stesso impegno e la stessa umiltà; fregandosene di tutto, della classifica, degli avversari, degli umori della squadra, dei suoi stessi errori.

Chibsah è un giocatore che crede in quello che fa e si vede. Crede nel vantaggio e se lo va a prendere, di testa, spiazzando tutti, con convinzione e rabbia. Solo una commozione cerebrale riesce a fargli abbandonare il campo.

 

Serve la concentrazione e la passione stampata sul viso di Ariaudo. Il migliore del suo reparto. Quando Ciofani esce dal campo, quella fascia non potrebbe che finire sul suo braccio.

 

Servono i piedi di Ciano. Poco importa che si tratti del destro o del sinistro. Perché è anche da lì che è arrivata la promozione in serie A.

Perché a Frosinone la fiducia guadagnata ripaga sempre e Camillo Ciano non è un giocatore che merita di essere messo in discussione al primo errore. Era solo questione di tempo prima che prendesse confidenza con la categoria e metabolizzasse l’emozione di ritrovarsi a 28 anni nella massima serie, luogo di palloni d’oro e campioni del mondo.

 

Serve che i nuovi s’innamorino di quella foga di chi ha visto realizzarsi l’inimmaginabile e l’insperato. E forse va dato merito al lungo ritiro se, strada facendo, ha rivelato chi da quell’approccio era distante anni luce. Serve avere Beghetto in campo (non un altro), perché a questa squadra servono le sue instancabili discese in velocità.

Il suo ingresso ha cambiato completamente il ritmo e le dinamiche di gioco tanto che per la prima volta si ha come l’impressione che la formazione e il modulo schierato da Longo sia finalmente dotato di senso.

 

Nei 39’ più lunghi della storia del calcio, un Frosinone cinico e consapevole ha finalmente addomesticato la sfortuna che come si sa è nemica degli audaci e alleata di chi, come la Spal, è scesa in campo con supponenza e presunta superiorità. Fortuna, pali, tenacia, crampi e non solo. Perché c’è un elemento che rende questa vittoria perfetta.

Ed è la corsa di quel ragazzone di nemmeno vent’anni che si toglie la maglia e piange per il suo primo goal in serie A.

È un’azione confezionata da due giovani talenti azzurri, Cassata e Pinamonti, che sicuramente non meritano tutti quei minuti seduti in panchina. È un’immagine vera e pulita che emoziona, affascina e soprattutto ricorda che l’essenza di questo sport è racchiusa in quei traguardi che immaginavi da bambino.

 

Perché il calcio è fatto di sogni. Perché fino a prova contraria, il Frosinone Calcio è quel raro pezzetto di mondo in cui i sogni diventano realtà.

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