Ferrara: “Quel giorno di 30 anni fa che gli albanesi arrivarono a Frosinone”

Trent'anni fa le immagini degli albanesi in fuga sulla Vlora. Il racconto dell'allora vicesindaco Ferrara. "Venni prelevato mentre facevo footing all'Aeroporto e portato in prefettura”. Come venne affrontata l'emergenza. Il buon cuore dei ciociari

«Mi ritrovai di fronte al prefetto così come stavo: in tuta e sudato. Quelli erano tempi nei quali se non indossavi la cravatta, nemmeno ti facevano varcare il portone d’ingresso al palazzo di Governo. La situazione era talmente drammatica che nemmeno fecero caso a come stavo vestito. Mi consegnarono il dispaccio del Ministero dell’Interno con cui mi si indicava come ‘autorità di Governo‘ e mi si ordinava di attuare le disposizioni appena adottate dal ministro ma ancora segrete». L’otto agosto del 1991 Marco Ferrara era un giovane socialista rampante, uno di quelli che a Roma contava al punto da parlare con gli uomini di Bettino Craxi. (Leggi qui Quando Craxi si occupò della Giunta di Frosinone).

L’estate del 91

Da sinistra: Enrico Manca, Paolo Bufalini, Giulio Andreotti e Giovanni Galloni in una foto d’archivio dei primi Anni 90

In quel torrido agosto di trent’anni fa Marco Ferrara era vicesindaco nell’amministrazione guidata dal democristiano Lucio Valle. I Partiti avevano il controllo di ogni ganglio vitale del Paese ed esercitavano in ogni forma il loro potere. La parola Tangentopoli sarebbe stata coniata solo l’anno successivo, a Bologna nessuno immagina che dietro all’agguato con cui a gennaio sono stati massacrati tre carabinieri di pattuglia al quartiere Pilastro ci fossero poliziotti deviati fino a creare la Banda della Uno Bianca. Sulla carta geografica c’è ancora l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche ma la disgregazione è appena iniziata. Da appena un mese è partito il servizio di telefonia cellulare Gsm, a Milano iniziano le edizioni del Tg4 ed a Sanremo trionfa Riccardo Cocciante con Se stiamo insieme. Il campionato di calcio è finito a maggio: con la vittoria della Sampdoria guidata dal Boskov e trascinata dai goal di un giovanissimo Vialli.

In quel periodo a Palazzo Chigi governa l’Andreotti VII: un quadripartito con Democrazia Cristiana, Partito Socialista, Socialdemocratici e Liberali; i Repubblicani hanno rifiutato. Giulio Andreotti è all’apice della carriera politica e guida quel gabinetto, nel quale il suo vice è Claudio Martelli, delfino di Bettino Craxi. Agli Affari Esteri c’è un espertissimo Gianni De Michelis al quale viene rimproverata la passione per le discoteche ed il vezzo dei capelli lunghi; i suoi sottosegretari sono di solidissima formazione: Ivo Butini, Claudio Lenoci,
Claudio Vitalone (eletto nel collegio di Frosinone), Andrea Borruso. All’Interno c’è Vincenzo Scotti. Il capo della polizia è da sette anni il prefetto Vincenzo Parisi.

Erano anni in cui l’Italia ‘controllava’ il Mediterraneo, era in competizione con i francesi nel pilotare i colpi di stato in Tunisia, giocava con il satrapo Gheddafi, aveva in Libano una delle più efficienti reti di ascolto alla quale spesso facevano riferimento gli americani della Cia.

Il crollo dell’Albania

La nave Vlora

Quando l’Albania crolla non è una sorpresa né per Giulio Andreotti né per il suo governo. Ciò che nessuno si aspettava era che quasi 25mila giovani prendessero d’assalto la motonave Vlora nel porto di Valona e se ne appropriassero facendo rotta verso l’Italia.

«Fu un’ondata umana mai vista né prima ne dopo. – ricorda Marco Ferrara – Le immagini dei telegiornali ce le mostrarono nel porto di Bari che sembrava un formicaio. Ventimila secondo alcuni, ventiquattromila secondo altri: tutti in fuga dal regime totalitario di Enver Hoxha ed in cerca di una nuova vita». Sognavano l’Italia guardando di nascosto la nostra Tv. Tra qui ragazzi ce n’erano alcuni finiti in guardina e condannati per direttissima: colpevoli di avere ascoltato di nascosto la radio italiana mentre trasmetteva Al Bano e Romina Power che cantavano Il Ballo del Qua Qua. I più coraggiosi avevano realizzato un’antenna Tv: in Italia si distribuivano milioni di lire a chi rispondeva in maniera corretta ai qui. Cose inimmaginabili in Albania.

«Arrivarono all’improvviso. Il Paese – ammette l’allora vicesindaco Marco Ferrara fu sorpreso, sbigottito, impreparato. Non si era mai visto nulla di simile prima. Le persone furono tutte portate nello Stadio di Bari in attesa. Giulio Andreotti sapeva. I servizi lo avevano informato. Ma sapeva che non poteva fermare un intero popolo in fuga: sarebbe stato rinnegare i principi sui quali la Dc e l’Occidente si fondavano».

Nessuno ha idea su cosa fare. Giulio Andreotti lo sa. Decide che quella massa di 20mila – 24mila persone debba essere smistata per l’Italia.

L’arrivo a Frosinone

Marco Ferrara con il prefetto Fausto Gianni

Il sindaco Lucio Valle in quei giorni era fuori Frosinone. Nessuno immaginava che la Storia stesse per cambiare la fisionomia di un’Italia fino a quel momento estranea al concetto di multietnico.

Il pomeriggio del 14 agosto a Frosinone lo comprendono bene. «Stavo facendo footing nella zona dell’Aeroporto. All’improvviso mi raggiunsero una pattuglia dei Vigili Urbani e della Polizia di Stato. All’epoca i telefoni cellulari erano un lusso per pochi. Entrambe le forze di polizia erano state mobilitate per rintracciarmi e condurmi con immediatezza dal Prefetto Fausto Gianni». Marco Ferrara era in quel momento il facente funzioni di sindaco ed era anche assessore ai Servizi Sociali.

«Andai nelle condizioni in cui mi trovavo che vi lascio immaginare. Sua Eccellenza non badò alla cosa è mi consegnò il dispaccio del Ministero dell’Interno. Era l’invito ad essere presente – quale Autorità di governo perché nelle funzioni di sindaco del Capoluogo ciociaro – insieme alle forze di Polizia, all’alba del Ferragosto ’91, per attuare le disposizioni ministeriali».

A Frosinone toccò la quota maggiore in provincia: Giulio Andreotti aveva deciso che la ripartizione dovesse avvenire in base alla popolazione. Giunsero in pullman stracolmi. Arrivati al casello A1 di Frosinone, una parte prese la direzione di Latina.

Il cuore grande dei Ciociari

L’assessore Marco Ferrara con gli albanesi sistemati nella scuola De Matthaeis

A mano a mano, il gruppo si sbriciolava: pattuglie di carabinieri, polizia, esercito, Vigili urbani, provvedevano a scortare gli immigrati nei vari Comuni secondo il piano concordato durante la nottata insonne.

«C’erano scene strazianti – ricorda Marco FerraraNuclei partiti insieme ma che, per forza di cose, non potevano stare uniti. Il piano di ripartizione prevedeva di non separare le famiglie. Ma c’erano parentele di secondo grado molto forti, amicizie antiche, legami di sangue. La burocrazia non sempre riesce a tenerne conto. Ogni volta che un gruppo partiva per un Comune o per l’altro erano abbracci e lacrime»


Il Comune di Frosinone sistemò gli albanesi negli edifici scolastici della città. «Bisognava fare presto: giunsero affamati, assetati, infreddoliti ma anche con una carica umana commovente. Ci abbracciavano, pregavano, piangevano».

«Riuscimmo a dare vitto, alloggio e lavoro: si il mondo dell’imprenditoria locale (per lo più dell’edilizia) fece a gara nell’offerta lavoro e accoglienza. Sembrerà strano ma molti di quegli uomini in fuga avevano un titolo di studio ed una professione. Non erano degli sfaccendati».

«Tra loro c’erano ingegneri, insegnanti. La gran parte era qualificata: ma accettarono di fare di tutto anche le attività più umili. Nei cantieri si incollavano sacchi di cemento portati su a spalla . Dicevano che i montacarichi facevano perdere tempo».

Ed anche un Nobel

Gëzim Hajdari (Foto: Archivio Hajdari)

A Frosinone capitò anche un signore che si qualificò come insegnante. Si adattò a fare il  pulitore di stalle, lo zappatore, il manovale, infine l’aiuto tipografo. Si scoprì chi era veramente solo qualche tempo dopo: quando il comitato del Premio Montale (un Nobel della Letteratura Europeo) si presentò a Frosinone chiedendo di lui. Il professor Gezim Hidari era un dissidente che aveva denunciato sia i crimini della dittatura comunista e sia la corruzione e gli affari sporchi tra mafia e i politici dei regimi corrotti post-comunisti di Tirana.

Frosinone fece di tutto per trovare una sistemazione ad ognuno. Al punto che «il Ministero volle assegnare un riconoscimento a tecnici, funzionari, vigili urbani che non si risparmiarono per giorni e notti senza sosta. Ricordo l’abnegazione del comandante Umberto Segneri e del suo vice Vincenzo Belfiore scomparso di recente». (Leggi qui L’ultimo match di Belfiore: mai Ko nel ring della vita (di A. Salines)).

«Così come diedero tutto il dottor Antonello Rea; il dottor Fernando Turriziani; l’ingegner Guglielmi. Furono collaboratori preziosissimi che affiancarono me ed i Presidenti dalle 3 Circoscrizioni cittadine: Ione Carfagna, Riccardo Mastrangeli, Papetti».

«Molti di quei ragazzi hanno messo radici in Italia, preso la cittadinanza, messo su famiglia. Hanno trovato un lavoro e qualcuno ha anche messo su un’impresa. Il loro senso di gratitudine toccava il cuore. Non sapevamo quanto dovevamo essere noi grati a loro: dimostrammo che Frosinone non era meno delle altre città italiane. Grazie alla nostra capacità di affrontare l’emergenza ed al buon cuore dei cittadini».

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