La capacità di dire ‘scusa’ è la nostra salvezza

La strada che ci riporta a fare pace con noi stessi è quella che passa nel riconciliarci con gli altri. Significa questo la parabola del Figliol prodigo. La nostra salvezza sta nella capacità di chiedere scusa

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò

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È bella l’immagine che l’evangelista Luca fa utilizzare a Gesù per raccontare la vicenda del figlio che si allontana dal padre, lo abbandona e va a sperimentare un paese lontano.

Spesso ci comportiamo così: ci separiamo dalle nostre tradizioni, dall’educazione che abbiamo ricevuto, dal quella graduatoria di valori che costituiscono la nostra cultura e andiamo in un paese lontano, una vita lontana, spesso basata su valori rovesciati, contrari a tutto il nostro modo di vivere.

Ci pare di essere liberi, di aver finalmente conquistato quell’indipendenza che avevamo sognato, magari per tanto tempo. Finalmente liberi di fare quello che ci pare: è la lontananza dal nostro vivere, a volte indispensabile per fare esperienza, per capire quanto invece sia importante quella casa da cui siamo fuggiti.

L’abbiamo desiderato tutti: mandare a quel paese i genitori, allontanarci da regole, comandamenti, comportamenti educati che spesso abbiamo avvertito come imposizioni, non pensare più a Dio, tanto possiamo farcela da soli. Perché ci deve essere qualcuno che ci dice cos’è bene e cos’è male? Lo decidiamo noi: così il ragazzo della parabola che visse, dice Luca, da dissoluto.

Il testo greco del vangelo, la lingua in cui è stato scritto, usa la parola “àzotos” che vuol dire “senza vita”, come se fosse già morto:  aveva tagliato i ponti con le sue radici, non era più lui. Diremmo oggi: si era alienato  tanto da oltrepassare ogni regola etica, ogni norma: andò a fare il guardiano dei porci, mestiere rispettabilissimo se non fosse stato ebreo che tengono i maiali a gran distanza… Addirittura arrivò a voler rubare le ghiande che i porci mangiavano: è il modo con cui Gesù ci indica il massimo dell’abiezione possibile.

L’avremmo chiamato un delinquente, un disadattato, un disagiato totale, insomma un rifiuto umano. Eppure quel rifiuto è capace di rinsavire: tornò in sé. Un sussulto di intelligenza? La paura di morire di fame? Comunque un desiderio di cambiare quella vita spaventosa,  che gli fa superare il suo orgoglio, gli consente, finalmente, di tornare in sé.

Si aspetta di essere trattato come un servo e invece quel padre, che ha maltrattato, vituperato, maledetto, insultato, quel padre lo sta ad aspettare. Lo vede da lontano… Gli corre incontro: era morto  ed è vivo. Ecco questa è l’immagine vera di Dio: è lì, paziente, ad aspettarci. Come il padre del figlio cosiddetto prodigo, Dio ha scommesso su ciascuno di noi: sa che abbiamo dentro la nostra coscienza la capacità di tornare in noi stessi, di non farci condizionare da desideri sconsiderati che non esaltano le parti migliori della nostra personalità, anzi il contrario. Ci corre incontro, salta ogni lontananza, la supera, la dimentica. Non ricorda più il male che abbiamo commesso.

Nelle sue braccia torniamo ad essere quelli che eravamo prima di partire per un paese lontano dove abbiamo rischiato di morire, per sempre. È quella capacità di chiedere scusa, di chiedere perdono che ci consente di recuperare la nostra dignità di essere uomini

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