L’autocritica di Fioramonti: «Caos e disorganizzazione nel M5S, torniamo alle origini»

La fronda interna al M5S che chiede al Partito il ritorno ai valori delle sue origini. Ma anche l'evidenza del caos e della disorganizzazione. "Uno vale uno non significa che uno vale l'altro".

Fernando Fioramonti non è un politico. Ma è un veterinario prestato alla politica. Ha aderito dalla prima ora al Movimento 5 Stelle, lo rappresenta all’interno del Consiglio Comunale di Anagni. Anche lui sta attraversando una crisi di identità, come buona parte dei grillini della prima ora.

La fine del vincolo dei due mandati, la possibilità di fare patti con liste civiche, la modifica al non Statuto che ha trasformato il M5S in un Partito identico a quelli che criticava: il dibattito interno coinvolge molti.

Fioramonti spiega il suo travaglio con un lungo post sulla sua bacheca Facebook. Il titolo è emblematico: “Per chi pensa che vada tutto bene“.

Il capitone attrippato

Spiega che “Oggi il movimento si trova davanti a un bivio. Scegliere se evolversi o rimanere quella forma amorfa che è adesso“.

Prende atto della realtà: dal movimento di protesta si è stati chiamati al governo e quindi alla proposta. «È vero, da un anno siamo al governo di questa nazione anche se abbiamo il ‘capitone attrippato’ come alleato. Un alleato che è esperto di supercazzole, selfie e nullitàIn poche parole una palla al piede ma questa è un’altra storia». 

Rileva che «in questo anno, invece di aggiustare le cose, sono aumentati e di molto i mal di pancia, sia negli attivisti storici sia in quelli che sono i frontisti del movimento, ovvero i consiglieri comunali. Alcuni si sono allontanati, delusi e basta. Altri e non sono pochi, si sono allontanati arrabbiati». 

Caos e disorganizzazione

Il portavoce grillino di Anagni analizza le cause. Prende atto che un Non Partito ha limiti evidenti perché occorrono l’organizzazione e la struttura tipica dei Partiti.  

In pratica «abbiamo una disorganizzazione interna che il caos in persona ci spiccia casa. Assenza definita delle responsabilità e dei ruoli, assenza di punti di riferimento precisi e relazione indefinita tra portavoce e “attivisti”, soprattutto al livello locale. Comunicazione interna difficile o per conoscenza diretta». 

L’amarezza sta nel rilevare il fallimento di uno dei dogmi del movimento: il famoso concetto secondo il quale ‘uno vale uno‘. Doveva essere un modello di organizzazione nel quale non ci fossero capi corrente, non ci fossero proprietari di tessere che potessero controllare il Partito.

Ma ora ammette Fioramonti che il concetto di “uno vale uno” è stato “inteso più come “uno vale l’altro” ed ha impedito la formazione di una classe dirigente“. In pratica: nessuno conta niente. E nessuno ascolta nessuno. Perché tanto uno vale l’altro.

Candidarsi al Win for Life

Un’altra fonte di amarezza sta nella selezione della classe dirigente. «Molti si candidano per svoltare la propria vita senza avere competenze necessarie. Paradossalmente proprio da noi sembra non valere il merito. Pochissimi momenti di confronto e zero autocritica».

Il risultato finale è una sconfitta per le illusioni che avevano acceso quelle Cinque Stelle ai tempi dei Vaffa Day. «In poche parole la gestione del Movimento mi ricorda molto quella di Forza Italia dove uno comanda e gli altri eseguono pedissequamente». 

La Casaleggio, che possiede la proprietà del Partito, ha rilasciato una piattaforma informatica sulla quale consultarsi. Piena di buchi e senza garanzie di genuinità del voto finale, ha rilevato l’organo di controllo esterno.

Ma Fioramonti evidenzia anche un altro limite: «Su Rousseau non abbiamo mai votato per la linea politica del movimento ma solo per i programmi (già preimpostati da qualcuno), le candidature (ma liste sono poi decise dal capo politico) e qualche proposta di legge. Ora non votiamo più neppure per le espulsioni. In più, quando votiamo, le domande sono già preparate ma non sappiamo da chi, non vengono proposte dalla base. Base che, visto come vengono poste le domande, sembra solo chiamata a ratificare scelte fatte da altri e in altri luoghi»

Così non va

Il tema non è più proibito. Anzi, lo ha toccato proprio Luigi Di Maio: subito dopo la sconfitta alle scorse regionali aveva evidenziato la necessità di un’organizzazione interna. Basata su figure di riferimento provinciali e nei collegi. Insomma: un Partito vero.

Un punto che Fernando Fioramonti condivide. “Il Movimento ha bisogno di una riorganizzazione interna. Per carità non intendo che si debba diventare uguali a un qualsiasi Partito, ma almeno stabilire in maniera chiara i ruoli, le responsabilità e l’operatività a tutti i livelli. E sapere anche i nomi di quelle persone responsabili che dovrebbero essere scelte dalla base e non nominate“.

Il rischio però è quello di trovare una soluzione che sia peggiore del problema. Perché? “Si può dare un’organizzazione interna a una forza politica, che governa questa nazione, nel giro di pochissimi giorni e con tanta confusione e disorganizzazione, tanto da variare le modalità di svolgimento delle assemblee di continuo?».

La fuga dalle Europee 

Il consigliere comunale di Anagni si domanda il perché di tanta fretta. Si chiede come mai tutto avvenga proprio a ridosso delle elezioni Europee. «Non è che si ha paura che molti non facciano la campagna elettorale? 
Qualche dubbio sulla bontà di questa iniziativa c’è e forse non è solo “qualche”
». 

Fioramonti chiede un ritorno alle origini per portare il Movimento 5 Stelle nel futuro. Sollecita a “rovesciare la piramide che si è creata. E per farlo non dobbiamo guardare lontano o agli altri, dobbiamo guardare dentro di noi. Il momento del cambiamento è adesso, ora sta passando questo treno, va preso e fatto fermare dove decidiamo noi“. 

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