Fischi e fiaschi della settimana L 2021

Terzo tempo. I fatti centrali ed i protagonisti della settimana L. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

Terzo tempo. I fatti centrali ed i protagonisti della settimana L. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nelle prossime ore

FISCHI

NICOLA ZINGARETTI

Nicola Zingaretti con Francesco De Angelis e Antonio Pompeo

Più di qualcuno, anche nel Pd, lo ha ripetuto sommessamente in questi mesi: ma Zingaretti in Ciociaria non viene più? In realtà il presidente della Regione Lazio ha la provincia di Frosinone nel cuore e la settimana scorsa lo ha dimostrato per l’ennesima volta.

Lo ha fatto partecipando insieme a Francesco De Angelis all’inaugurazione di tre cantieri importanti e, più in generale, trasmettendo quel senso di unità istituzionale che è la condizione essenziale per far crescere un territorio.

Ma Zingaretti è anche un leader politico naturale. E sabato i big locali del Pd erano tutti con lui. A dimostrazione della delicatezza di una stagione che sta per aprirsi con l’elezione del presidente della Repubblica e che poi potrebbe prendere qualunque direzione. Anche quella di elezioni politiche anticipate. Lo sanno tutti che il futuro di Zingaretti è in Parlamento e al Governo se il Pd dovesse vincere le elezioni parlamentari.

Ecco perché la sua visita di ieri è stata anche una prova generale nel caso che…

Leader allo stato puro.

CLAUDIO FAZZONE

Diciamo la verità: non c’era bisogno dell’elezione di Gerardo Stefanelli a presidente della Provincia di Latina per sapere che Claudio Fazzone è il leader politico più forte del territorio pontino, tra i più forti nel Lazio, con una caratura nazionale. (Leggi qui Provinciali: i protagonisti della vittoria a Latina).

Nello stesso giorno ha eletto il presidente della Provincia a Latina ed assunto un ruolo chiave negli equilibri del Comune capoluogo. Ha fatto centro alle Provinciali di Viterbo dove si è dimostrato vincente l’asse Forza Italia – Pd con il quale ha eletto Alessandro Romoli nuovo presidente con il 65% (circa 58 mila voti ponderati). Ha fatto il pieno pure alle Provinciali di Rieti dove si rinnovava solo il Consiglio: resta al centrodestra ed il forzista Fabio Nobili è stato in assoluto il più votato.

E neppure si possono fare distinzioni tra il voto ponderato e quello del popolo sovrano. La chiave di volta sta nelle strategie: il senatore di Fondi, coordinatore regionale di Forza Italia, non ne sbaglia una da decenni. In questi anni, quando nel centrodestra il peso della Lega e di Fratelli d’Italia è diventato maggiore, lui è rimasto calmo. E in più di un’occasione (anche la volta scorsa alle Provinciali) ha dimostrato che si può vincere pur non avendo la maggioranza sulla carta.

In Ciociaria si vede meno, ma si fa sentire. Il fatto è che Claudio Fazzone è l’unico ad essersi reso conto che la prossima volta i collegi elettorali saranno diversi e che la coesistenza tra le province di Frosinone e Latina è inevitabile. Maggioritario o proporzionale, toccherà a lui preparare le strategie. Senza alcun timore  reverenziale nei confronti degli alleati di Lega e Fratelli d’Italia.

Numero primo.

LUCA DI STEFANO

Luca Di Stefano

Alla luce del sole o con un accordo sottobanco, con l’appoggio del Pd, ma il neo sindaco di Sora Luca Di Stefano piazza subito in buca il suo primo capolavoro politico: il ritorno di un consigliere provinciale della sua città in piazza Gramsci. Non accadeva da quando le Province sono state riformate. L’elezione di Alessandro Mosticone è un dato di fatto. Ed il modo in cui ci è arrivato dimostra che in quanto a pragmatismo e cinismo della politica il giovane Di Stefano ha poco da imparare.

La mancata elezione del presidente del consiglio comunale a mesi di  distanza dalla vittoria come sindaco è un elemento che probabilmente avrebbe messo in difficoltà molti primi cittadini. E anche per Luca Di Stefano non è la situazione ideale. Ma il sindaco di Sora anche in questo caso ha messo a segno un altro capolavoro di cinismo politico. Perché ha mantenuto fede all’impegno (preso prima o dopo il ballottaggio a questo punto conta poco) con Lino Caschera l’uomo più votato nel fronte avversario; il fatto che Caschera non venga eletto Presidente d’Aula non dipenderà dal sindaco ma solo da Caschera e dalla sua incapacità politica di aggregare l’opposizione. (Leggi qui Tutti per Facchini presidente. Ma Mosticone deve avere la tessera Pd).

D’altronde Luca Di Stefano sapeva sin dal primo momento due cose. La prima è che la maggioranza che lo sostiene è molto complessa e variegata e questo può essere in vantaggio perché tra tante voci prevale solo una voce che è quella del sindaco; la seconda è che ci saranno delle materie nelle quali inevitabilmente dovrà essere il consiglio comunale a sbrogliare la matassa; evitando così a lui il lavoro sporco della politica.

Lui intanto si è concentrato sulle Provinciali per cercare di gettare l’ennesimo ponte. Malgrado la giovane età, Luca Di Stefano sta riuscendo a farsi scivolare addosso molte cose. Questo è un segnale importante per chi nella vita è destinato a guidare alleanze e coalizioni.

Riflessivo e machiavellico.

FIASCHI

CIANFROCCA-IANNARILLI

Maurizio Cianfrocca

Non si sopportano. E si vede. Il sindaco di Alatri Maurizio Cianfrocca non ha dimenticato che Antonello Iannarilli non ha mai fatto salti di gioia per la sua candidatura. Mentre l’ex parlamentare di Forza Italia si è legato al dito la mancata elezione a presidente del Consiglio comunale.

Il centrodestra ad Alatri ha ottenuto una vittoria da incorniciare, ma poi la maggioranza ha fatto segnare diversi passaggi a vuoto e in aula spesso ce l’ha fatta per un solo voto di vantaggio. Non è il massimo.

Non si capiscono però due cose. Intanto per quale motivo Maurizio Cianfrocca, ora che è diventato sindaco, non prova a lasciarsi alle spalle incomprensioni e situazioni difficili. Cinque anni sono lunghissimi e avere una maggioranza forte in aula consiliare è condizione essenziale per terminare il mandato.

Quanto ad Antonello Iannarilli, il suo problema è soprattutto all’interno di Fratelli d’Italia. Sarà davvero candidato alle regionali oppure no? Dalla risposta a questa domanda passa il suo futuro politico. Il risultato di ieri alle Provinciali ha bruciato una parte delle sue ambizioni: a Frosinone Domenico Fagiolo non è stato eletto. E poco conta il fatto che questo sia avvenuto per un solo voto. (Leggi qui La conta nei Fratelli ed il boom del Polo: che peseranno alle Comunali).

Ma intanto ad Alatri potrebbe provare a favorire una pacificazione che alla lunga gli darebbe un ruolo di primo piano. Invece i due continuano a guardarsi in cagnesco.

Bisticcioni.

CONTE-MELONI

Giuseppe Conte (Foto: Andrea Giannetti / Imagoeconomica)

Il capo politico dei Cinque Stelle vorrebbe elezioni anticipate nel 2022 perché teme che altrimenti potrebbe essere logorato dal Movimento e nel Movimento. Ma deve fare i conti con Luigi Di Maio, dal momento che il ministro degli esteri ormai è più “draghiano” di Mario Draghi. E tutto vuole meno che le elezioni anticipate.

Giuseppe Conte dovrà scegliere se andare avanti con l’idea di provare a determinare il ricorso anticipato alle urne oppure convergere sulla posizione del ministro degli Esteri e magari accelerare per il superamento del limite dei due mandati. In entrambi i casi non sarebbe quella la sua vera strategia.

Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, deve fare i conti con la netta ripresa di iniziativa politica da parte del Capitano Matteo Salvini. Il quale con la battuta sui patrioti (“In Italia ce ne sono 60 milioni”) ha voluto far capire all’alleata che la musica è cambiata e che il Carroccio non ha più intenzione di subire la strategia di “lotta e di governo” di Fratelli d’Italia. Il che significa che nella partita per il Colle ognuno giocherà per sé.

Lo spettro di finire all’angolo.

FRANCESCHINI-GENTILONI

Dario Franceschini

Per come si sta mettendo la corsa al Quirinale, è complicato che le colombe democristiane del Pd possano provare a giocarsi le loro carte per la presidenza della Repubblica.

In primis il ministro della cultura Dario Franceschini e il commissario europeo Paolo Gentiloni. Per farlo i Dem dovrebbero trovare delle sponde strategiche o con Forza Italia o con Italia Viva. Ma Enrico Letta ha sbarrato la strada all’opzione Silvio Berlusconi e di Matteo Renzi non vuole neppure sentir parlare.

Al momento i 4 nomi più forti per la presidenza della Repubblica sono quelli di Mario Draghi, Marta Cartabia, Silvio Berlusconi e Pierferdinando Casini. Fondamentali le prime tre votazioni. Il paradosso è che il Pd è sì tornato il primo partito nei sondaggi, ma i numeri dei grandi elettori dicono in maniera inequivocabile che la maggioranza ce l’ha il centrodestra. E che quindi non è pensabile ragionare come se si fosse autonomi. E in paradiso non si va a dispetto dei santi.

Sacrificati.

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