Fischi e fiaschi della XL settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XL settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XL settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

ALDO MATTIA

Aldo Mattia (Foto: Stefano Carofei © Imagoeconomica)

È una questione di spessore. Non puoi infilare una cosa dalle dimensioni troppo grandi in uno spazio troppo angusto. Certo, sforzando e con un po’ di genio si può accroccare la cosa ma ti ritrovi sempre con l’impressione del ‘fuori posto‘: vale per i libri negli scaffali, i soprammobili sui ripiani, i panni nella valigia. E vale pure per le persone.

È il caso di Aldo Mattia di Frosinone. Dirigente nazionale di Coldiretti per molti anni, è stato il potentissimo direttore che ha risolto i problemi in Sicilia, riorganizzato la Sardegna, restituito un ruolo adeguato al Lazio, rigenerato la Basilicata. Alla politica aveva sempre detto no nonostante centrodestra e centrosinistra avessero bussato alla sua porta offrendogli un ruolo tecnico: quello di assessore regionale all’Agricoltura. Tanto in Sardegna quanto nel Lazio ha rifiutato. Per una questione di ruoli.

Coldiretti è un’associazione che alla politica è sempre stata contigua ma tenendo le giuste distanze. È Coldiretti che contamina la politica, non il contrario. Da sempre, i suoi uomini migliori li candida e li elegge: ma nei ruoli dell’Europa e cioè lì dove si prendono le decisioni Agricole. Non in Italia dove le scelte fatte a Bruxelles devono solo essere ratificate ed applicate. È per questo che la potentissima organizzazione degli agricoltori ha sempre avuto una sua pattuglia in Ue: il pantheon annovera la foto ingiallita dell’ex direttore di Frosinone Gerardo Gaibisso. (Leggi qui: È morto Gerardo Gaibisso, il democristiano scomodo).

Aldo Mattia lo ha messo in campo al posto giusto, nel momento giusto, per la mission giusta. La scorsa estate il direttore è andato in pensione ed ha accettato la candidatura come capolista a Montecitorio in Basilicata. Non è entrato nel solco di Giorgia Meloni: la strada l’ha dissodata lui come dimostrano i voti di FdI sul territorio, sono nella media dentro le città e ben sopra le media nei territori agricoli. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti del giorno: mercoledì 24 agosto 2022).

Una settimana dopo il voto Giorgia Meloni ha compiuto la sua prima uscita pubblica. Dove? Alla convention nazionale di Coldiretti. Dove le standing ovation sono state due: per lei e per Aldo Mattia. Non è un caso che il nome del dirigente frusinate sia ora nell’elenco da tenere pronto quando il Presidente della Repubblica chiamerà al Colle Giorgia Meloni. La casella è quella dell’Agricoltura. Come Ministro.

Perché è una questione di spessore: non puoi mettere un Aldo Mattia in un posto qualsiasi. E Coldiretti difficilmente sbaglia posto. In Ciociaria, nella sua Ciociaria, nessuno s’è sbracciato per festeggiare. Anche questo è un segnale.

Aspirante ministro.

PAOLO PULCIANI

Paolo Pulciani

Lo avevano confinato al Regionale, convinti di avere sterilizzato le sue ambizioni. E con loro anche quelle delle nuove sensibilità entrate a far parte di Fratelli d’Italia. Come gli ex forzisti di Antonello Iannarilli, gli ex centristi di Gabriele Picano, i mai sopiti gerarchi di Alessandro Foglietta, i post alfaniani di Alfredo Pallone.

Con tutti loro l’avvocato Paolo Pulciani voleva costruire un’amalgama ed un nuovo equilibrio capace di tenerli uniti al popolo che da sempre milita sotto la bandiera della Fiamma portata avanti da Massimo Ruspandini.

Ma si stava generando una miscela potenzialmente esplosiva. Finita con una richiesta di Congresso poi superata con la nomina di Ruspandini a plenipotenziario del Partito. E lo spostamento di Paolo Pulciani al Regionale. (Leggi qui: Pulciani promosso e dimesso: FdI passa a Ruspandini).

E lì ha fatto l’unica cosa che sapeva fare. Lavorare. Al punto che come riconoscimento ci si è sentiti in dovere di collocarlo in lista alla Camera dei Deputati. In una posizione molto border che sta al confine con l’impossibile. Ma Napoleone Bonaparte sceglieva i suoi generali tra quelli competenti, audaci e che avessero soprattutto fortuna. Perché quando hai finito tutti i colpi di cannone, l’unico colpo che ti resta è quello di culo.

Il destino deve essersi sentito in debito con l’avvocato di Pofi. Perché si è incasellata una serie di risultati impossibili: l’errore nei conti a Taranto, la fine dei candidati in Veneto, la necessità di assegnare un seggio al migliore ‘resto’ rimasto in Italia. E la pallina lanciata sulla ruota del destino dove si è fermata? Sul nome di Paolo Pulciani. (Leggi qui: Paolo Pulciani è deputato: grazie allo zero virgola).

Da ieri è Deputato. Lo ha confermato la Cassazione. È alla pari con Massimo Ruspandini. Chissà tra i due chi è più contento. Al destino il senso dell’ironia non manca.

Chi la dura la vince.

STEFANO BONACCINI

Stefano Bonaccini. Foto © Paolo Lo Debole / Imagoeconomica

Non ha parlato. Non lo ha fatto in circostanze in cui non parlare era praticamente impossibile, cioè al Nazareno e con il Pd in piena crisi di autocoscienza dopo aver perso le elezioni. La logorrea dell’autocritica incensante e la necessità di dire davvero qualcosa erano catalizzatori potentissimi. Ma lui non ha parlato.

Ognuno ha detto la sua sul perché il Pd fosse arrivato a quel punto e su come da quel punto si dovesse ripartire: reset, restart, revisione, rinascita, resurrezione, resa dei conti.

E che Stefano Bonaccini fosse uno che ha sempre preferito fare piuttosto che enunciare lo si era capito da tempo. Però stavolta il suo silenzio ha avuto un valore doppio. Non è stato solo il silenzio di uno che non aveva cose da dire in quel contesto di geremiade collettiva. No, quello di Stefano Bonaccini è stato un silenzio che ha parlato. E che ha detto molte cose.

Ad esempio che l’autoanalisi la fanno gli sconfitti e non i ricostruttori. Poi che nel Pd c’è e c’è sempre stato, orbi dolosi a parte, un secondo livello di amministratori di rara lucidità. E che ora è il loro momento.

Senza doppio petto da sempre ed in linea granitica e coerente con quel silenzio Bonaccini non ha parlato. Non lo ha fatto e facendolo ha detto forte che si, lui è pronto.

Afono stratega.

FIASCHI

RICCARDO MASTRANGELI

Foto © Filippo Rondinara

I principi si inculcano da piccoli. Perché poi se uno si abitua diventa molto difficile sradicare quei comportamenti. Vale per i bambini. Vale per i governi comunali appena insediati. E così il sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli finisce subito sul banco di prova. Non per fare un test: ma per una prova di forza che rischia di sfociare in una crisi a poche settimane dalla sua elezione. E sul tema simbolo della sua amministrazione come lo fu per la precedente: Solidiamo.

Solidiamo è quello strumento inventato dal sindaco Nicola Ottaviani dieci anni fa. Che azzera o riduce all’osso il compenso per gli amministratori comunali. E dirotta quei soldi su un fondo che finanzia borse di studio per i giovani ed attività per gli anziani. Tutti hanno fatto i complimenti per l’iniziativa, nessuno in Italia l’ha copiata.

Ora a Frosinone viene aperta la discussione. Affinché venga rivista Solidiamo e ridotte le decurtazioni. Non per taccagneria ma per ribadire un principio di buona amministrazione: i tagli vennero decisi in un periodo nel quale le casse del Comune di Frosinone stavano finendo in bancarotta; fu l’allora assessore Mastrangeli a disegnare il perimetro per evitare il dissesto. Percorso virtuoso, rispettato e che ha traghettato la città fuori dalle secche. Proprio perché ora e condizioni ci sono, Fratelli d’Italia chiede una riflessione su Solidiamo e le sue decurtazioni.

Ma il caso non è solo amministrativo. È soprattutto politico. Il coordinatore cittadino di FdI Fabio Tagliaferri ha voluto così mettere alla prova l’affidabilità del neo sindaco. Perché quando Tagliaferri rinunciò a candidarsi come sindaco e garantì l’unità del centrodestra Mastrangeli prese un impegno: essere collegiale nelle scelte a differenza di quanto aveva fatto Ottaviani portando al minimo i rapporti con FdI.

Il recente silenzio di Mastrangeli, anche sulla dichiarazione di Pasquale Cirillo secondo il quale Solidiamo resterà senza se e senza ma ha fatto salire i toni della discussione. «I patti non erano questi, se dobbiamo romperli facciamolo» sostiene Fabio Tagliaferri. È la prima tensione seria. Che rischia di avere subito conseguenze. Per l’una e per l’altra parte.

Rischiando la crisi.

CARLO CALENDA

Carlo Calenda (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

L’importante è saperlo. Quando ha fondato Azione ha creato un’intelligente terreno di approdo per quell’area del Pd che ormai stava stretta nel Partito o non si riconosceva nella bandiera democrat pur non essendone molto lontano. Ora la mission sembra cambiata. L’obiettivo di Carlo Calenda è diventato quello di demolire il Partito Democratico per scalarne poi le macerie. Cominciando dal Lazio.

È il Lazio quello che Carlo Calenda vuole. Lo ha fatto capire in settimana dicendo dai microfoni di Zapping su Rai Radio 1 “Nel Lazio il Pd ha il peggiore sistema di potere del Pd in tutta Italia, mentre a Nord ci sono sindaci capaci. Il Lazio è il nucleo del problema del Pd e comunque c’è una saldatura con M5S molto forte”.

Il fatto è che Azione governa il Lazio. Insieme a Nicola Zingaretti. E con due assessori del Movimento 5 Stelle in giunta. Così come governa il Comune di Frosinone dove un suo dirigente provinciale siede in Giunta insieme a Fratelli d’Italia.

È evidente che se la predica è questa allora diventa difficile credere alla purezza d’animo di Calenda. Ma è più facile capire che il suo obiettivo è distruggere il Pd per poi scalarlo. Comprensibile. Condivisibile a seconda della parta in cui si sta. Auspicabile per alcuni. Esecrabile per altri. Ma al prezzo di consegnare la Regione al centrodestra dopo dieci anni.

Il rischio è quello di inquinare i pozzi ai quali poi da novembre Azione potrebbe decidere di bere. Perché il Modello Lazio costruito da Nicola Zingaretti ha una caratteristica: si basa sulla condivisione dei progetti prima che sui numeri. È questo ad avergli fatto vincere anche le elezioni bis, primo governatore nel Lazio a riuscirci. Se mancherà quel clima, oltre che quella coalizione, sarà inutile concorrere.

Basta saperlo.

MAURIZIO LANDINI

Maurizio Landini (Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

In piazza per il lavoro, un fisco equo “che faccia pagare meno tasse a chi le paga“, per mettere fine alla guerra e a quella speculazione che porta le bollette a livelli mai visti e impoverisce i lavoratori. Il leader della Cgil Maurizio Landini è stato chiaro sulle ragioni della protesta fatta nelle ore scorse dal suo sindacato. E per chi crede in quei valori ci sta.

È giusto. È un segnale di democrazia la possibilità di manifestare e dire che non si è d’accordo con le linee politiche scelte ed attuate dal Governo. Si, ma quale Governo?

Perché al momento a Palazzo Chigi siede ancora Mario Draghi. E Giorgia Meloni, almeno sulla carta, rimane solo una delle ipotesi. La più accreditata. La più legittimata. Ma sempre ipotesi è. Ad oggi governa Draghi con un esecutivo di tecnici sostenuti da tutti tranne FdI salvo poi andare in crisi.

Maurizio Landini, con quelle motivazioni s’è ritrovato a compiere una fuga in avanti. Autorizzando il prossimo governo a dire che i No della Cgil sono solo il frutto di un pregiudizio

E non è quello di cui hanno bisogno in questo momento i lavoratori rappresentati dalla Cgil. A loro serve un interlocutore capace, con idee concrete e realizzabili. La politica è altro.

Troppo veloce.

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