Fischi e fiaschi della XLI settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Alessio Porcu

Ad majorem Dei gloriam

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

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GIORGIA MELONI e SILVIO BERLUSCONI

Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni

Si è assolutamente vero: uno non vale uno, uno non vale l’altro. C’è una totale differenza di approccio tra quello messo in campo da Giorgia Meloni in questi giorni e quello mostrato, nella stessa circostanza cinque anni fa, da Luigino Di Maio.

La differenza è tanto ampia quanto riassumibile. Basta una sola parola: competenza. La leader di Fratelli d’Italia non ha sbagliato una sola delle tante mosse compiute nel corso della settimana più lunga della sua vita politica. Nè sul piano strategico né su quello tattico.

Ha centrato l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, schivando il trappolone messo lungo il percorso da un certo Silvio Berlusconi, che in quanto ad esperienza sul campo non difetta. Ha condotto senza difficoltà all’elezione della presidenza di Montecitorio il candidato concordato con l’alleato principale. Soprattutto ha contenuto le invadenze di un totem vivente come Berlusconi, pienamente consapevole delle poche armi concesse dalle elezioni al suo arsenale di Partito. E proprio per questo intenzionato a giocarsele con astuzia.

Silvio Berlusconi nel mercanteggio è imbattibile: il migliore venditore di tappeti che sia mai apparso sulla scena; tanto che qualche anno fa a Pratica di Mare stava riuscendo a piazzare un isolato Vladimir Putin per una collaborazione con l’Alleanza atlantica. Sta tutta lì la contrapposizione andata in scena durante questa settimana: Berlusconi ha alzato il più possibile le sue pretese consapevole che gli sarebbero state respinte; è la tattica del ripiegamento: io rinuncio a Ronzulli ministro ma tu non puoi umiliarmi negandomi quest’altro. Cosa sia lo sa lui ma è certo che interessi le sue aziende.

E per ottenerlo ha sfoderato ogni astuzia: sapeva benissimo che i suoi appunti li avrebbero letti in mondovisione; al mondo della televisione e dei dettagli zoomati non è affatto estraneo.

Parimenti, Giorgia Meloni è stata abilissima nell’attestarsi sulla linea del fermezza. E non accettare la trattativa. È il chiaro segnale che la politica delle pastette, degli inciuci, del turarsi il naso, ha stufato gli italiani e lei ne è perfettamente consapevole. Pure lei non è digiuna alla tattica del lancio dei pizzini: come “non sono ricattabile” o “piuttosto i ministri di Forza Italia li scelgo io”.

Entrambi sanno che in Italia le rivoluzioni si fanno dal lunedì al venerdì: al sabato si accompagna la moglie al supermercato e la domenica ci sono le partite. In queste ore gli sherpa sono già in campo, Marina e Piersilvio stanno ammansendo il Cav mentre Guido Crosetto sta mitigando il fronte di Giorgia.

È molto probabile che la settimana entrante troveranno la quadra. Ma qualunque sia il punto di caduta, entrambi ne usciranno da protagonisti.

Vecchie volpi.

DANIELE LEODORI e NICOLA ZINGARETTI

Nicola Zingaretti e Daniele Leodori (Foto: Imagoeconomica, Stefano Carofei)

Arroccato come una guarnigione di legionari nel fortino in mezzo al deserto, sta tenendo alta la bandiera del centrosinistra. Mentre col binocolo tutt’intorno registra l’ammassarsi di truppe del centrodestra. Che non vedono l’ora di essere lanciate all’attacco per conquistare dopo dieci anni la Regione Lazio.

Il problema maggiore per il vice presidente della Regione Lazio Daniele Leodori non è questo. Ma ‘i culi di pietra che stanno a Washingtoncome ebbero a lamentarsi molti colonnelli impaludati nelle fango della Corea: cioè i livelli nazionali dei Partiti che compongono la formidabile alleanza costruita pazientemente in questi anni da lui per Nicola Zingaretti.

Nel Lazio infatti governa una coalizione unica in Italia. Vede insieme, praticamente senza scossoni, l’intero fronte Progressista: dal Pd al M5S, da Azione a Italia Viva ed i civici. Uniti sui progetti e non dai numeri. Un’esperienza che, piaccia o no, ha condotto a risultati enormi: dieci anni fa la Regione Lazio era tecnicamente fallita ed i più fortunati ottenevano i pagamenti a due anni dalla fattura mentre ora è normale essere pagati dopo due settimane. Dieci anni fa il centrodestra di Renata Polverini chiuse gli ospedali ed accorpò i letti di Frosinone con quelli di Roma: per non aumentare i posti negli ospedali ciociari e non tagliare quelli in accesso nella Capitale. Ora la sanità è una cosa diversa. Migliorabile. E molto. Ma si partiva da un punto ben peggiore.

I ‘culi di pietra che stanno a Washington‘ (leggasi Carlo Calenda e Giuseppe Conte) sono convinti che il fortino della Regione Lazio possa essere una pedina sacrificabile. Lasciata massacrare per poi prenderne a buon mercato le macerie e costruirci i loro nuovi Partiti, uno di Sinistra ed uno di Centro. A nessuno di loro è chiaro il ritorno al passato. E che se gente quotata decise la fusione a freddo nel Pd una ragione doveva pur esserci.

In questo assedio, Daniele Leodori per l’intera settimana ha lanciato messaggi. Facendo capire che una maggioranza c’è. E funziona pure. Non c’è bisogno di inventarne una nuova. Ed è la maggioranza di Nicola Zingaretti. Disperderla significherebbe non potersi più intestare dieci anni di risultati. E cedere il Lazio al centrodestra. Senza motivo.

Le ultime bandiere.

PAOLO MARINI e MAURIZIO PICA

da sx Marini, Pica e Lungarini

In genere li prendono per matti. Ed oltre alla consapevolezza di avere ragione devono sopportare pure lo scherno ed il dileggio di quelli con la vista corta. I visionari hanno le spalle larghe. Come quelli che a Frosinone nel 1984 realizzarono il primo bus interamente elettrico e cominciarono a venderne in tutta l’Italia. Poi lo stop e l’orlo del fallimento. Fino all’arrivo di un altro visionario. L’industriale Paolo Marini nei giorni scorsi ha annunciato il ritorno alla produzione della storica Tecnobus Industries di Frosinone. Ma non è questa la faccenda. (Leggi qui: Tecnobus rinasce: il nuovo Gulliver è già in strada).

La soddisfazione, per i visionari, ha un profumo particolare. Che ripaga di amarezze, scherno e dileggio. In questo caso, per Tecnobus il profumo è quello salmastro del mare. Perché il Comune di Civitavecchia, per continuare a garantire il trasporto pubblico locale e fronteggiare l’aumento esponenziale del metano da autotrazione (+400% in soli 12 mesi) ha deciso di aggiornare la flotta chiamando in servizio i minibus elettrici Gulliver dell’azienda di Frosinone.

 Tra i visionari degli anni 80 c’era Maurizio Pica , oggi Direttore Generale di Tecnobus. A lui è toccata la soddisfazione di annunciare “Saremo i primi ad a offrire a Civitavecchia il servizio di trasporto pubblico 100% elettrico. Porterà i passeggeri dalle navi da crociera direttamente alla stazione ferroviaria“. 

L’accordo, stipulato tra Civitavecchia Servizi Pubblici e Tecnobus rappresenta un primo atto per fronteggiare, nello stesso tempo, l’inquinamento ed il caro carburanti. L’annuncio è stato dato da Paolo Marini e Fabrizio Lungarini, (presidente di Civitavecchia Servizi Pubblici) dagli stando di “Next Mobility Exhibition” in Fiera Milano. Un palcoscenico non casuale: significa che Civitavecchia ha fatto la sua scelta green e Tecnobus ne sarà il mezzo su cui far viaggiare il progetto.

Visionari a piena carica.

FIASCHI

CARLO CALENDA

Carlo Calenda (Foto: Paolo Cerroni © Imagoeconomica)

Il coraggio non gli è mai mancato. Meno ancora la visione. E soprattutto la competenza. Non a caso fu una delle novità più efficaci all’interno del governo varato tra mille aspettative da Matteo Renzi e poi da Paolo Gentiloni. C’è Carlo Calenda dietro moltissimi salvataggi di aziende, riconversioni industriali, progetti di risanamento.

Con altrettanta lungimiranza ha previsto che il Partito Democratico sarebbe collassato sotto il peso delle sue contraddizioni e dei suoi compromessi. Perché il Pd non è né il Pci né la Dc che avevano un collante ideologico ad unire ciascuno di loro, avevano un nemico (il comunismo per uno, il classismo per l’altro) nel nome del quale le ferocissime correnti interne alla fine si ricompattavano.

A Carlo Calenda va riconosciuto il merito di avere creato una formazione politica alla quale è andato molto del consenso che altrimenti il Pd avrebbe comunque perso ma sarebbe andato altrove. Ora vuole, legittimamente, completare il percorso: demolire il Pd e prenderne i pezzi di elettorato più grossi per costruire insieme a Matteo Renzi un nuovo soggetto centrista.

Lungo questa strategia c’è la Regione Lazio. Carlo Calenda sa bene che la sconfitta del Pd dopo i dieci anni di governo zingarettiano sarebbe un colpo mortale. Proprio per questo ormai da mesi sta dicendo no ad un bis della coalizione della quale fa parte e che ancora oggi governa il Lazio.

Ritiene che il Modello Lazio costruito da Daniele Leodori per Nicola Zingaretti sia un’esperienza non ripetibile. Legittimo sul piano politico. Non su quello amministrativo. Perché se lo scopo è quello di abbattere i Dem per sostituirli con Azione (e M5S a sinistra) la sconfitta nel Lazio è una tappa. Se lo scopo è governare il Lazio e garantire ai suoi cittadini i servizi ricostruiti in questi anni da Nicola Zingaretti è altra faccenda.

Proprio per questo, da più parti e soprattutto dalla base, stanno chiedendo di tenere sul piano nazionale il confronto politico e lasciare il Lazio fuori da questi giochi. Perché va bene rafforzare il Partito ma bisogna rendersi conto che così si distrugge il centrosinistra. E quindi una parte stessa di Azione.

Parigi non val bene una messa.

CARLO CICCIOLI

Carlo Ciccioli (Foto Daloiso © Imagoeconomica)

Il 15 settembre l’Italia ha fatto per l’ennesima volta i conti con la sua assoluta impreparazione a contenere la furia della natura e, come troppo spesso accade, il paese ha dovuto piangere i suoi morti. L’immagine è in iperbole, lo è perché a piangere i propri morti sono stati i congiunti e non il Paese, che i morti li piange solo perché troppo spesso non li sa tenere fra i vivi.

Una cosa è certa: l’ultima alluvione nelle Marche ha dato forse come non mai la cifra di una nazione che deve mettere le risorse del Pnrr a servizio di roba molto più basica ed importante dei Massimi Sistemi di cui si conciona ormai da mesi. Ma il problema non è solo l’assetto idrogeologico carente dell’Italia, non è solo quello a contare che in giro ci sono persone che danno la colpa indiretta non alle acque che scorrono furiose ma a chi sulla loro traiettoria non doveva trovarsi.

Ecco cosa ha detto il consigliere regionale di Fratelli d’Italia delle Marche Carlo Ciccioli relazionando nella sede istituzionale che faceva il punto sulla tragedia: lui ha parlato di “vittime nel posto sbagliato al momento sbagliato“.

Mettiamola meglio: il primo Ciccioli, dato che ce n’è stato un secondo che ha capito quel tipo di “frescaccia” gli avesse arieggiato dalla bocca, ha sostenuto, elencando pignolo tutti gli scenari, che quella tragedia ha avuto in incentivo dato dalle scelte sbagliate delle vittime di valutare il grado di pericolo.

Attenzione, di FdI Ciccioli è capogruppo e uomo di punta nel governo di secondo livello. Poche ore dopo lo stesso ha corretto il tiro ed ha fatto una doverosa retromarcia, spiegano sulla sua pagina Facebook che no, lui non voleva offendere le vittime e fin qui ci sta.

Ma il dato affiora troppo prepotente per non coglierlo: la classe politica italiana paga da troppo tempo pegno ad una spavalderia di linguaggio a cui spesso con corrisponde una reale visione distorta dei fatti, ma che di certo contribuisce a fare pensare che negli spot decisori del Paese ci siano troppe persone che non contano fino a 10 prima di divaricare mandibola e mascella e far partire le corde vocali.

La classe politica gioca ad inglobare gente “che conta” ma non conta e dovrebbe essere saggia per delega ricevuta e migliore della somma dei suoi errori per indole etica, ma non è ancora così. E spesso quando lo si vede è già troppo tardi.

Fateli contare.