Fischi e fiaschi della XLV settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLV settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

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Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XLV settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

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DANILO MAGLIOCCHETTI

Danilo Magliocchetti con Riccardo Mastrangeli

La Pec è stata inviata alle ore 9 e 27 minuti e 48 secondi di domenica mattina. Una sola frase, indirizzata al sindaco Riccardo Mastrangeli. “Il sottoscritto Danilo Magliocchetti rassegna le proprie dimissioni dalla carica di assessore comunale per motivi personali”. Non ha voluto sentire ragioni, non ha aspettato nemmeno un minuto.

L’assessore al Centro Storico di Frosinone ha voluto che nemmeno l’ombra di una chiacchiera potesse superare l’uscio del municipio. Venuto a sapere che il suo nome veniva accostato a storie di pettegolezzo non ha perso tempo ed ha separato in maniera netta la sua vita pubblica da quella privata.

Non era tenuto a farlo. Non era un passo dovuto. Perché non viene messa in discussione la moralità dell’assessore, né il suo comportamento come amministratore, né la regolarità degli atti che ha ispirato e firmato.

Il solo fatto che il suo nome venisse accostato a vicende legittime ma di cui la gente poteva chiacchierare lo ha fatto sentire a disagio. A prescindere dal fatto se quei pettegolezzi riguardino davvero lui oppure il vero protagonista sia un altro. A Magliocchetti è bastato che circolasse il suo nome. Ed ha chiuso la porta del Comune ad ogni chiacchiera.

Antico senso delle istituzioni.

LUCA FANTINI

Salera e Fantini

Viene da una cultura politica nella quale il termine Unità non indica un quotidiano ma un modo di fare politica. E nel nome dell’unità del Partito Democratico il Segretario Provinciale Luca Fantini ha convocato per domenica 20 novembre la Direzione in cui si deciderà la rotta da seguire per le prossime elezioni provinciali del 18 dicembre.

Ha invitato i sindaci. Primo tra tutti quello di Cassino che in questi giorni lo sta metaforicamente prendendo a calci negli stinchi. Enzo Salera ha un senso della suscettibilità molto labile e nei giorni scorsi s’è sentito ignorato da una Direzione Provinciale che ha sempre accusato di averlo politicamente trascurato. Soprattutto sul tema delle alleanze. Perché Cassino è il Comune più grosso tra quelli amministrati dal centrosinistra in provincia di Frosinone. E con i suoi voti è determinante per l’elezione del Presidente della Provincia.

Ha fatto sapere che non avrebbe votato alcun accordo raggiunto da Francesco De Angelis. Intendendo così i vertici provinciali. Ha convocato per martedì al Teatro Manzoni i sindaci di area, scavalcando così il Partito ed i suoi dirigenti. In realtà, dietro c’è molto altro e molto più importante. (Leggi qui: La battaglia finale che passa per il voto in Provincia).

Con infinita pazienza, Luca Fantini ha evitato di alzare la voce. Ma ha preso la carta intestata ed inviato domenica mattina una nota a tutti i sindaci. Evidenziando che “La settimana appena trascorsa ha decretato l’ufficialità della data per il rinnovo della carica del Presidente della Provincia; il prossimo martedì, con la direzione Regionale Pd, si sceglierà il candidato per la successione al Presidente Zingaretti, in Regione Lazio. Questi due appuntamenti sono decisivi per dar seguito al lavoro da fare sul nostro territorio. Ci riuniremo, dunque, e sceglieremo con il supporto del gruppo dirigente Pd, degli amministratori. Questo è lo spirito del Pd, senza ‘pacchetti preconfezionati’, ma con la volontà di arrivare a scelte condivise ed unitarie così come è sempre accaduto sulle decisioni importanti di questi anni”.

La realtà dei fatti è semplice. Nessuno ha i voti necessari per eleggere i presidente della Provincia. Piaccia o no, il presidente è sempre stato eletto con un accordo trasversale. In campo c’è il nome del sindaco di Frosinone Riccardo Mastrangeli. Ma ci sono anche due cordate che hanno come punto di caduta un sindaco civico: Luca Di Stefano di Sora e Giuseppe Sacco di Roccasecca. C’è divisione, netta: anche dentro i poli. Nel centrosinistra il sindaco di Paliano Domenico Alfieri ha già detto che per lui Mastrangeli è l’unica ipotesi; l’assessore Luigi Maccaro di Cassino ha detto che Sacco è il migliore punto di sintesi; Francesco Trina su Facebook ha scritto no a Mastrangeli. Ognuno in dissenso con la propria area. Luca Di Stefano guarda e aspetta: la soluzione di equilibrio si pesa solo all’atto pratico.

Luca Fantini ne è consapevole. Se Enzo Salera vuole prendere parte alla decisione, il peso di Cassino sarà determinante. Tanto da potersene intestare il merito. Al Segretario non importa: a lui interessa il risultato.

Pragmatica pazienza unitaria.

MASSIMO D’ALEMA

Massimo D’Alema

Il comune denominatore dei politici di rango non è il loro Partito, è la politica. Non è mai troppo banale ricordarlo. Esistono cioè persone che si dedicano alla cosa pubblica o alle battaglie per affermare una visione o più prosaicamente un sistema per motivi molto meno “partigiani” di quanto non dica la loro tessera.

Essi sono innanzitutto lusingati dal controllo, poi sono consapevoli dei mezzi intellettivi e caratteriali che ci vogliono per esercitarlo e del fatto che si, loro quei mezzi li posseggono. Ecco perché alla lunga e in date condizioni di quiescenza i politici si fiutano fra di loro come bracchi di una muta eletta.

Perché si riconoscono ed ognuno di loro sente l’aura di forza che arriva dall’altro, che stia o meno a bottega eguale. Non stupisce più di tanto perciò il fatto che Massimo D’Alema abbia porto a Giorgia Meloni un endorsement molto meno eretico di quanto le menti piccine abbiano subito strombazzato.

Ha detto l’ex “Leader maximo” della premier in carica: “Giorgia Meloni è una donna capace, robusta politicamente, rappresenta molto più di altri quel mondo della politica che è stato così disprezzato e si è preso una rivincita“. Ecco, scoperto che a D’Alema piacciono le politiche eticamente con “gli attacchi forti” e dotate di quella robustezza che ne fa delle lottatrici assolute, cerchiamo di capire cosa abbia voluto dire l’ex premier alla nuova premier.

Questa settimana ad Agorà D’Alema ha un po’ giocato a fare lo sportivo con paturnie da talent scout ed un po’ a fare il “rompi” con Enrico Letta. Che della Meloni teme innanzitutto quello che D’Alema loda, cioè la bravura. Solo che poi la camuffa da fascio-spettro ed alle elezioni le busca.

Meloni era la Segretaria del movimento giovanile del suo Partito. È una donna che ha fatto politica, ha fatto della politica una scelta di vita. Io queste cose le apprezzo”. Poi la chiosa storica con annesso frustino sulla schiena del Nazareno: “Il paradosso è che dopo tanto nuovismo noi ci ritroviamo al Governo il partito più novecentesco che c’è. Io ritengo che sia molto importante che il Partito democratico ritrovi la sua capacità di azione, in questo momento appare più l’oggetto della politica che non un soggetto”.

Capito? D’Alema non solo apprezza la Meloni, ma vorrebbe che la sua carica nevrile arrivasse nelle stanze oppiacee del suo ex Partito. Dove si pensa prima di agire e poi invece di agire si pensa ancora. Perché Massimo D’Alema lo sa bene come far male ad uno dicendo bene di altri. E che lo sapesse lo ha voluto far sapere.

Ancora picchia.

FIASCHI

NICOLA ZINGARETTI

Nemmeno alla domestica sorpresa a rubare. L’atteggiamento avuto dal Partito Democratico nei confronti di Nicola Zingaretti è la sintesi di quanto sia scaduto il Nazareno. Indeciso ed in ritardo nelle scelte perché impegnato a sedare le zuffe interne, concentrato su pesi e misure con cui bilanciare gli spazi tra ras e correnti, sempre più lontano dal Paese reale. Che per questo motivo lo vota sempre meno.

In settimana il Governatore si è dimesso dopo dieci anni alla guida del Lazio: l’unico finora ad avere compiuto due mandati; più altri cinque anni da presidente della Provincia di Roma. A battergli le mani: nessuno del Partito. Solo un tweet di Enrico Letta più gelido di quello che avrebbe riservato Maurizio Zamparini nel congedare uno dei suoi effimeri allenatori.

Nicola Zingaretti paga il suo tentativo di rinnovare il Partito Democratico, creando un Partito nuovo e non un nuovo Partito. È il vero motivo che lo ha portato a mollare la carica di Segretario nazionale: quando si è reso conto che invece di seguirlo sulla rotta della rigenerazione discutevano di grammi, centimetri e sedute dalla varia comodità.

Perché fondamentalmente il Pd è questo. Afflitto dalla stessa malattia che poco alla volta ha reso debole e moribonda la Democrazia Cristiana: il correntismo e la predilezione per il potere. Il resto fu solo l’occasione per staccare la spina: la Dc era morta già da tempo. Ed il Pd si avvia allo stato comatoso. Al punto da non trovare nemmeno il tempo per riconoscere il lavoro compiuto nella seconda regione in Italia da uno dei suoi uomini di punta.

Sic transit gloria Factionis Democraticae

ROBERTA LOMBARDI

Roberta Lombardi (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Ci ha provato fino alla fine. Ha tentato di far capire al Movimento 5 Stelle che c’è una fase in cui bisogna essere di lotta ed una fase in cui bisogna essere di Governo. E che nel Lazio c’erano le condizioni per restare alla guida della Regione. Dove in questi anni il M5S è stato: partecipando a riforme, snellimenti, risparmi, transizioni varie. Fatte nelle forme e con gli indirizzi che l’elettorato grillino ha in cifra. Tutte cose che Roberta Lombardi ha costruito lavorando gomito a gomito con Nicola Zingaretti dopo averlo combattuto.

Le dichiarazioni fatte questa settimana da Giuseppe Conte dicono che quella fase è chiusa e che il tempo di Roberta Lombardi è finito. Il Movimento 5 Stelle nel Lazio si presenterà alle urne con un suo candidato. È la stessa cosa avvenuta cinque anni fa. Con una scommessa diversa: agganciare le percentuali del Pd e scavalcarlo, diventando la prima forza dell’area Progressista. (leggi qui: Zingaretti: «Le dimissioni domani, ho servito la Costituzione»).

Un gioco rischioso. Perché si basa sui numeri delle elezioni Politiche di settembre. Ma cinque anni fa, quando il M5S si presentò da solo e contro il Pd, poteva vantare numeri ben maggiori: fu la prima forza in Italia e mandò Conte a Palazzo Chigi. In quello stesso giorno nel Lazio vinse Nicola Zingaretti. Non è proprio un precedente da ignorare.

Roberta Lombardi ha provato a spiegarlo. Tentando, allo stesso tempo, di far ragionare anche un Pd ormai a trazione sempre più liberale e meno socialista. È chiaro che né Alessio D’Amato, né Carlo Calenda, né Luciano Nobili sono sulle frequenze di Zingaretti. Ed infatti alle sollecitazioni dell’assessore Lombardi non sono arrivate risposte convincenti. (leggi qui: Regionali: Lombardi tiene aperto il dialogo Pd – M5S).

Alessio D’Amato nelle ore scorse ha ribadito che il termovalorizzatore di Roma non è competenza della Regione e che per farlo c’è voluto un decreto di Mario Draghi. Potrebbe essere un segnale. Per ora non è sufficiente. (leggi qui: I dubbi di Smeriglio, i segnali di D’Amato).

Voce di colei che grida nel deserto.

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