Fischi e fiaschi della XXII settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

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ENRICO MENTANA

Cosa hanno in comune Francesca Fagnani paparazzata in una chiesa a lanciare capelli come ex voto ai piedi di una statua e un dipendente di Urbano Cairo che entra urlando in un’enoteca con un mandato di spesa da 400 euro netti? Il comune denominatore si chiama Enrico di nome, Mentana di cognome, “Mitraglietta” di nomignolo e Maratona di toponimo. Ecco, quelle tre M messe assieme sono state per 100 giorni la croce di chi con il direttore del TgLa7 ci lavora e ci vive e la delizia di chi ama l’informazione verticale e massiva.

Per 100 giorni netti, uno per ogni giorno della guerra della Russia all’Ucraina, Mentana si è collegato con i suoi telespettatori a partire dalle 17 e sfumando via via nel Tg che lui dirige dopo tre ore di analisi, lanci, approfondimenti e focus sul conflitto. Lo ha fatto avendo come sponda per 300 ore (altro numero mistico che non a caso evoca Leonida e le Termopili) uno che di guerra e strategia ne sa tanto, o almeno credeva di saperne prima di affrontare i cimenti maratoneti di Mentana.

Il fenomeno Fabbri

Dario Fabbri non è solo un esperto di geopolitica, Fabbri è un eroe nel senso più classico e lacedemone del termine, uno che a volte si è dovuto detergere i cascami di secchezza di labbra ed ugola con una spatola da lavavetri più di Forlani di fronte a Tonino Di Pietro. Ecco, a distanza di 100 giorni e con la “promessa” di tornare in campo se dalla melina si dovesse sfociare di nuovo in fatti salienti, Mentana ha chiuso la sua Maratona sulla guerra in Ucraina.

Lo ha fatto con una spiegazione sui social stranamente ermetica, a considerare piglio e logorrea del personaggio: “Oggi, nel centesimo giorno di guerra, completiamo, almeno per ora, i nostri appuntamenti quotidiani delle 17. È giusto così, ora che il conflitto si fa scontro di logoramento”. E sul maratoneta Mentana parlare in iperbole sarcastica o con grip macchiettistico è facile, ma se dalla follia benevola di Mentana togli la prima e lasci solo lui quello che emerge è un ritratto serio e da mettere in teca.

Il ritratto di uno stakanovista dell’informazione, di uno cioè che giganteggia in maniera anacronistica e bella in un mondo fatto solo di info spot, lanci ed ospiti in batteria che spesso usano gli argomenti per deflettere sul loro ego senza considerare più quello per cui sono in studio: il tema. E le Maratone-di-Mitraglietta-Mentana, quelle tre M maledette e benevole al contempo, un po’ ci mancheranno. Perché a noi ci nelle cose ci mette tigna piace.

Fidippide scansati.

MAURIZIO STIRPE

Lo ha detto con la sua solita franchezza, senza fronzoli né giri di parole, a costo di apparire ruvido. Tra le righe dei discorsi che il vice presidente di Confindustria Maurizio Stirpe sta facendo in questi giorni c’è un concetto scomodo. E cioè che l’Italia sta andando a tutta velocità contro un palo. Dall’impatto con il quale rischia di non rimettersi più in strada.

Lo schianto è previsto per l’autunno venturo. Il Paese ci sta arrivando lanciato da un’inflazione spinta dall’aumento dei prezzi, dalla crescita del costo dell’energia elettrica; che a cascata ha determinato l’impennata su tutte le tariffe: perché in un Paese moderno, tutto viene fatto con l’energia elettrica. Ci stiamo arrivando con un mercato del Lavoro che è ancora ancorato a schemi degli Anni 70, appena scalfiti dalla riforma Biagi e poi da quella Renzi.

Al Festival dell’Economia il presidente Stirpe ha evidenziato che il dialogo costruito con i sindacati ha portato al rinnovo del 95% dei contratti; per inciso è lui a capo della diplomazia confindustriale incaricata di tessere quel rapporto. Ma gli aumenti previsti rischiano di essere azzerati proprio dall’impennata dei prezzi. Occorre l’intervento del Governo. E la cosa è talmente evidente che anche il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti si è detto a favore. (Leggi qui: Stirpe: uno stipendio in più all’anno).

Ma l’altro vero nodo scoperto sul quale Maurizio Stirpe e Confindustria battono da tempo è la formazione. I giovani non trovano il lavoro che vorrebbero, le industrie non trovano i lavoratori con le specializzazioni di cui hanno bisogno. La situazione è talmente grave che dopo avere atteso inutilmente vent’anni, Unindustria ha finanziato di sua pecunia l’Istituto Tecnico ad indirizzo Meccatronico assorbendo direttamente in fabbrica i giovani neo diplomati.

Stirpe in questi giorni ha messo a nudo una verità: occorre mettere al tavolo Industriali, Sindacati e Governo. Perché le fabbriche non trovano personale specializzato, i giovani non trovano lavoro, in Italia la percentuale di quelli che non studiano e non lavorano è vicina al 30%. È chiaro che così non funziona. E così andremo a schiantarci.

Il profeta di viale dell’Astronomia.

ROBERTO CALIGIORE

Roberto Caligiore

Il re è nudo. Il sindaco di Ceccano Roberto Caligiore ha ricordato a Fratelli d’Italia che la politica è confronto. Anche interno. Ed ha avanzato la sua richiesta di candidatura alle Regionali del 2023. Non tanto per legittima ambizione personale ma per dimostrare che il Partito di Giorgia Meloni è una formazione nella quale il merito viene premiato, il valore viene riconosciuto. Non è come la Forza Italia dalla quale Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e Guido Crosetto scapparono sdegnati di fronte all’ennesima decisione di Berlusconi adottata senza consultare nessuno.

A prescindere dall’effettiva candidatura o meno, a Roberto Caligiore va riconosciuto il merito di avere sollevato un tema. E cioè quello di evitare la berlusconizzazione di Fratelli d’Italia, con cerchi magici e clan che decidono la candidatura in base alle appartenenze. Certo: il rispetto delle componenti e dei loro ruoli è fondamentale per gli equilibri, ma questo non può prescindere da un serio dibattito interno.

Dibattito che nel suo caso nemmeno è stato aperto. Eppure è stato lui a strappare la Stalingrado di Ciociaria alla sinistra; lui ha riconfermato il mandato quando una congiura di palazzo ha portato alla caduta della sua prima amministrazione. Ed il far parte del dibattito, esserne oggetto di discussione, è un riconoscimento minimo che ha motivo di reclamare.

Non vi libererete di me.

FLOP

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Non è stata una delle sue migliori settimane. La storia del viaggio in Russia annunciato ma mai organizzato ha rischiato di consegnare al ridicolo un leader al quale va riconosciuto il merito d’avere preso una Lega ai minimi storici ed averla portata con pieno merito elettorale al Governo del Paese. Con quali risultati è altra faccenda, legata soprattutto alle tifoserie.

Quel viaggio fantomatico assume i contorni della cialtronata a mano a mano che se ne scoprono i dettagli. Peggio ancora, ci sono le impronte del dispetto da servire a Mario Draghi una volta che fosse tornato dal Cremlino con un generico impegno di Vladimir Putin a diluire l’effetto dei suoi bombardamenti a tappeto. Non si è mai visto un leader politico che prepara una missione diplomatica all’oscuro del Governo di cui il suo Partito fa parte e con una linea non in sintonia con quella del governo che sostiene.

Matteo Salvini è stato l’uomo giusto al posto giusto e nel momento giusto quando bisognava ridare un’identità alla Lega screditata dagli scandali dei diamanti e dei fondi spariti. Poi però gli scenari cambiano: è per questo che si tengono i Congressi. Proprio per registrare la nuoca situazione, scegliere la nuova linea, eleggere l’uomo che dovrà attuarla. I Partiti non sono delle piccole dittature ma sono i pilastri della Democrazia. nella quale il ricambio è fisiologico.

Il viaggio russo è la dimostrazione che la Lega lo sta dimenticando.

Scaduto.

GIANCARLO GIORGETTI

Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica

Leggi sopra. E basterebbe questo. Anzi no. C’è un altro aspetto da evidenziare. E che chiama in causa Giancarlo Giorgetti. Il ministro dello Sviluppo Economico rappresenta da sempre l’ala più filogovernativa della Lega. Che ha la sua ossatura nell’infinito mondo imprenditoriale del Nordest e del Nordovest.

Una parte di quel mondo non condivide nemmeno un po’ la deriva della Lega di questi ultimi tempi. I sondaggi lo stanno dicendo in maniera inesorabile da settimane. Ed un leader è tale se ha la capacità di essere leale al suo capo ma anche di dirgli che la linea non è quella giusta. E se il capo non lo ascolta ha il dovere di prenderne atto. Ed imporre una svolta: fosse un Congresso, fosse una Direzione politica, senza la necessità di un Regime Change. Ma senza escluderla.

Gli occhi sono tutti puntati su Giancarlo Giorgetti, combattuto tra l’obbligo della fedeltà ed il dovere di evitare il tracollo. Pare che qualcuno più pragmatico di lui abbia tracciato una linea. E detto che sotto quella percentuale sarà necessario intervenire. Che a Giorgetti piaccia o no.

Il dovere di un uomo leale.

NANCY PICCARO

Nancy Piccaro

La caduta dell’amministrazione comunale di Roccagorga è faccenda amministrativa, legata alla mancata approvazione del Rendiconto. Ma è anche e soprattutto termometro politico. Che mette a nudo i limiti di un modello: quello dell’armata Brancaleone. (Leggi qui Roccagorga crolla, arriva il commissario e finisce il tempo di Nancy).

La sindaca decaduta Nancy Piccaro può consolarsi pensando che prima di lei dovette fare la stessa amara esperienza Romano Prodi: non proprio un pivello. Ma le coalizioni troppo larghe presentano un limite oggettivo che ne mina la sopravvivenza. Sono coalizioni di interesse, prive di un vero progetto. Che durano fino a quando il logoramento non diventa eccessivo.

La controprova viene da Cassino: il candidato sindaco Enzo Salera rifiutò duemila voti sicuri perché provenivano da settori che avevano amministrato nell’amministrazione alla quale lui si contrapponeva. Opportunismo avrebbe voluto che li imbarcasse, saggezza ha voluto che ci rinunciasse. Ed ora guida un’amministrazione più solida di una corazzata.

La lezione di Cassino.

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