Fischi e fiaschi della XXVI settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXVI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXVI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

RICCARDO MASTRANGELI

Ha saputo di essere diventato Sindaco nella notte tra domenica e lunedì. La proclamazione ufficiale è avvenuta l’indomani mattina presso il comunale Palazzo Munari. A seguire, in sala consiliare, il passaggio della campanella: l’avvicendamento con il fraterno ex primo cittadino Nicola Ottaviani, e la “Festa di tutta Frosinone” al Parco Matusa per lanciare un messaggio: «Sono il sindaco di tutti, anche di chi non mi ha votato». 

La vittoria è stata dedicata innanzitutto a sua figlia Anastasia, designer di Tiffany, il suo gioiello più prezioso. Subito, anche la dedica all’ex moglie Flavia per il suo importante ruolo di madre. Non da ultima la sorella Isabella: un punto di riferimento nella sua vita. Frosinone ha davvero eletto un Lord al posto del più turbolento Zar Nicola. Maturità classica all’Istituto Cistercense di Casamari, laurea in Farmacia, farmacista e poi presidente dell’Ordine provinciale. Fu eletto deputato di Forza Italia nel 1994, quando iniziò l’era di Silvio Berlusconi, e rimase a Montecitorio fino al 1996: quando il Governo Dini avviò il Paese a nuove elezioni. Entrò in Consiglio comunale dal 1998 per essere assessore al Bilancio e alle Finanze nella doppia Giunta Ottaviani. (Leggi qui La vittoria di Mastrangeli e quella del centrodestra).

Il passaggio della campanella

Al Parco Matusa, nel verde del centrodestra aperto a tutti (anche ad Azione), Mastrangeli ha parlato della sua vittoria come di qualcosa di eccezionale. Non è riuscito a vincere al primo turno, ma ha sconfitto l’ex primo cittadino Domenico Marzi: alleato con il suo successore, Michele Marini. «Io, assessore uscente passato per le Primarie, ho battuto due ex sindaci messi insieme», ha detto sul palco del Matusa. A Ottaviani, citando San Benedetto – Semel abbas, semper abbas, ovvero Abate una volta, abate per sempre – ha riconosciuto perpetuità: «È stato sindaco di Frosinone e lo sarà per sempre». (Leggi qui La campanella passa dallo Zar al Lord)

Ma poi si fanno i paragoni tra i due: come se non aver vinto al primo turno sia stato non essere all’altezza del predecessore che ci era riuscito. E allora lui al Matusa ha messo anche in chiaro che nel 2017 «Ottaviani ha vinto al primo turno, ma era sindaco di questa nostra città». Il Mastro, invece, partiva come un “semplice” assessore che aveva pur stravinto le Primarie del centrodestra, anzi della Città, con oltre il 70% dei voti: 1.970 preferenze, quasi mille e cinquecento voti in più della prima inseguitrice, la già assessora Rossella Testa, arrivata a quota 498 (sotto al 18%). 

Mastrangeli ha condotto una campagna elettorale praticamente esemplare: con moderazione ed educazione. In un clima ormai infuocato, prima dello storico ballottaggio con Marzi, ha però perso a volte l’aplomb. Ma non ha mai proferito verbo offensivo contro alcuno. Ha preferito non accettare l’ulteriore confronto finale davanti alla piazza davanti al Comune: non ne aveva alcun obbligo, non ne avrebbe avuto alcuna utilità. Peli nell’uovo.

Mastrangeli, dicono i numeri, è stato eletto, con oltre il 55% dei voti, nuovo sindaco di Frosinone. Anzi, come preferisce il Lord, «amministratore delegato di una grande azienda, il Comune, in cui gli azionisti sono i cittadini». Ha assicurato che la Giunta sarà di grande livello. Intanto non manca nemmeno un po’ di… Azione.  (Leggi qui Calenda: «Riformisti, netti, coerenti». Non dite a Carletto di Frosinone). 

Il Lord di Frosinone

DOMENICO POMPILI

«Se avessi scelto non sarei andato a finire così lontano da qui, dalla mia terra, dai miei genitori»: ha pianto sabato monsignor Domenico Pompili, il vescovo dei terremotati, l’uomo che ha portato la pace tra le macerie del reatino che sono ancora lì a testimoniare l’inefficienza dello Stato. Fosse stato per lui, sarebbe andato via solo dopo avere visto tornare al suo posto anche l’ultima pietra: quelle di Amatrice e quelle delle anime del suo gregge. Ma il Papa ha chiamato.

Lo ha chiamato nello stile di Francesco. All’ultimo momento e con la decisione già presa. Ai fedeli ha detto che «la chiamata ogni volta è una novità che non si può preventivare». Non si aspettava di dover andare via così: così presto e così lontano. Ma se conosce Francesco doveva aspettarselo. Perché se Bologna per monsignor Matteo Maria Zuppi è stata una palestra, lo stesso, con ogni probabilità, si potrà dire per Rieti e Pompili. Ma non è un fatto di dignità cardinalizia, no. Pompili, come Zuppi del resto, non va cercando la porpora. Quella semmai arriverà perché il Papa avrà apprezzato il lavoro svolto: Bergoglio è un meritocratico e non bada troppo al “dove”, altrimenti Milano, per dirne una, avrebbe il suo cardinale. Va via per questo, monsignor Pompili. (Lo abbiamo scritto nel 2019: Quelle mosse strategiche di Francesco che passano per don Domenico Pompili).

Monsignor Pompili riceve Papa Francesco

E va via anche per un altro motivo il preticello nati ad Acuto sui monti ciociari, allievo modello al Leoniano di Anagni, parroco alla concattedrale di Alatri ed apprezzatissimo per le sue capacità di comunicazione. Va via, fondamentalmente, per quella dote che mise in luce quando nel 2007 il nuovo presidente dei Vescovi italiani Angelo Bagnasco lo chiama a guidare la comunicazione della Cei; lui, invece di infilarsi nella crepa con la vecchia guardia del cardinale Camillo Ruini fa di tutto invece per sanarla nel nome dell’unità della Chiesa. È un pacificatore. E soprattutto è un prete: rimasto prete anche quando è diventato vescovo: per le macerie di Amatrice e dei centri vicini ci andava con il pandino 4×4, con la neve e con il sole, per incontrare il suo gregge, come un curato di montagna. A papa Francesco questo piace.

A Verona sono già a bocca aperta e mascella che tocca il pavimento. Hanno appena ricevuto la lettera con cui il loro nuovo vescovo si presenta alla città ed alla diocesi. «Vengo a vivere con voi, insieme a tutti, credenti e non credenti, donne e uomini di buona volontà»; conclude con «amicizia e gratitudine»: firma semplicemente Domenico, né titoli né cariche. A Verona tanta umiltà nessuno se la ricorda, al punto da lasciare tutti basiti. Ancora non hanno visto niente.

 Soltanto un prete.

GIUSEPPE SACCO

Giuseppe Sacco

C’è chi pensa la politica sia fatta di balle spaziali: tanto la gente dimentica tutto e nel giro di pochissimo tempo. Giuseppe Sacco, sindaco di Roccasecca, le annuncia talmente grosse che sembrano balle spaziali: invece sono progetti dannatamente concreti.

Prendete quello con cui si è candidato la prima volta: chiuderemo la discarica provinciale Mad di Roccasecca. Ha condotto un assedio talmente asfissiante da costringere Palazzo Chigi ad occuparsi ben due volte del piccolo comune in provincia di Frosinone, prendendo un provvedimento ad hoc; altrimenti la discarica non sarebbe andata avanti. Sacco c’è riuscito in punta di diritto e senza sobillare la piazza. E che poi Mad abbia chiuso per scelta propria è altra faccenda.

O prendete il progetto per realizzare la Green valley: coltivazioni di canapa industriale con cui bonificare in modo naturale i terreni. Peppe Sacco ci ha creduto, è andato avanti insieme ad un altro visionario chiamato Marco Delle Cese, ora sta al mondo industriale pianificare l’uso di quelle piante dopo che avranno assorbito dai terreni tutti i metalli in eccesso. Il massimo sarebbe se riuscisse a farlo sfruttando gli impianti Mad ormai fermi ed inutilizzati.

La presentazione del progetto

Ora c’è il nuovo progetto. In settimana il sindaco Sacco ha annunciato la candidatura di Roccasecca a capitale della Cultura. La grandezza del progetto sta nel fatto che Sacco non lo abbia pensato e dimensionato sulla sua città ma su un intero territorio. È il superamento di schemi ormai logori e inefficaci sui quali questa provincia si è impantanata per decenni. Un sindaco, il suo Comune, tutto il territorio circostante e non importa quanto vasto.

Se ci riuscirà sarà un genio, se non dovesse riuscirci sarà un visionario. È esattamente ciò di cui ha bisogno questa terra.

Non sono balle spaziali.

FIASCHI

ENZO SALERA

Enzo Salera

Le rivoluzioni non si annunciano: si fanno. Gli squilli di tromba servono per lanciare le truppe, non per mandare segnali. Nelle ore scorse è filtrata la notizia che il sindaco di Cassino Enzo Salera sta studiando la possibilità di realizzare una Terza Via nel Pd in provincia di Frosinon. Un’area alternativa a quella maggioritaria Pensare Democratico (Francesco De Angelis, Sara Battisti e Mauro Buschini); competitiva con Base Riformista (Antonio Pompeo). (Leggi qui: Pd, la Terza Via di Enzo Salera).

Per fare le rivoluzioni occorrono idee, valori, strategie ma soprattutto uomini e fucili. Qui le idee ci sarebbero pure: l’area dei sindaci teorizzata anni fa da Fassino e Cacciari quando erano rispettivamente sindaci di Torino e Venezia; furono talmente lungimiranti da fiutare cosa sarebbero stati i localismi, cosa sarebbe diventata la Lega; proposero al Partito di creare un doppio binario, uno nazionale ed uno locale. Nulla di fatto.

A mancare è tutto il resto. A partire dall’organizzazione e dai leader. Ad Enzo Salera vanno riconosciute una serie di indubbie capacità. Allo stesso tempo non vanno sottaciuti i limiti: il primo dei quali è la nulla capacità di recuperare le situazioni; il suo percorso è un cimitero di amicizie. Che sul piano della coerenza e della linearità gli fa onore: ma la politica è la capacità di tenere dentro tante sensibilità diverse, altrimenti si riduce ad un confronto tra bande ascare.

La cena dei sindaci

Che ci sia un’area di sindaci insofferente tanto verso De Angelis quanto verso Pompeo ci sta; e che stiano quasi tutti al Nord ed al Sud della provincia è altrettanto un’evidenza. Ma aggregarli e farli componente è cosa diversa dalle cene sullo stile dei quattro amici al bar.

Mai come in questo momento il partito Democratico ha bisogno di proseguire sulla via della rigenerazione. Che ha già portato alla guida del Partito un giovanissimo come Luca Fantini, alla vice segreteria regionale una giovane come Sara Battisti; alla Regione in posti chiave un giovane come Mauro Buschini; alla Provincia come presidente un giovane come Antonio Pompeo. Occorre ora quel campo largo teorizzato e realizzato nel Lazio da Nicola Zingaretti, da costruire con la cassetta degli attrezzi portata in dotazione da Enrico Letta.

Enzo Salera ora deve uscire allo scoperto: le rivoluzioni non si fanno a tavola.

Rivoluzionari a metà.

IL CAMPO LARGO

Si scrive campo largo e si legge “da solo gna’fo“. E attenzione, non c’è mai stato nulla di sbagliato nel fatto che il Partito Democratico cercasse di andare a meta facendo massa critica con le istanze di altre botteghe.

Quello semmai che di male c’è stato ha avuto un’altra connotazione: quella per la quale nel Pd ci sono eccezionali laboratori politici solo a tratti, mentre il mainstream regala l’immagine di un Partito che guarda poco alle formazioni omologhe o affini.

La vogliamo dire più chiara con un occhio al risultato d’urna a Frosinone? Se con Nicola Zingaretti la formula del campo largo era già magica prima che Enrico Letta ne tenesse a battesimo le skill, con Memmo Marzi quella formula è arrivata al voto amministrativo decotta e retoricheggiante. E con un coraggio pari alla lucidità politica è stato lo stesso Memmo Marzi a dire che il re è nudo. L’ha fatto con le urne ancora aperte, dopo avere telefonato per complimentarsi con il vincitore delle Comunali di Frosinone.

Domenico Marzi sette giorni fa ha detto “Il Partito Democratico deve pensare ad una nuova classe dirigente. Perché la novità per i prossimi anni non può essere Domenico Marzi». Di più ancora: “Se ho finito di fare il sindaco 15 anni fa è certo che in queste elezioni sono stato un tappabuchi”. E poi il colpo al cuore: Marzi ha detto che il Pd ha perso il contatto con la sua base. (Leggi qui: La vittoria di Mastrangeli e quella del centrodestra).

Gianfranco Schietroma è stato ignorato per anni e la sua improvvisa è declinata funzionalità al progetto d’urna del centrosinistra è apparsa come una ruffianata e non come una strutturazione. Mauro Vicano poi è diventato scheggia “impazzita” perché molti consiglieri del Pd hanno maturato sfiducia nella capacità del Partito di alternare nocchieri sorbendosi l’ukase giustizialista del M5s.

Il Campo Largo battezzato dal Pd ha trovato proprio nel Pd frusinate ristrettezze da blasone che ne hanno determinato la sconfitta. Nel Partito spiccano personalità immense che però hanno il dono della collegialità di intenti solo nei momenti topici, il che in politica è peccato mortale.

E forse è ora di cominciare a riflettere sul fatto che il campo largo, la larghezza di vedute, se non è vocazione, è solo una semina selvaggia. Da cui germina poco o nulla.

Nun t’allarga’.

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