Fischi e fiaschi della XXXIII settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXIII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXIII settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

FRANCESCO DE ANGELIS

Francesco De Angelis

Che sia stata un’operazione di cecchinaggio politico è stato chiaro dal primo momento. Ora lo ricostruisce nei dettagli Vincenzo Bisbiglia su Il Fatto Quotidiano. Il movimentato dopocena a Frosinone del (ora ex) Capo di Gabinetto del sindaco di Roma Albino Ruberti è una atroce vendetta. Con la quale colpire Francesco De Angelis e attraverso di lui il Partito Democratico.

Il video di quella serata viene offerto al centrodestra pochi giorni prima del ballottaggio delle Comunali di Frosinone. Il racconto dice che il candidato Riccardo Mastrangeli abbia rifiutato di utilizzarlo. Allora il filmato finisce in congelatore e viene tirato fuori con una scelta dei tempi perfetta: subito dopo la conferma della candidatura alla Camera per Francesco De Angelis e poco prima del deposito della lista. Il momento esatto per colpire quella candidatura e buttarla giù.

Un delitto politico perfetto. Nel video l’attuale presidente del Consorzio Industriale del Lazio non partecipa alla discussione ma lo si sente cercare di sedare la lite. Parla una sola volta. In quelle immagini non si parla di lui. Viene citato il fratello che con la frase “Non vivo di politica, mi ti compro con tutte le scarpe” ha mandato su tutte le furie il dottor Ruberti. La cui reazione colorita ha reso il video una micidiale bomba ad orologeria. (Leggi qui: Virtù private e pubblici turpiloqui nell’evo della coprolalia).

Chi ha agito sapeva benissimo che sarebbe avvenuto ciò che poi è successo. E cioè che Francesco De Angelis ha impiegato meno di cinque minuti per rinunciare alla candidatura evitando qualsiasi imbarazzo al Partito. Anche se non ha partecipato alla discussione, non ha alzato la voce, non viene tirato in ballo. Solo per avere assistito.

Avrebbe potuto far valere quelle evidenze. Non lo ha fatto. Perché “sulla moglie di Cesare non deve esserci sospetto”.

Nel mirino.

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Perfetta. La sua strategia in questa campagna elettorale è da manuale. Nel momento in cui i sondaggi hanno detto che le elezioni del 25 settembre rischiano di essere un plebiscito ha immediatamente ricalibrato la sua azione. Perché bisogna sapersi accontentare di vincere e non commettere l’errore di voler stravincere.

Ha lasciato che fossero gli avversari a farle la campagna elettorale. Attaccandola. Su temi dei quali alla quasi totalità degli elettori interessa quanto d’un fico secco. A lei è sufficiente replicare e smontare le accuse.

Diverso e più stimolante sarebbe stato se gli avversari l’avessero portata sui temi. Ad esempio la sua iniziale opposizione ai vaccini che rischiava di fare tante vittime quante ne fece la peste a Milano; il suo no al Pnrr che ora invece si è rivelato il motore per la ripresa del Paese; la sua decisione di stare all’opposizione senza sporcarsi le mani nel tentativo di tenere a galla l’Italia. Tutti temi sui quali Giorgia Meloni non avrà la minima difficoltà a rispondere in maniera esaustiva e convincente. Ma almeno avrebbero spostato il confronto su un piano che non è quello dell’insulto da osteria.

Lei ha compreso la situazione. E non va all’attacco. Ora gioca di rimessa. Come quella squadra che ha due goal di vantaggio, il controllo del centrocampo e dieci minuti di partita da giocare.

Se sappia amministrare il Paese lo diranno i fatti. Che sappia amministrare un vantaggio senza farsi prendere dalla frenesia del partitone epico è un’evidenza. Che non era affatto scontata. E che i suoi alleati hanno dimostrato di non saper fare.

All’ultimo tratto di gara.

BRUNO ASTORRE

Bruno Astorre

Ha mantenuto la rotta. Senza lasciarsi distrarre. Nè da dopocena chiassosi né da rinunce drammatiche alla candidatura. Ha stabilito un principio e lo ha difeso fino alla fine. Principio in base al quale i territori del Lazio hanno la loro dignità e non può essere Roma a calpestarla.

I tagli ai Collegi, conseguenza del referendum, hanno imposto scelte difficili al momento delle candidature. Ma per i territori delle province lo spazio era stato trovato: preferendo il sud del Lazio perché ha numeri più importanti del Nord, puntando sul nome di Francesco De Angelis che comunque è quello con il cursus honorum più lungo.

Poi la sua candidatura è saltata a causa del noto dopocena al quale ha assistito. E subito i romani hanno avanzato la pretesa di occupare quella casella con Patrizia Prestipino. Il Segretario regionale del Pd Bruno Astorre invece ha difeso il principio: è una candidatura che tocca ai territori e quindi ha scelto Enrico Panunzi di Viterbo, per il quale si stava creando una sollevazione popolare; subito disinnescata.

Il paradosso è che in queste ore i romani criticano il Segretario accusandolo di “comportarsi come un capobastone e di voler paracadutare su Roma “altri pezzi della sua corrente”. Gli rimproverano di penalizzare Roma per favorire “altri candidati provenienti da altre città. Chiediamo che nelle liste di Roma vengano inseriti candidati romani radicati sul nostro territorio“. 

Ora. A tutto c’è un limite. Perché sarà pure vero che Panunzi (e prima di lui De Angelis) vengono dalle Province. Ma non si può nascondere che se ne sarebbero rimasti volentieri a casa. Invece si sono dovuti candidare in trasferta perché sui territori s’è dovuto fare spazio per un tale Matteo Orfini che non è né di Frosinone né di Latina. O Marianna Madia che non è né di Viterbo né di Rieti.

La pazienza di fronte al bue che indica le corna altrui.

FIASCHI

ALBINO RUBERTI

Albino Ruberti (Foto: Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

Vede dottore, anche il porgere ha la sua importanza”: fu la disarmante risposta data dall’operatore di ripresa che circa mezzo secolo fa accompagnò Enzo Biagi a Borgo Le Ferriere per realizzare un documentario su Santa Maria Goretti. Durante il tragitto il cameraman chiese di cosa si sarebbero occupati ed il giornalista spiegò della ragazzina diventata santa perché preferì morire piuttosto che farsi violare da quel vicino di casa che aveva deciso di abusarne. Micidiale il commento: che significa se gliel’avesse chiesta in modo diverso forse avrebbe avuto qualche possibilità di successo.

Ecco. La stessa cosa, ‘il modo porgere‘ è quello che ha trasformato un chiassoso dopocena come tanti in una catastrofe politica. Che rischia di segnare più d’una carriera e buttare giù un intero sistema politico.

In quel ormai famigerato video del dopocena a Frosinone costato il posto al dottor Albino Ruberti c’è pochissima sostanza. E molto porgere. A voler concedere la lettura maliziosa (sulla quale ora verificherà la Procura) il capo di Gabinetto del Sindaco di Roma ha ricevuto a tavola una richiesta che ha giudicato indecente ed ha respinto con fermezza. Allora perché a rimetterci il posto deve essere lui?

Per quel modo di ‘porgere‘. Perché se è vero che le sue ‘minacce’ non hanno impressionato nessuno dei presenti (proprio per questo lui si inalberava ancora di più in un loop a ridosso del comico) e se è vero che l’indomani mattina con la cena ormai digerita ed un paio di caffè a carburare le idee tutto era stato superato, altrettanto però è vero che non è ammissibile fare sceneggiate di quel tipo nel piano centro abitato d’un capoluogo di provincia nel cuore della notte.

E questo al netto delle eventuali proposte indecenti. Quel modo di porgere autorizza a pensare che un intero mondo politico, del quale il dottor Ruberti fa parte, sia la suburra che negli anni scorsi ha ridotto ai minimi termini il Pd. I fatti dicono che nel Pd la musica è cambiata da tempo: gli Zingaretti ed i Letta sono la rappresentazione plastica del contraltare alla suburra.

Il modo di porgere del dottor Ruberti lo è stato molto meno.

Problemi di frizione.

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