Fischi e fiaschi della XXXIX settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXIX settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXIX settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

La rivoluzione si fa anche con i modi. Papa Francesco ha lasciato tutti sbalorditi quando dal balcone di Piazza San Pietro ha indicato il primo passo per una grande rivoluzione: tornare a dire le parole ‘per favore‘, ‘grazie‘, ‘prego‘. Non ha predicato Giorgia Meloni, appena incassato il risultato storico delle elezioni Politiche di domenica scorsa: ha ordinato. Con un messaggio WhatsApp a tutti i dirigenti del Partito di ogni livello ha intimato: “Sobrietà. Niente feste, nessun corteo, non prevedete iniziative”.

Lo ha fatto in un’Italia caciarona e cicalosa, nella quale si va alle elezioni come se fossero un derby di pallone, dove l’annuncio ormai ha preso il posto della sostanza, in cui ogni pretesto è buono per mettersi in macchina e strombazzare. Il silenzio imposto da Giorgia Meloni è stato quanto di più dirompente si sia mai sentito in Italia dopo un’elezione.

Non l’ha fatto per avere tutti per se i riflettori. Per prima ha dato l’esempio. Facendo capire agli italiani quanto fosse seria la situazione di una nazione che sta andando verso il lockdown energetico. Che significa il collasso del suo sistema industriale. Che è il motore dell’economia dell’intero Paese.

E che ne sia pienamente consapevole l’ha dato ad intendere con la sua prima uscita ufficiale: compiuta soltanto ieri andando da Coldiretti. Nessun tono trionfalistico, nessun alloro da imperatore che rientra vittorioso dalle campagne, nessun telegramma orbaniano o putiniano.

Ha detto quello che gli italiani si sarebbero aspettati di sentire cinque anni fa da Matteo Salvini, dieci anni fa da Matteo Renzi. «La nostra bussola è non disturbare chi vuole fare. La ricchezza la fanno i lavoratori e le imprese, lo Stato deve metterli in grado di produrla. Il tema non è come compensare la speculazione sul gas ma come fermarla. L’obiettivo è quello di restituire una strategia industriale a questa Nazione che da tempo non l’ha avuta». E siccome loro non l’hanno detto è stata lei a stravincere le elezioni.

Per chi la immaginava fragile ha aperto il rubinetto dell’acqua gelata: rivelando ciò che era ovvio e cioè che si sente tutti i giorni con il Governo uscente. Sa che non può fallire. Perché come storica è stata la sua vittoria, altrettanto storico sarebbe un suo fallimento.

La rivoluzione del silenzio.

NICOLA OTTAVIANI

Ottaviani con Salvini e Mastrangeli

Se la sarebbe potuta cavare con un sorriso di circostanza accompagnato da un “È stato bello, grazie ed arrivederci. Forse”. Invece no. Proprio per niente. Nicola Ottaviani ha tutta l’intenzione di fare il deputato di Cassino che ha il collegio lungo tutto il Golfo. Non ci pensa proprio a sbaraccare e tornare nella sua Frosinone dove è stato sindaco dieci anni, costruendo il successo per i cinque successivi a Riccardo Mastrangeli. La candidatura a Cassino – Terracina non è stata un taxi.

In una settimana, nemmeno da deputato proclamato (lo sarà tra un paio di settimane, come tutti gli altri) ha già preso posizione su due temi centrali. Ha fatto sentire la sua voce sul tema dei recenti disastri climatici nel Golfo e sulla carenza di infrastrutture per le industrie del Cassinate.

Non è l’atteggiamento di chi è stato candidato lì solo in virtù di una tattica decisa a tavolino tra alleati. È l’atteggiamento di chi ora il deputato vuole farlo davvero e non competendo con il ricordo di nomi come Angelo Picano o Anna Teresa Formisano. L’indole di Ottaviani è ben altra: per lui il traguardo minimo è emulare Pier Carlo Restagno, il parlamentare che a Cassino portò l’Industria sostituendola all’Agricoltura.

Ironia del destino: pure Restagno, come Ottaviani, veniva da fuori collegio.

Mario e Pasqualino, non state sereni.

LUCA FANTINI

Luca Fantini

Ha fatto fino alla fine tutto ciò che era possibile per motivare le truppe, convincere i sindaci, mobilitare gli elettori. Oltre non era possibile. A dirlo sono i numeri del Partito Democratico in provincia di Frosinone: un deputato ed un senatore ha contribuito ad eleggerli, il fatto che fossero di fuori non è scelta sulla quale il Segretario provinciale Luca Fantini potesse incidere.

Il vero problema per Luca Fantini è che le macerie di questi giorni non sono la fine del Pd: ma sono solo l’inizio della fine. Il collasso non è ancora iniziato. Perché in giro per la provincia di Frosinone c’è una mezza dozzina di sindaci che ambiva ad una candidatura: seppure di servizio avrebbe comunque rappresentato un riconoscimento per il loro impegno. La defezione del dirigente provinciale Adamo Pantano e la sua candidatura con Italia Viva nasce da lì. A quelli che sono rimasi nemmeno è stata fatta una chiamata per dirgli “Mi dispiace, la Direzione ha deciso altro”. Alcuni stanno scoprendo d’essere stati presi per il naso e che il loro nome, nonostante le promesse, in Direzione nemmeno c’è arrivato. Come nel caso del sindaco di Supino Gianfranco Barletta.

Al di là del caso specifico: è il modello di Partito a non reggere più. È venuto meno il collante che ha tenuto tutti uniti. Se non c’è l’impressione di un coinvolgimento vero, quelle che oggi sono macerie diventeranno briciole dopo le elezioni Provinciali.

Nonostante questo, Luca Fantini è riuscito a tenere tutto unito. Aveva convocato per giovedì la Direzione per tenere l’analisi del voto: l’ha rinviata perché lo stesso giorno ci sarà quella nazionale, attenderà la Regionale e sulla base delle linee gerarchiche svilupperà il suo dibattito interno.

Quanto riuscirà a resistere è come per le recenti candidature: non dipenderà da lui. Ma tutto quello che poteva lo ha fatto.

Onorevoli Insuccessi.

FIASCHI

LUIGI DI MAIO

Luigi Di Maio con Bruno Tabacci (Foto Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

La cosa buona è che in settimana ha iniziato a spegnersi: via gli account su Facebook e su Instagram. Le urne hanno certificato il suo fallimento: da ex Capo del Movimento 5 Stelle non ha centrato nemmeno la rielezione e nemmeno candidandosi a casa sua. La certificazione del suo fallimento politico invece era già evidente. Al pari della sua inadeguatezza al ruolo. Alla quale – e gli va riconosciuto in ogni sede – ha fatto di tutto per porre rimedio, studiando come un forsennato e facendosi difficilmente trovare impreparato su un qualunque dossier.

Ma la Politica è una cosa seria: non si fa con i casting. Con quelli puoi vincerci le elezioni. Ma poi ti affacci alle finestre ed annunci scempiaggini come ‘abolizione della povertà‘. O promuovi follie come i banchi a rotelle. per non parlare del resto.

L’esempio da prendere è quello del Centrodestra: Giorgia Meloni ha avuto il suo primo incarico di Governo nel 1994 e sta ancora lì; Matteo Salvini sta ancora da prima nella Lega; Silvio Berlusconi ha iniziato a farla alla luce del sole almeno quarant’anni fa.

Il rinnovamento sta nelle idee. Nelle cose da fare e che gli altri non hanno mai fatto. Non nel cambiare i nomi ed i volti.

Ora Luigi Di Maio si prepara alla sua terza vita. Sostengono che voglia fare il lobbista, mettendo a frutto l’esperienza maturata in questi anni. È una sfida. Perché non basta l’esperienza: occorre anche il peso. Che le urne hanno appena dimostrato a Di Maio di non avere.

Se davvero vuole apprendere si è liberato un posto: Bruno Tabacci necessita di un portaborse.

Spiegategli che è una cosa seria

DANIELE NATALIA

L’ottimismo è il gusto della vita. Ed il sindaco di Anagni Daniele Natalia ha una visione gustosa della sua esistenza e di quella della sua amministrazione. A tratti onirica. Al punto che continua a dire “Va tutto bene, sono incidenti di percorso” mentre l’acqua ha invaso quasi la metà dei compartimenti e buona parte dei suoi ufficiali si sono già accomodati sulle scialuppe.

In una settimana gli sono saltati non uno ma ben due Consigli comunali. Rimediando altrettante figuracce epocali. Su due aspetti diversi.

Il primo è quello politico: in Aula non s’è presentata la maggioranza della sua maggioranza e la seduta è stata rinviata proprio a causa delle troppe assenze, troppo pochi i presenti per poterla considerare valida. Il secondo è quello procedurale: tutti presenti in Aula ma era sbagliata la convocazione. Dimostrando una gravissima superficialità di modo.

Il sindaco parla di incidenti di percorso ma una parte di coloro che cinque anni fa vinsero con lui le elezioni se ne sono già andati. Più di tutti se n’è andato il suo principale riferimento: fu l’ex sindaco Franco Fiorito ad avviarlo alla politica, ci sarebbe lui dietro alla fronda che sta costruendo una nuova coalizione di centrodestra. Nel nome dell’avvocato (ed ex assessore, ex Presidente del Consiglio Comunale) Giuseppe De Luca. O, sostengono alcuni, il nome di Fiorito stesso che però nega.

Guarda che traballa davvero.

DOMENICO ALFIERI

Antonio Pompeo e Domenico Alfieri

Impossibile dargli torto. Su molti punti. L’ex segretario provinciale del Partito Democratico ha sbattuto la porta. Se n’è andato denunciando la situazione all’interno del Pd.

“La Direzione Provinciale del Partito, di cui tra l’altro non faccio parte, non è stata convocata ne per decidere, ne tanto meno discutere o ratificare le candidature al Parlamento della nostra provincia decise in non so quale altra sede”.

In quella occasione probabilmente non si riteneva opportuno rispettare gli organi di Partito. In quella occasione non era necessario, chissà perché”.

Due anni fa mi si chiese invece di far parte della Segreteria Provinciale del Pd con la delega agli Enti Locali. In due anni non ho partecipato ad una sola riunione dove ci si confrontasse sul Pd che vorremmo, sulla politica, sulle scelte amministrative, le alleanze o le candidature. Dalla Provincia sino ai Comuni. Anche queste scelte probabilmente si sono fatte in altre sedi e non negli organi statutari di Partito oggi tanto decantati da qualcuno”.

Sono uno dei pochi ed ultimi Sindaci della nostra provincia iscritto al Pd. Prima di me tanti colleghi amministratori capaci e legati profondamente al Pd sono migrati verso altri lidi politici. Invece di chiederci il perché continuiamo a commettere gli stessi errori”.

Probabilmente nel disegno di qualcuno c’è il desiderio che si possa fare a meno anche dell’attuale Sindaco di Paliano nel Partito. Per togliere dall’imbarazzo qualcuno oggi rassegno le mie dimissioni irrevocabili dalla Segreteria Provinciale del Pd”.

Impossibile dargli ragione su un punto. Il dibattito si fa all’interno di una sede di Partito: lì ci si confronta e se non ci si sente più a casa si va via. Annunciandolo, anche con le stesse parole usate in questo caso. Se non si discute nel Partito è perché già s’è deciso di andare via. Allora, perché parlare? È come quello che molla la moglie e poi ne parla male pubblicamente: una volta andati via di cosa si vuole parlare, si parla per risolvere e se si va via non si risolve più niente.

Più coerente è stato il suo collega di Posta Fibreno Adamo Pantano: ha lasciato il Pd dicendo che non l’avrebbero mai candidato mentre Italia Viva l’ha fatto di corsa. Il sindaco di Paliano si candiderà alle Regionali: legittimo e per certi versi anche auspicabile. Non c’è bisogno di spiegazioni.

Parole inutili.

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