Fischi e fiaschi della XXXVI settimana 2022

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXVI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

Fischi e fiaschi: i fatti centrali ed i protagonisti della XXXVI settimana 2022. Per capire meglio cosa è accaduto e cosa ci attende nei prossimi giorni.

FISCHI

DAMIANO COLETTA

Ha vinto tre volte. Ed ha condotto altrettante volte alla vittoria la bandiera Progressista. Lo ha fatto in una delle città simbolo per il centrodestra: quella Latina che Giorgia Meloni scelse per entrare in Parlamento. Il sindaco trieletto Damiano Coletta ha dimostrato che non esistono santuari inviolabili. E che la politica è l’arte del possibile. (Leggi qui: Ore 18.53: Coletta proclamato sindaco senza stelle).

Farlo saltare sarà molto più difficile di quanto si è fatto credere finora. Vero che il centrodestra ha in mano la maggioranza dell’Aula. Ma altrettanto vero è che per recapitare lo sfratto al sindaco fresco di trielezione le opposizioni dovranno essere unite. Tanto per tracciare un parallelo: per cinque anni non sono riuscite a farlo in Regione Lazio dove Nicola Zingaretti nel 2018 è stato rieletto ma senza una maggioranza. Come Coletta.

Il tempo gioca a favore del sindaco di Latina. Perché prima che una mozione di sfiducia venga messa ai voti accadranno molte cose. Dovrà essere formato un Governo sulla base dei risultati del 25 settembre. E nessuno sa se si assisterà ad una replica di quanto visto 5 anni fa; con la Lega che salutò gli alleati ed andò a Palazzo Chigi con il M5S. Si dovrà vedere quali tensioni determinerà la candidatura per la Regione Lazio: proprio Latina dimostra che i veti incrociati portano ad una strategia perdente; la scelta di un candidato rispettabilissimo, di prestigio e dalla lunga storia come Vincenzo Zaccheo è però il risultato del gioco interno a non concedere vantaggi agli altri alleati.

Sono tante la variabili. E non tutto giocano contro Damiano Coletta. Anzi è vero l’esatto contrario. Innanzitutto i tempi lunghi. Sia per le dimissioni in massa, sia per la composizione della nuova giunta, sia per la riunione del primo Consiglio comunale. Lo prevede il Testo unico degli enti locali (il Tuel, cioè la Bibbia che regola la vita di Comune e Province). Dice che la prima seduta del Consiglio si deve riunire entro il 28 settembre. È abbastanza per lasciar raffreddare le tensioni comunali. Solo dopo possono essere presentate le mozioni di sfiducia o le dimissioni in massa. Nel primo caso arriverebbe alla discussione verso la metà di ottobre. E in ogni caso, per passare avrebbe bisogno dei tre voti di Forza Italia. Molto dipende dagli scenari: nazionale e Regionale.

Con il vento a favore.

NICOLA OTTAVIANI

Il Coordinatore provinciale della Lega e non il candidato deputato a Cassino. Che sono la stessa persona ma sono due cose diverse.

Come Coordinatore provinciale Nicola Ottaviani ha ricordato all’intero centrodestra che in politica bisogna sempre avere una strategia alla quale abbinare una tattica dai tempi impeccabili. È esattamente quello che sta facendo. Nelle ore scorse due tra i più importanti gruppi consiliari nel Comune di Frosinone hanno annunciato il sostegno alla Lega: sigle che pochi mesi fa hanno dimostrato d’essere capaci di spostare migliaia di voti. Con nomi pesanti: come l’ex assessore di Fratelli d’Italia Pasquale Cirillo. E come l’ex vicesindaco Antonio Scaccia che con la Lista per Frosinone si è preso la briga di centrare il consigliere più votato in assoluto.

Per apprezzare fino in fondo la portata dell’operazione basta guardare le foto fatte circolare con le iniziative degli altri esponenti del centrodestra locale che in questo periodo, come lui, hanno da sovrintendere al governo del Partito ed all’organizzazione della propria campagna elettorale. Alcune sono al limite tra il triste ed il patetico, con dieci persone presenti, due delle quali quali sono assistenti del candidato.

Con questa operazione Nicola Ottaviani potrà dire che il risultato elettorale del 25 settembre a Frosinone è merito suo. A prescindere da chi verrà eletto. Anche se lui è candidato nel collegio Cassino -Terracina. Dove ha sterilizzato ogni margine di rischio: perché se dovessero mancargli i voti, il Partito (cioè lui) ne chiederebbe conto ai padroni locali delle preferenze, Pasquale Ciacciarelli e Mario Abbruzzese. E con le candidature per le Regionali dietro l’angolo non sarebbe una defaillance salutare.

Diabolico, strategico, spietato.

ANGELO ALIQUO’

Poteva starsene defilato, attendere il passaggio della bufera e poi con il sereno prendersi la scena. Non è uno abituato a nascondersi Angelo Aliquò, da poche settimane nuovo Direttore Generale della Asl di Frosinone.

Appena arrivato in Ciociaria gli si è scatenata davanti la tempesta delle polizze che sarebbero state alla base della violenta discussione al termine di un dopocena tra i big del Pd a Frosinone. Che fosse una pista falsa e costruita appositamente è stato lui a dimostrarlo: mettendo l’Azienda Sanitaria al riparo da fango e trappole elettorali. Giovedì sera su Teleuniverso ha rivelato i dettagli dell’Audit interno. Polizze sospette: zero; polizze dagli importi gonfiati: zero; polizze come quelle mostrate in tv sui canali nazionali: nessuna, si è rivelato un fake.

Poi Angelo Aliquò ha sgomberato il campo dai veleni alimentati dall’ex Dg Isabella Mastrobuono. Mandata via senza rispettare le regole ed altrettanto in modo non regolare tenuta lontana da Frosinone nonostante il giudice le avesse riassegnato quella sede. Evitando con cura di entrare sul tema personale, ancora una volta ha voluto tutelare l’immagine della Asl che dirige. Spiegando che non ci si deve meravigliare delle invadenze fatte dalla politica. Perché in ogni provincia d’Italia ci sono sindaci che cercano di avere servizi per il loro territorio, compito di un Dg è ascoltarli, realizzare una sanità efficiente, efficace, oculata, rispondendo a quello di cui il territorio ha effettivamente bisogno. A prescindere dai sindaci.

Soprattutto ha ricordato che a Frosinone, grazie a tutti i suoi predecessori, è stato costruito un modello di assistenza sanitaria. Che nulla ha da spartire con quello del passato, pieno di limiti e buchi. È su quella strada che ha annunciato di voler proseguire: infermieri a casa dei pazienti, telemedicina, medici che da una postazione centralizzata esaminano i referti che arrivano dai vari punti del territorio. Medicina tarata sui reali bisogni di un territorio che cambia. È la Sanità di cui i cittadini avrebbero bisogno.

Oltre le polemiche.

FIASCHI

MATTEO SALVINI

Matteo Salvini

È la controfigura di se stesso. L’imitazione del leader con il vento a gonfiare le vele elettorali cinque anni fa, fino a spingere la sua Lega verso un 40% che oggi può stare solo nei sogni. O negli incubi.

Matteo Salvini percorre l’Italia in lungo ed in largo leggendo con orrore i risultati dei sondaggi elettorali: ottimi per il centrodestra, devastanti per lui. Perché Giorgia Meloni gli sta succhiando il consenso giorno dopo giorno. Portando sul fronte dei Fratelli d’Italia quegli elettori del centrodestra delusi dal nulla costruito in cinque anni da una Lega che è stata al Governo prima con il Movimento 5 Stelle e poi con Mario Draghi.

Nel mezzo, una serie di tappe a dir poco imbarazzanti. Come l’amicizia ostentata con Vladimir Putin. Che in Italia tutti hanno dimenticato poiché questa è terra di molti tifosi e pochi di lettori. Ma in Polonia se ne sono ricordati benissimo. O le posizioni contro i vaccini: legittime finché la pelle in gioco è la propria, lo è meno quando in Italia si è cominciato a morire come i moscerini in estate sui parabrezza.

Alle elezioni del 25 settembre Matteo Salvini si gioca il tutto per tutto. Nella Lega stanno prendendo forma due cordate: una di Nord Ovest più riformista ed una di Nord Est per una transizione più morbida. Ma è chiaro che i leader buoni per tutte le stagioni non esistano. Nemmeno nella Lega.

Se non dimostrerà di essere ancora una micidiale macchina del consenso Matteo Salvini rischia di dover fare i conti con un elettorato ed un Paese che nel frattempo sono cambiati. Mentre lui è rimasto ancora quello contro i neger e Roma Ladrona. Ma a Roma c’è stato pure lui e per tanto tempo.

In corsa per non finire in bilico.

ENRICO LETTA

Enrico Letta e Carlo Calenda

Gli rimproverano una strategia controversa sulle alleanze con le quali ha portato il Pd a queste elezioni. In parte è vero. In parte è narrazione. Mentre una parte resterà mistero.

Come la mancata alleanza con Carlo Calenda. Il Segretario del Partito Democratico Enrico Letta giura che il leader di Azione sapesse bene del dialogo aperto con Verdi e Sinistra di Fratoianni. L’ex ministro dello Sviluppo giura che il Pd si sia posto in una posizione incompatibile con quella di Azione, imbarcando personaggi con i quali non vuole avere a che fare e gli viene l’orticaria solo a nominarli.

Sarà colpa della fretta con cui si è andati dalla crisi alla caduta del Governo e poi alle elezioni ma nella base un po’ di confusione c’è. Dove resta difficile comprendere perché Fratoianni si ed allora il M5S no. Perché si a Luigi Di Maio che ha coniato Bibbiano, perché no a Giuseppe Conte il quale speravamo prendesse la guida di tutto il polo progressista. E ancora: perché si a Calenda e no a Renzi. Perché se è una questione di rancore ci sta ma non può starci in un Segretario di Partito.

In questo senso, la lezione l’ha data l’altro giorno Mauro Buschini: il Partito gli ha piazzato nel suo collegio come candidato quel Matteo Orfini che ai tempi di Allumiere chiese la testa dell’allora Presidente del Consiglio Regionale del Lazio infilzata su una picca. Buschini sta girando in lungo ed in largo dicendo ai suoi elettori di votare come ha detto il Partito. Ed ha evitato di dire ad Orfini ‘aò, guarda che per quella storia sono uscito pulito da tutto‘.

Il messaggio nelle ultime ore è cambiato. Oltre agli occhi di tigre si cominciano a vedere anche i denti aguzzi e qualche striatura sulla pelle. Se porta a casa qualcuno dei seggi contendibili allora ha ragione lui. In caso contrario rischia di essere un’altra foto nella galleria dei Segretari cannibalizzati da questo Pd. E tutti di eccellente levatura.

Della tigre non solo gli occhi.

GIUSEPPE CONTE

Giuseppe Conte

La Transizione Ecologica si è rivelata un nulla micidiale. Solo un’altra serie di No con i quali produrre l’energia della quale l’Italia ha disperatamente bisogno. Ce ne accorgeremo tra qualche mese. Perché non sarà necessario mandare i vigili a controllare quanti elettrodomestici stiamo utilizzando, non ci saranno multe: basterà abbassare il limite di corrente utilizzabile ed appena esageri scatterà il contatore. O ti asciughi i capelli o scaldi il timballo. Ma le due cose insieme difficilmente le potrai fare.

La vera transizione doveva essere culturale. E burocratica. Come ha fatto ora Mario Draghi quando è stato chiaro che non ce la potevamo fare. Adesso per mettere i pannelli solari sul tetto di casa e produrre l’energia basta compilare un modulo. Ci volevano i russi per farcelo capire?

E sui territori, nulla è cambiato. Basta leggere da pagina 13 a pagina 16 del Piano di Gestione dei Rifiuti messo a punto dal Comune di Roma. Lì c’è scritto che a San Vittore del lazio ci manderanno da 170mila a 200mila tonnellate fino al 2030.

Nulla cambia nemmeno sulla discarica. Se non s’è realizzato il quinto invaso della discarica a Roccasecca lo si deve solo alla società di gestione Mad. Ha puntato i piedi e chiuso i cancelli. O c’è una norma chiara in base alla quale si misura con certezza l’inquinamento o non raccoglie nemmeno un chilo di rifiuti. Sui lavori per fare l’invaso, gli informati dicono che non ci sarà da aspettare un bel niente perché è già pronto.

In questi anni doveva essere avviata una transizione che rendesse inutili le buche nelle quali interrare i rifiuti; una rivoluzione tecnologica che rendesse moderno il ciclo di smaltimento, recuperando tutto il possibile. Invece si è soffiato sul fuoco dicendo No a tutto. E lasciando al Nord d’Italia il vantaggio industriale. perché lì gli impianti li hanno. Addirittura si fanno il gas con i nostri avanzi di cucina. Mentre qui le fabbriche chiudono.

Visione fallimentare.

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