Franceschini punta al Quirinale

Le grandi manovre del ministro della cultura, la concorrenza interna al Pd, le prospettive dei Cinque Stelle, il ruolo di Mario Draghi e… il voto reale. In arrivo.

Quando si annusa forte l’odore della sconfitta in arrivo e non si vuole prenderne atto, la politica fa una cosa sola. Cioè annunciare la stagione delle riforme. Che poi naturalmente non si fanno.

Infatti oggi il ministro degli esteri e vero capo dei Cinque Stelle Luigi Di Maio, nel rispondere ad alcune esternazioni del ministro della Cultura Dario Franceschini, annuncia una stagione delle riforme. Al centro della scena politica, però, c’è proprio Franceschini. Sta lodando praticamente tutti e questo, soprattutto per chi lo conosce bene, è il segnale che punta al Quirinale.

Dario Franceschini © Imagoeconomica / Sara Minelli

Nel 2022. L’appello ripreso oggi da Di Maio era quello di ieri proprio di Franceschini, che aveva detto: «Se al referendum vincerà il Sì, come penso, sarebbe intelligente per maggioranza e opposizione prendere quel voto come una spinta a fare le riforme costituzionali necessarie. So già che adesso riceverò molti no, ma credo ci saranno ripensamenti dopo il 21 settembre».

Segnali a Silvio e ai pentastellati

Per essere eletto Capo dello Stato avrà bisogno dei voti di una parte del centrodestra ed è abbastanza evidente che guarda a Forza Italia di Silvio Berlusconi. Franceschini però manda anche un messaggio chiaro ai Cinque Stelle.

Dicendo: «Ho visto nel Movimento un cambiamento profondo su temi importanti, è cresciuta in loro una cultura di governo. Nostro obiettivo deve essere costruire un campo di forze in grado di sconfiggere le destre: è un tema difficile ma ineludibile».

E a Giuseppe Conte fa sapere: «Il premier ha dimostrato capacità fuori dal comune. Non è semplice trovarsi di colpo alla guida del Paese in una situazione complicata. E senza aver mai fatto prima politica o esperienza amministrativa».

Mario Draghi

La corsa al Quirinale è partita, ma non sarà facile. C’è chi spinge per il secondo mandato di Sergio Mattarella. E nel Pd i “pretendenti” non mancano certamente: Romano Prodi, Enrico Letta, Paolo Gentiloni, Walter Veltroni, David Sassoli. Anche se tutti dovranno fare i conti con Mario Draghi, che potrebbe muoversi con logiche molto trasversali.

Gli scenari del dopo voto

Intanto ci si continua a chiedere cosa succederà al governo dopo il 21 settembre. Chiaramente tutto dipenderà da come andranno le regionali. Sia Giuseppe Conte che altri hanno fatto capire che non ci saranno ripercussioni sul Governo in ogni caso. Ma se il centrodestra dovesse vincere per 5-1, conquistando anche la Toscana, sarebbe obiettivamente difficile fare finta di nulla.

Nicola Zingaretti. Foto © Livio Anticoli / Imagoeconomica

L’ipotesi più accreditata è che ci sarà un 4 a 2 per il centrodestra (ai Democra Campania e Toscana) oppure un 3 a 3, con la vittoria di Emiliano in Puglia. Nel primo caso (4-2 per il centrodestra) ci sarebbero polemiche e forse fibrillazioni nel Pd. Ma il Governo non correrebbe rischi. Il 3 a 3, invece, sarebbe una vittoria del Pd di Zingaretti e dimostrerebbe che, alla fine, anche senza l’input di Di Maio, il voto dei pentastellati si trasferisce sul Pd.

In questo caso il Movimento verrebbe scosso da polemiche e malumori. Ma non succederebbe nulla, perché verrebbe blindato proprio da Dario Franceschini.

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