Ci vuole coraggio. O forse no. (di E. Ferazzoli)

Domenica i tifosi del Frosinone hanno distribuito fischi e applausi con cognizione di causa. Per dire basta a chi non onora la maglia. Ed elogiare un ragazzo che ci ha messo l'anima

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Il migliore attacco contro la peggior difesa del campionato. I cinque goal che l’Atalanta ha rifilato al Frosinone confermano il trend seguito dalle due squadre in campionato e riportano il Frosinone indietro di molti mesi. Al tempo di mister Moreno Longo, delle goleada di inizio campionato; al tempo in cui ancora ci si illudeva che fosse solo questione di tempo prima che i 16 nuovi arrivati trovassero stimoli, motivazioni e la voglia di rincorrere il sogno salvezza. Perché a quanto pare per molti di questi professionisti venire pagati profumatamente non risulta essere prerogativa sufficiente né alla corsa né all’impegno.

Ma c’è un momento per ogni cosa. E ieri al Benito Stirpe è stata la giornata della delusione. Uno stato d’animo ben diverso da quella rabbia che solo un mese fa aveva spinto i tifosi a mandare tutti a quel paese.

Domenica fischi e applausi sono stati mirati e assestati con cognizione di causa.

Tempo scaduto per le passeggiate di Campbell e per quel suo gongolare svogliato oltre la metà campo. Una valanga di fischi ha accompagnato la sua uscita anticipata dal campo. Ma non è stato il solo a ricevere il giudizio unanime dello Stirpe; a fargli compagnia un Molinaro per il quale pare sia diventato difficile anche il gesto tecnico più elementare.

Inutile indagare se la ragione del fatto risieda nelle sue capacità o dipenda dalla posizione occupata in campo da inizio anno. Come è inutile – forse – domandarsi perché un allenatore come Baroni continui a preferire il modulo scelto da Longo, l’ipercriticato 3-5-2, quando ha sempre preferito una difesa a 4.    

Ma se per l’aspetto tattico è bene concedersi il beneficio del dubbio e lasciar fare ad un mister già in forte in difficoltà per le squalifiche e gli infortuni; diverso è per la questione “fascia da capitano”. Perché quella fascia è una cosa seria. È di colui che guida, che ama e che rappresenta l’anima della squadra. E se in campo ci sono Maiello e Brighenti questa scelta non può ricadere su Molinaro.

Vero è che a partire dall’agosto scorso la maggior parte dei giocatori in possesso di tali requisiti o sono stati venduti o sono fuori per infortunio o siedono, dimenticati, in panchina.

E perché? Per essere rimpiazzati dal non pervenuto Ardaiz, l’inutilizzabile Vloet, gli incompresi Crisetig e Perica, il fine carriera Hallfredsson; tutti giocatori non riconfermati dopo il girone di andata. Una campagna acquisti che ha contribuito di molto allo stazionamento del Frosinone al penultimo posto e che probabilmente ha compromesso irrimediabilmente le potenzialità di acquisto nel mercato di gennaio, generando sfiducia nelle reali possibilità di salvezza e contribuendo così a rendere ulteriormente “inappetibile” una piazza già povera di appeal per i professionisti della massima serie.

L’unico nuovo arrivato, Luca Valzania, pur allineandosi nello scarso rendimento di tutta la squadra, ha mostrato di avere quantomeno la voglia di correre e di fare ciò per cui viene pagato, giocare a pallone.

Ma lo 0-5 non ha prodotto solo delusione, fischi e l’abbandono dello stadio anticipato di 20 minuti da parte di almeno il 40% dei presenti. L’ultima rincorsa di Pinamonti che finisce a terra stremato, sotto la Nord. Il tempo di rialzarsi, i tre fischi finali, le mani sulle ginocchia e la schiena curva come di chi ci ha provato fino all’ultimo secondo.

Poi gli applausi. Tanti e veri. Per questo ragazzo che nel Frosinone non ha visto un limite ma un’opportunità, che mostra rispetto per se stesso e per la maglia che indossa.

Scegliere di applaudire chi merita invece di fischiare una prestazione di squadra indecente è una scelta che denota intelligenza ed eleganza. Che parla di una tifoseria testarda e sincera. Oggi inerme e basita di fronte al concretizzarsi dei tanti errori commessi ma ostinata nel voler ribadire un concetto semplice: gli applausi non hanno nulla a che fare con il risultato.

E ci vuole davvero un gran coraggio a chiudere questa giornata con un applauso.

Come c’è voluto un gran coraggio a gestire la rabbia. E forse, per la prima volta da quest’anno, chi è andato via lo ha fatto perché non sopportava più quel senso di impotenza, di umiliazione e di resa.

A chi rimasto è bastato continuare a guardare il campo dello Stirpe.

C’erano quelle maglie. C’erano quei colori. C’era tutto.

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