Frosinone – Milan 3 – 3 ovvero La Leggenda dell’Anello Fantasma

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Stefano Pizzutelli

di STEFANO PIZZUTELLI

Blogger (quando ne ha tempo)

Credevo di essere andato a San Siro; credevo di aver gioito dopo neanche un minuto per una sciabolata di Paganini; credevo di aver visto un boscaiolo pazzo tirare e segnare da metà campo; credevo di aver visto un portiere all’esordio parare tutto, pure un rigore a chi non lo sbaglia mai; credevo di aver visto un pippone immondo che bruca l’erba che hanno calpestato Baresi e Costacurta, Thiago Silva e Nesta, lanciare verso il gol Chicco nostro; credevo di aver visto il solito scempio al novantesimo con un rigore che a noi non avrebbero fischiato manco dipinti.

Ero davvero convinto di essere andato a San Siro, ma poi, ieri sera, a casa, ho rivisto la partita registrata e, anche se ogni tanto sentivo cori che parevano i nostri, ho capito che a San Siro non c’eravamo.

Il regista, Sky, premium o Infront che sia, ha inquadrato di tutto, la faccia da criceto sofferente di Brocchi, i visi spauriti di uno dei 2000 bambini delle scuole calcio, strappone col viso sfigurato dal botulino, il figlio di Galliani terrorizzato dall’idea di guadagnarsi da vivere come una persona normale. Insomma, tutto, tutto tranne noi.

Noi 500, noi lassù, al terzo anello verde, L’anello fantasma.

Ma allora chi ha fatto il boato al primo minuto? Verso chi ha fatto il gesto della bevuta Dionisi dopo il gol? Chi ha urlato Lega italiana figli di puttana dopo l’ennesimo rigore a cazzo? A chi erano diretti gli applausi a fine partita di ragazzi stremati e derubati, come col Chievo, come con la Roma, come sempre?

Noi non esistiamo, noi non dobbiamo esistere. Perché noi siamo strani, inconsueti, imprevedibili, inclassificabili.

Siamo andati via da San Siro scortati da 500 steward e almeno altri 500 tra poliziotti, carabinieri, bersaglieri a cavallo e finanzieri in alta uniforme, salvo poi dimenticare che dieci minuti dopo stavamo nella stazione della metro, insieme, in mezzo, in fila coi milanisti.

Siamo strani: facciamo saltare i giapponesi nella metro cantando Chi non salta insieme a noi cos’è, è di Pechino.
Sammarco, non un pisquano qualsiasi, quasi 300 partite in serie A, non se va dallo stadio in una limousine laccata in oro, ma sale in metro con noi, con uno zainetto nero, i suoi pantaloni cachi col risvoltino e si fa due chiacchiere con noi, affranto e col sorriso, come tutti noi.
Alla stazione di Milano, Ajeti e Kragl non stanno dentro la Sala FrecciaPlatinum a farsi massaggiare con canfora del Nepal da tre thailandesi, ma stanno a magnà al Burger King come dei crucchi qualsiasi.
Bardi, dopo la partita che può cambiargli la carriera, mangia la pizza sul binario e sorride a tutti noi che gli diamo le pacche sulle spalle.

Noi non siamo il calcio degli stadi vuoti, dei divi tatuati con le guardie del corpo e i manicure personali, delle classifiche preconfezionate, dove gli ultimi saranno ultimi se i primi sono irraggiungibili, Nelle nazioni serie il Leicester può vincere il campionato; qua starebbe a lottà per il sesto posto; nelle nazioni serie in Coppa si gioca in casa della squadra peggio piazzata nell’anno precedente, non in quello della meglio piazzata; nelle nazioni serie gli stadi, come sempre il nostro, sono pieni stracolmi e non sono una orrenda sequela di seggiolini zozzi e vuoti.

Ecco, il nostro anello fantasma è da calcio inglese, magari, non da partite truccate da Infront. Noi abbiamo ancora la genuinità primigenia, di un tecchienese con la bava alla bocca che urla Chiappa Chisse, Frà a una fighetta senza futuro.

Strani, inconsueti, imprevedibili, inclassificabili.

Cazzo se siamo strani, ma ci piace così.

E, come sempre, Forza Frosinone