Il giorno che Carlo Maria perse la fascia ma non la faccia

L'anniversario della sfiducia all'ex sindaco di Cassino. Vecchi veleni mai smaltiti, misteri mai chiariti. Chi staccò davvero la spina a D'Alessandro?

Massimo Gentile

Sao ko kelle terre...

«Chi non vota la fiducia è fuori dal Partito. Chiaro? Chi non vota, non fa parte più della Lega». Sono da poco passate le ore 20.30 di domenica 17 febbraio 2019 quando Carmelo Palombo, all’epoca dei fatti Coordinatore provinciale della Lega, riceveva l’ordine, ormai definitivo, di buttar giù l’amministrazione di centrodestra di Cassino guidata da Carlo Maria D’Alessandro.

Un’altra vulgata, fornita mesi più tardi insieme ad una serie di screenshot, giura che la premessa fosse diversa. «Carmelo sei sicuro che non ci siano altre soluzioni? Proprio sicuro che l’alleanza non si possa recuperare? Allora se sei sicuro procedi come ritieni che sia meglio».

Carmelo Palombo

Fa una bella differenza. Nel primo caso è stato l’allora coordinatore regionale della Lega Francesco Zicchieri ad ordinare di staccare la spina, demolendo in un colpo solo il fortino amministrativo ed il futuro politico costruito da Mario Abbruzzese, in quel tempo nemico giurato. Nel secondo caso è l’allora coordinatore provinciale del carroccio Carmelo Palombo a decidere la fine del centrodestra nel secondo Comune per importanza nella Provincia di Frosinone, mentre il suo superiore si limita a prendere atto.

Fa nessuna differenza sotto il profilo politico. Chiunque dei due abbia deciso ha mandato a casa il governo di centrodestra che guidava Cassino, cancellato un’intera generazione di amministratori, ridimensionato in maniera sensibile Mario Abbruzzese. Che si è preso la sua vendetta con gli interessi: oggi sono i suoi colonnelli di Forza Italia a governare quasi tutti i centro vitali leghisti sul territorio. Ma questa è un’altra storia.

Il lunedì delle tredici firme

Torniamo a quella domenica. Due anni fa esatti. La Lega aveva già preso le distanze da tempo dall’amministrazione D’Alessandro, aveva rinunciato ad un posto da vicesindaco (Palombo), senza però mai staccare definitivamente la spina. Ma quella sera, il coordinatore leghista del Lazio Francesco Zicchieri (secondo la prima vulgata) era stato perentorio.

I dissidenti si erano dati appuntamento alle ore 10 di lunedì 18 febbraio. Servivano 13 firme, per scrivere “the end” all’avventura che era iniziata nel giugno 2016 dopo una vittoria sul filo di lana contro l’uscente Giuseppe Golini Petrarcone.

Robertino Marsella ‘arringa’ i firmatari

Presenti tutti e nove i consiglieri di opposizione di centrosinistra diviso in due blocchi. C’erano i petrarconiani (Petarcone, Salera, Terranova, D’Ambrosio e Grossi) e i mosilliani (Mosillo, Di Rollo, Grieco e Mignanelli). Nessuno quel giorno avrebbe detto che Enzo Salera di lì a poco non sarebbe stato più catalogato tra i petrarconiani bensì tra i mosilliani

In piazza De Gasperi, dinanzi al Comune di Cassino, c’era, con i nove dell’opposizione, il capogruppo della Lega Robertino Marsella. L’altro leghista, Claudio Monticchio, aveva qualche titubanza. La conta, quella mattina, si fermava in ogni caso a quota 11, alle 11 di mattina. Che fine hanno fatto i tre dissidenti di Forza Italia che hanno innescato la crisi? Hanno battuto in ritirata? Per un attimo, D’Alessandro ci aveva creduto. O quantomeno sperato. Tant’è che il vigile urbano del Comune si apprestava a preparare la macchina blu.

Mentre in piazza De Gasperi i consiglieri compulsavano gli smartphone e cercavano disperatamente il tredicesimo, la vettura del Comune era pronta ad attendere il sindaco. Questo per uscire con il gonfalone e prendere parte ad una cerimonia relativamente al “tour” della fiaccola benedettina.

Richiamate tutti, arrivano quei due!

L’opposizione vedeva svanire il sogno della sfiducia, così come qualche settimana prima era sfumato quello della sfiducia dal notaio. Enzo Salera e Giuseppe Golini Petrarcone stanno per salutare tutti.

Rossella Chiusaroli firma la sfiducia a carlo Maria D’Alessandro

Ad un certo punto si leva la voce di Robertino Marsella: «Chiamate tutti quelli che sono andati via, stanno arrivando Chiusaroli e Secondino». L’allora capogruppo di Forza Italia e il presidente del Consiglio erano rimasti riuniti fino a quel momento nel bar del consigliere Tartaglia in via De Nicola. Con loro c’era anche un altro dissidente: il civico Antonio Valente.

Claudio Monticchio inizia a vagheggiare di una sfiducia che tanto non cambierà nulla. Marsella lo prende quasi di forza: «Intanto sali sopra e firma, poi non ti preoccupare» gli dice a brutto muso. Sono ormai passate le 12 quando nell’ufficio dell’allora segretaria comunale Rita Riccio si presentano i consiglieri per firmare la sfiducia.

D’Alessandro resta immobile nel suo studio: inizia a contare i minuti che lo separano dalla fine dell’avventura. Accarezza la fascia, spera di indossarla nuovamente quanto prima. Il vigile urbano riapre il portabagagli e tira via il gonfalone: non si va da nessuna parte, non c’è più un sindaco.

Robertino Marsella vuole firmare per primo. Rossella Chiusaroli chiude il cerchio, con le lacrime agli occhi. Claudio Monticchio continua a pensare che tanto non cambierà nulla. (Leggi qui Bye bye Carlo Maria: dimissioni in massa. Fine del governo D’Alessandro).

D’improvviso ecco che spunta in Comune anche Marino Fardelli, al tempo Segretario del Pd cittadino. Ma non è il solo. In un quarto d’ora il corridoio del palazzo di piazza De Gasperi è invaso dai politici. Inizia ufficialmente la campagna elettorale. (Leggi qui Tutti gli uomini di Carlo ‘il deposto’ D’Alessandro (di M. Molisani)).

Penne, lacrime e ripensamenti

Sarah Grieco con Gabriele Picano

Due anni sono passati, da quel 18 febbraio 2019. Cosa resta di questi due anni? Le macerie del centrodestra, sicuramente. Le fratture e la fine di un’amicizia storica nel centrosinistra.

A marzo, infatti, quando Peppino è convinto di essere il candidato del centrosinistra ancora una volta (la quinta) senza se e senza ma, Francesco Mosillo spiazza tutti. Ed offre a Enzo Salera quello che sapeva non avrebbe mai potuto rifiutare, ovvero il sostegno per la sua candidatura a sindaco.

È una mossa che cancella l’orizzonte politico del centrosinistra e ne traccia uno del tutto nuovo. Apre un dibattito interno, risponde alla richiesta di rinnovamento che arriva da ampi settori del fronte Petrarcone. Mette in crisi la leadership Dem cittadina: il segretario Marino Fardelli aveva costruito un percorso che passava per la candidatura di Petrarcone e, come soluzione istituzionale in caso di impossibilità, prevedesse la candidatura di Fardelli stesso come sindaco.

Mosillo manda tutto all’aria. Chiude il conto aperto con Petrarcone che alle precedenti votazioni gli aveva mandato all’aria l’elezione a sindaco: anche quella volta Peppino si era voluto candidare ad ogni costo, spaccando il centrosinistra, facendo mancare a Mosillo i voti necessari per la fascia tricolore. Una divisione che aveva spianato la via al centrodestra di Carlo Maria D’Alessandro.

Enzo Salera fa poker

Enzo Salera e Giuseppe Golini Petrarcone

Ora la storia si ripete. Mosillo non scende in campo. Ma garantisce il suo appoggio a Salera. Petrarcone in un primo momento sembra accettare. Poi torna a casa e ci ripensa. Maledice il Pd, si rimette in campo. Con una sua squadra. (Leggi qui La scomunica di Petrarcone: «Maledetto il Pd ed i suoi antenati»).

Salera si prepara ad inanellare quattro vittorie di fila: prima riesce ad ottenere le Primarie, grazie anche all’imposizione del Segretario regiopnale Bruno Astorre. Poi le vince, quindi diventa il candidato del centrosinistra e, prendendo più voti delle liste, va al ballottaggio. Dopo aver sconfitto Petrarcone mette KO anche Mario Abbruzzese. (Leggi qui La scomoda vittoria di Enzo Salera, sindaco di Cassino malgrado tutti).

Quel 18 febbraio di due anni fa ha segnato l’inizio dell’era Salera. Quello stesso giorno, una parte del centrodestra, credendo di fare strike andando subito alle urne per rientrare in Comune con un maggior peso, è rimasta tagliata fuori da tutto. In primis proprio l’ex capogruppo di FI Chiusaroli.

Carlo Maria: “Tradimento!”

Riportiamo gli orologi a due anni fa. Al giorno delle dimissioni in massa. In una conferenza stampa – l’ultima da sindaco, prima del decreto di nomina del commissario prefettizio – Carlo Maria D’Alessandro dirà: «La parola di oggi è: tradimento. È la prima volta che un sindaco viene sfiduciato dal suo Presidente del Consiglio. Pensavo di avere persone serie con me, ma tutto si è basato sugli interessi personali».

Carlo Maria D’Alessandro

Da quel giorno Carlo Maria D’Alessandro ha un tarlo. Conosce bene la vulgata secondo la quale il suo ex vicesindaco Carmelo Palombo ha ricevuto un ordine d’imperio da Francesco Zicchieri che imponeva di buttare giù l’amministrazione. Conosce bene anche l’altra versione e pure lui ha letto gli screenshot che scagionano Zicchieri.

Ha un tarlo. Chi ha ordinato ai dissidenti di Forza Italia d’andare a firmare? Il suo cruccio è che nessuno si sarebbe mai mosso senza la benedizione di Mario Abbruzzese. Ha ragione ma dimentica un dettaglio: a quel tempo c’era un’altra figura capace di fermare quel delitto politico: il coordinatore regionale Claudio Fazzone. La caduta di Mario ha spianato a lui la via per la conquista del sud Lazio.

Ma è altrettanto vero che Mario Abbruzzese, dopo la caduta di D’Alessandro, dopo aver bruciato la sua ricandidatura e tutte le altre che si affacciavano all’orizzonte è sceso in campo lui.

D’Alessandro non troverà mai le impronte del mandante: i delitti politici sono così: ci sono solo frammenti e non sai mai se siano stati lasciati per depistare e far cadere la responsdabilità su qualcun altro.

Narcisi bipartisan

Il sindaco di Cassino Enzo Salera

A due anni di distanza, per diverse ragioni, le due coalizioni devono ancora ricostruire sulle macerie. Il centrosinistra, seppur andato al Governo della città, ha rotto i ponti con quelle anime del centrosinistra che alle elezioni hanno preso altre strade. E che tuttavia sono forza vitale per la coalizione: a partire da Fardelli, Grieco, Petrarcone, Russo e altre forze della società civile. Il congresso del Pd sarà determinante e c’è ancora il tempo per cucire gli strappi iniziati due anni orsono.

Il centrodestra deve invece prima di ogni cosa ritrovare una identità. Identità che sembra aver completamente smarrito nel gioco delle prime donne e di un terribile narcisismo che esalta le personalità a discapito dei Partiti. È in atto uno scontro di potere: da un lato ci sono gli eletti in Consiglio che si riuniscono al tavolo creato dall’ex sindaco D’Alessandro; dall’altro ci sono i quadri di Partito che si riuniscono al tavolo creati da Abbruzzese.

E il tempo non ha affatto guarito i mali. Anzi, ne sono sorti altri. Su entrambi i fronti.

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