Gli incroci che portano al candidato del centrodestra

Il centrodestra inizia a preparare i nomi per le Regionali del Lazio. Si fa sempre più spazio Gennaro Sangiuliano. Ma FdI ha un tris d'assi. I Forza Italia c'è chi non vuole Fazzone

Dicono che ora la sua priorità sia la Sicilia. Ma chi la conosce assicura che nella più totale discrezione anche al Lazio Giorgia Meloni ci ha messo un pensiero. Per non farsi trovare impreparata.

Gli scenari dicono che in teoria il Lazio non dovrebbe essere sua competenza. Perché a Fratelli d’Italia toccherà la designazione del candidato governatore in Sicilia, alla Lega invece competerà la Lombardia, mentre il Lazio dovrebbe andare a Forza Italia. Ma dopo l’esperienza fatta lo scorso autunno con le comunali di Roma è la prudenza a dominare il campo.

La necessità di prepararsi

Innanzitutto perché Giorgia Meloni sa benissimo di non poter lasciare campo libero agli alleati, in nome di nessuna spartizione. Non può perché Roma è la città dove Fratelli d’Italia è dominante sul resto della coalizione di centrodestra: la Lega è inesistente, Forza Italia è evaporata. E chi è migrato, spesso lo ha fatto trovando ascolto nelle file di FdI.

Roma è una sorta di specchio che amplifica su scala nazionale l’immagine politica. Per questo il centrodestra vuole conquistare la Regione: per cancellare lo smacco della vittoria centrata a mani basse dai Progressisti con Roberto Gualtieri; per piazzare le sue insegne sull’ente guidato dieci anni da Nicola Zingaretti che proprio dalla vittoria bis del 2018 alle Regionali ha fatto partire la sua scalata al Pd nazionale divenendone Segretario. Troppi simboli per non parlare, non far valere la propria posizione di predominanza interna.

Il dibattito silenzioso sul candidato

Gennaro Sangiuliano

Parlerà, Giorgia Meloni. Dirà la sua sul candidato da esprimere alle Regionali del Lazio. Se dovesse essere un nome di convergenza farà sentire tutto il suo peso dentro una coalizione nella quale ha le percentuali più pesanti.

Il nome di convergenza che sta circolando da settimane è quello di Gennaro Sangiuliano, giornalista e saggista che dal 2018 è direttore del Tg2. È un nome di area: Alle elezioni Politiche del 2001 è stato candidato alla Camera nella Casa delle Libertà; è stato il direttore dello storico quotidiano napoletano Roma negli anni in cui era vicino a Pinuccio Tatarella.

Piace ai centristi, non dispiace affatto ai leghisti. Piace meno a chi punta sulla strategia del nome conosciuto per intercettare un elettorato romano storicamente tiepido verso la Regione. Gli contrappongono il nome di Massimo Giletti di La7, di fronte al quale c’è stata una levata di scudi dall’ala più ‘politica’ del centrodestra: viene considerato del tutto estraneo ai meccanismi, i riti, le intese di retrovia che costituiscono parte fondamentale della politica. È stato anche grazie a quelle strutture che Zingaretti ha tenuto in piedi la Regione pur essendo uscito dalle urne senza una maggioranza.

I veti interni

Claudio Fazzone

Un altro veto non dichiarato è stato posto invece da una parte di Forza Italia sul suo coordinatore regionale Claudio Fazzone. Silenzioso, efficiente, soprattutto organizzatissimo e strutturato come nessun altro. Gli rimproverano esattamente questo: d’avere la forza dei voti che gli consente margini di autonomia sconosciuti agli altri.

Dalle file di Forza Italia senza scoprirsi hanno cominciato a fare terra bruciata. I romani soprattutto. Dicendo: “come possiamo presentare agli elettori di Roma uno che parla napoletano?” Esagerazione per dire che alla Regione non è mai stato candidato un non romano; e che una parte del Partito vorrebbe Fazzone in pista solo per poterlo impallinare politicamente. Bersaglio troppo grosso. E troppo scaltro per finire in trappole così grossolane.

Gli assi di Giorgia

Chiara Colosimo (Foto: Paolo Cerroni / Imagoeconomica)

Tra i suoi consiglieri, c’è chi ha sollecitato Giorgia Meloni a tenersi pronta. A cosa? Calare l’asso se in autunno gli alleati dovessero finire nelle paludi come accadde cinque anni fa quando alla fine venne candidato il manager milanese Stefano Parisi. Che venne messo in campo a pochi giorni dalla presentazione delle liste. E sfiorò la vittoria.

L’unica che che in questa fase non manca a Fratelli d’Italia sono i nomi di spessore che potrebbe schierare sul Lazio. Il primo della lista è Francesco Lollobrigida: fidatissimo capogruppo a Montecitorio; competente ed esperto: assessore alla Mobilità e Trasporti nei tre anni di Renata Polverini. Ha già detto No ‘abbiamo già dato‘. La Regione è un ente in cui si amministra e prevede un impegno diverso da quello parlamentare in cui invece si fa politica. Molti ritengono che Lollobrigida sarebbe uno straordinario Governatore, altrettanti riconoscono che la sua abilità politica ha uno standing tale che sarebbe sprecato in una Regione, seppure importante come il Lazio.

L’altro asso è quello di Chiara Colosimo, la pasionaria ormai espertissima nel muoversi tra le correnti politiche che agitano il mare regionale; è stata lei a far scoppiare lo scandalo di Allumiere: ne ha intuito da subito l’immensa potenzialità cavalcandola fino in fondo. È stata, per ora, in una bolla di sapone giudiziaria ma un’indubbia fonte di imbarazzo politico perché il giuridicamente lecito non sempre è eticamente opportuno. Anche per Chiara Colosimo, il limite è che molti la vedrebbero bene a Montecitorio.

Il terzo nome è quello dell’ex portavoce di Giorgia Meloni: il parlamentare europeo Nicola Procaccini, pedegree politico nazionale, figlio di un magistrato e d’una parlamentare di lungo corso; standing nazionale, anzi europeo. Conosce l’amministrazione degli enti: è stato a lungo sindaco di Terracina; conosce la politica e le sue liturgie. Il limite? Sempre lo stesso: in Fratelli d’Italia ritengono che servano quadri giovani ed esperti per il parlamento del 2023.

La definizione del quadro

Massimo Ruspandini

Sui territori è in corso un lavoro di sintesi per nulla facile. La Federazione di Frosinone è la cartina di Tornasole. Negli ultimi tre anni Fratelli d’Italia ha conosciuto un’espansione galoppante. Ha dovuto dismettere toni e mentalità della destra nostalgica per passare a quelli della destra plurale: capace di fare sintesi tra le diverse sensibilità che ora compongono il Partito.

Il senatore Massimo Ruspandini ha dovuto fare gli straordinari per tenere in equilibrio gli ex forzisti come Antonello Iannarilli ed Alessia Savo, con la destra di matrice cattolica atlantista come quella incarnata da Gabriele Picano; con personaggi di spessore quali Alfredo Pallone che è stato coordinatore regionale del Popolo delle Libertà in cui veleggiava al 40%. E con l’esterna distinzione interna tra rampelliani e meloniani.

A loro si affiancano le legittime aspirazioni di chi in questi anni ha compiuto positive esperienze di governo. Come nel caso del sindaco di Ceccano Roberto Caligiore: nelle settimane scorse non ha nascosto la sua ambizione di concorrere per la Regione. Sosteneva che “un sindaco alla Regione rafforzerebbe città e Ciociaria“. La settimana scorsa ha fatto un passo indietro, annunciando il suo appoggio al Consigliere Provinciale di Fratelli d’Italia Daniele Maura. “Merita – ha scritto sulla sua pagina Facebook – di essere candidato alle prossime elezioni regionali del Lazio ed avrà il mio massimo sostegno e di tutti gli amministratori che mi sono vicini”.

A sud ha iniziato a scaldare i motori l’avvocato Gabriele Picano, vice presidente provinciale del Partito. Radicato su tutto il territorio, intende giocarsi la partita.

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