Gli ultimi minuti di Sinisa ai supplementari

Senza ricevuta di ritorno. La raccomandata del direttore su un fatto del giorno. L'ultimo goal di Sinisa: insegnare ai malati che non ci si arrende. Mai.

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Un giorno, nel pieno della Guerra che trasformò i Balcani in una macelleria a cielo aperto, nella casa dei suoi genitori entrò un amico di infanzia. Di quelli con i quali aveva tirato i primi calci al pallone ed insieme al quale era cresciuto fino al momento di fare il borsone ed andare via, in giro per il mondo, a calciare palloni e mandare in delirio le curve.

L’amico di infanzia ordinò ai genitori di lasciare la casa entro due giorni. Loro si spaventarono ma non più di tanto: perché quel ragazzo era cresciuto con il loro Sinisa, mille volte aveva fatto merenda in quella cucina, e mai avrebbe permesso che proprio a loro venisse torto un capello.

(Foto © Luca Zennaro / ANSA)

Tornò, li trovò ancora lì: tolse la sicura al Kalasnikov, lo puntò contro la foto di Sinisa che loro orgogliosamente tenevano in salotto. E sparò, puntando alla testa. Ordinando: fuori di qui entro un’ora.

Anni dopo, a guerra finita, quel miliziano si rincontrò con l’amico. E gli disse: “Lo sai che così ho salvato i tuoi genitori”. Era un simbolo Sinisa e bisognava  dimostrare che la guerra non faceva eccezioni nemmeno per gli idoli. Mihailovic gli rispose: “Lo so. Ma tu sai che se io fossi stato lì ti avrei ammazzato”. 

Diplomazia zero. Come ha fatto su tutti i campi di calcio, al punto che il capo delle micidiali Tigri di Arkan, leader degli ultras della Stella Rossa voleva sparargli per un suo ingresso ruvido su uno dei calciatori del Belgrado. Diventarono amici. Perché lo affrontò a brutto muso. Niente diplomazia nemmeno da allenatore. Capita agli uomini carismatici, ai leader: non hanno tempo per le trattative, ci sono colline da conquistare, difese da driblare, porte da sfondare.

Siniša Mihajlović (Foto © Agenzia LiveMedia / Dreamstime)

Anche contro la malattia è stato così. Ha pianto di rabbia, perché quando ti capita a 50 anni di sapere che sei ai supplementari non è una bella notizia. Ma lui ha giocato quei minuti in più con tutta la classe, la rabbia, il carattere che Sinisa Mihailovic aveva sempre messo in campo. 

Lunghe camminate, ogni giorno: come se volesse tenere lontana da lui la malattia; poi le chemio, con disciplina d’atleta. Rispondeva bene il suo organismo: tanto che all’inizio di dicembre faceva battute e trascinava il pubblico andato nella libreria Nazionale per ascoltarlo durante la presentazione dell’autobiografia del suo maestro Zeman. Ma all’improvviso arriva un’infezione: devastante in un organismo come il suo, provato dalle terapie e dall’immunodepressione generata dalla malattia. Pochi giorni e per Siniosa la partita è finita.

Insegnando, a tutti i malati, che si può anche perdere: ma prima che l’arbitro fischi tre volte, bisogna fare di tutto per scheggiare pali e traverse dell’avversario.

Senza Ricevuta di Ritorno

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