Grazie presidente Stirpe, anche per le lacrime

Il pianto disperato d’un bimbo appoggiato su una spalla. Singhiozza e chiede scusa perché teme che si possa sentire in diretta. Si chiama Matteo: è tifoso ma vuole fare il giornalista. Nel Box 4 del glorioso stadio Matusa gioca a fare il cronista, prendendo come esempio Fabio Cortina e Giovanni Giuliani: i due inviati di Teleuniverso mandati a seguire Frosinone – Carpi, la partita che doveva essere la penultima porta da attraversare per riabbracciare il sogno della Serie A. E invece è stata la finestra spalancata sull’incubo.

Le lacrime calde sulle guance di Matteo, i suoi singhiozzi sulla spalla di uno che ai suoi occhi è già adulto e invece è solo un ragazzo cresciuto in fretta in quel mattatoio di illusioni che da sempre sono le Redazioni. «Questo è quanto resta, il sogno infranto di un bambino e la certezza che il calcio è uno dei doni più belli e feroci che abbiamo ricevuto dai nostri avi» gli scrive Fabio per consolarlo.

 

A 9mila chilometri di distanza, dall’altra parte del mondo, in un albergo a 5 stelle di Xi’an,  lì dove i Marco Polo del calcio nostrano partiti da Ferentino e Frosinone sono in missione alla corte del Gran Kan moderno Marcello Lippi, un iPhone appoggiato su un tavolo illumina appena i volti rapiti da quelle immagini a colori che si muovono e raccontano la tragedia di una partita di pallone. L’alba del nuovo giorno in Cina non avrà l’aurora della promozione ma il grigio di una stagione finita al 94mo.

 

La casa nella periferia di Bologna ha le finestre aperte per combattere la prima afa di una stagione che si preannuncia calda. Sulla strada che costeggia il cortile, chi rientra in bicicletta sente sacramentare in un misto di toscano e ciociaro che si riassume in un improbabile «Tira mò diobò».  L’ingegnere ciociaro trasferito per lavoro, sente il respiro del Matusa e soffre come i diecimila che stanno lì dentro.

 

Sulle strade della provincia di Frosinone “traffico assente” annotano le poche pattuglie in giro di perlustrazione. “Come nelle sere dei mondiali”, chiosa un maresciallo.

 

In un’anonima casa della periferia della provincia di Frosinone, fingendo di non seguire, un Vecchio Cuore Granata, non si perde una sola parola che la radio sputa oggi dal web e non più dalle Onde Corte.  La cronaca dal Matusa è maledettamente simile a quella che veniva dall’Arena di Amsterdam quando Mondonico alzò la seggiola urlando e maledicendo quella finale da incubo contro l’Ajax mai più raggiunta dal Toro. Perché c’è molto di granata in questo Frosinone che è stato tirato su con un’organizzazione che è una piccola Juventus, c’è molto di quel tremendismo al quale i tifosi della parte di Torino che non vince mai sono abituati ed hanno nel dna. E questa finale con il Carpi è solo una conferma.

 

Se c’è una cosa che ha costruito in questi anni Maurizio Stirpe da Torrice, capitano d’impresa per tradizione, fabbricante di sogni per missione, non è il nuovo stadio che porterà il nome di suo padre (che poi è anche il suo).  Non è nemmeno il miracolo d’avere preso una squadra che aveva a disposizione un campo sul quale l’erba era diventata alta un metro e mezzo. E portarla a fare quattro passi nell’olimpo del calcio nazionale.

 

Il capolavoro di Maurizio Stirpe è quello d’avere unito una provincia che non ha nulla su cui unirsi, non ha una storia sulla quale riconoscersi, formata da regnicoli e papalini che così sono rimasti ancora a novant’anni di distanza (da una parte quelli che venivano dalle Due Sicilie con il regno dei Borbone e dall’altra quelli che erano stati nelle terre del papa Re). Diversi in tutto, divisi finanche nel dialetto. Pronti a scendere in campo ma per mettersi gli uni contro gli altri peggio dei toscani. Nemmeno uno stesso ideale figlio di una tragedia: pure la Guerra abbiamo fatto su fronti diversi, una parte sotto la linea Gustav con gli americani ed una parte sopra con il Reich. Nulla a fare da colla, tolto Giulio Andreotti ma quello non era un sogno: semmai una necessità.

L’unica cosa che ci abbia messo insieme, unendo le lacrime di Matteo, quelle piante in Cina, con le altre versate di nascosto nelle case di tutta la provincia, si chiama Frosinone Calcio. E’ stata la magnifica occasione per dimostrare che gente strana abiti questo lembo di terra: capace di applaudire una squadra che retrocede, accanto alla maglia anche se chi la indossa non ha giocato bene, che va allo stadio come se fosse una festa. E che piange ad ogni latitudine se manca la promozione, ma l’indomani chiede ‘Quando si può prenotare il nuovo abbonamento?’. Piange chi ha un cuore. Pensa al prossimo abbonamento chi è tifoso vero.

E’ questo il vero capolavoro. Per il quale, a quell’uomo che lunedì sera, nella pancia dello stadio, ha allontanato tutti chiedendo di lasciarlo solo, una cosa va detta:

grazie Presidente.

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P.S.: non so come stia in classifica il Toro, il Frosinone mi ha regalato ancora più emozioni

P.S al P.S. ha collaborato Fabio Cortina

 

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