Green Valley, Civis dice sì: «È la rivincita dell’Ambiente»

Gli ambientalisti di Civis dicono si al progetto della Green Valley a Roccasecca. Uno studio interno dice che le condizioni ci sono. E che economicamente conviene. Ecco perché

Si può fare: per gli ambientalisti sta in piedi il progetto abbozzato dal Cosilam di Cassino. «La creazione di un distretto per la coltivazione della canapa e per la connessa produzione industriale è concretamente realizzabile nei territori del sud della Ciociaria. Sia nei settori tradizionali (cartario, tessile e alimentare) sia in quelli più innovativi (bioplastiche per imballaggi, bioedilizia, ma anche cosmetica e farmaceutica)»: non ha dubbi Alessandro Ciuffarella, presidente dell’associazione Civis di Ferentino protagonista in decine di battaglie per la difesa del territorio.

Il progetto è quello che Marco Delle Cese, presidente del Consorzio Industriale per lo Sviluppo del Lazio Meridionale ha proposto all’assemblea dei soci la scorsa settimana. Con il loro benestare ha passato tutto all’Università di Cassino, facoltà di Economia: per calcolare le dimensioni che deve avere l’operazione. In pratica, un distretto industriale con almeno tre nuove fabbriche nell’area tra Roccasecca e San Giovanni Incarico e tutte basate sull’economia circolare. Produzione di canapa industriale dalla quale ricavare imballaggi bio con i quali sostituire la plastica. Un modo per evitare la Plastic Tax. Che allo stesso tempo permetterà la disintossicazione dei terreni avvelenati: perché la canapa è un eccellente fito depuratore naturale. (Leggi qui Una Green Valley a Roccasecca: Cosilam studia tre eco fabbriche e leggi anche qui La Green Valley, Formisano: «Non solo canapa ma anche food»).

Civis, un nuovo modello

Coltivazione canapa industriale

Il Presidente di Civis Alessandro Ciuffarella non ha dubbi, Il progetto che Marco Delle Cese sta sviluppando è «un nuovo modello di sviluppo, alternativo agli insediamenti industriali dedicati al ciclo dei rifiuti. Un modello che coniuga – sullo stesso territorio – il recupero della vocazione agricola dedicata alla coltivazione della canapa, con l’insediamento di realtà industriali innovative dedicate ai prodotti derivati dalla pianta. Lo coniuga con elevata sostenibilità ambientale ed in grado di ribaltare la situazione socio-economica della nostra Provincia».

L’associazione ambientalista aveva proposto anni fa un progetto simile ma ambientato nella Valle del Sacco.

Lì è vietato coltivare prodotti destinati al consumo umano. Ma anche i semplici foraggi per il bestiame che poi produce latte o carne destinati alla nostra catena alimentare.

Restare ancorati al modello di sviluppo legato all’economia lineare ed allo smaltimento dei rifiuti, equivale alla definitiva esclusione da ogni prospettiva di ripresa e rilancio, in particolare nella Fase 3 del post Covid-19”.

La storia ed i primi numeri

L’associazione ha svolto una prima analisi, e gli esiti sono positivi. Da quel lavoro emerge che nel 1940 l’Italia dedicava alla coltura della canapa 109mila ettari del proprio territorio con una produzione di quasi 87mila tonnellate.

Pochi sanno che almeno 15mila ettari erano terreni della Ciociaria; ed il perché ce ne fossero così tanti dedicati alla coltura della canapa è presto detto: il clima e la nostra terra favorivano produzioni di alta qualità. Da ogni ettaro venivano raccolte quasi due tonnellate all’anno, il 20% in più della media nazionale.

La canapa ciociara era richiesta da tutta l’Europa, e finiva anche oltre oceano, soprattutto in nordamerica (quasi 10mila tonnellate).

Era utilizzata per funi e cime nei cantieri navali ed edili, per vestiti, per scarpe, per sacchi ed altri imballaggi per le merci; con i semi si producevano oli e farine per uso alimentare, con gli scarti si concimavano i terreni sui quali crescevano tabacco, vigne, orti, frutta.

In Ciociaria, visto il clima e le caratteristiche favorevoli dei suoli, si potevano fare due raccolti all’anno.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il modello di sviluppo scelto per il nostro territorio contribuì a ridurre drasticamente le produzioni agricole per puntare sull’industrializzazione.

Ma non fu solo questo a determinare la fine della canapa in Ciociaria: nei primi anni sessanta arrivò sul mercato la plastica. Se ne poteva produrre di più, senza aspettare i cicli della natura, a prezzi bassi. L’intensità di lavoro richiesta dalla canapa e l’arrivo di più economiche fibre sintetiche come il nylon, portarono ad abbandonare l’uso di questa coltivazione.

L’olio e le farine da semi di canapa vennero travolte da nuovi prodotti alimentari, dalla voglia di arricchire le tavole vuote del dopoguerra.

La canapa, un dono della natura

Coltivazione di canapa industriale

La rivincita della canapa è arrivata con il periodo dei veleni e della chimica in agricoltura. È una pianta che lascia nel suolo un grande quantitativo di materiale organico utile per la fertilità dei terreni, non li impoverisce e anzi li depura. Contribuisce al risanamento idrogeologico poiché le sue radici fitte e profonde compattano i suoli, rendono i terreni più resistenti a frane ed inondazioni, prevengono i dissesti e ne limitano gli effetti.

Per lei ora c’è un nuovo futuro. Grazie alla Plastic Tax che colpirà tutti gli imballaggi tradizionali in plastica. Infatti, dalla canapa è possibile ricavare bio-imballaggi: esenti dalla tassa, con una riduzione della spesa per tutti i settori commerciali, industriali, dei servizi sui quali oggi pesano i maggiori costi degli imballaggi tradizionali.

Un mercato enorme

Case realizzate in bio edilizia

Ed un imballaggio a base di canapa oltre ad avere maggiore resistenza e leggerezza rispetto -ad esempio- al polipropilene, è biodegradabile e ciò consente di abbattere i costi di recupero e gli impatti ambientali.

L’utilizzazione tra le più promettenti è quella nel settore della bioedilizia. È fondamentale per l’isolamento termico nella ristrutturazione degli edifici già esistenti: rappresenta una validissima alternativa ai materiali di derivazione petrolchimica, come il polistirolo.

La nuova frontiera sono, però, le malte, le vernici e i rivestimenti esterni a base di canapa, i quali hanno la capacità di assorbire anidride carbonica ed inquinanti.

I CAM Criteri Ambientali Minimi, attribuiscono elevati punteggi nelle gare d’appalto in cui le imprese dichiarano l’uso di materiali riciclati o bio-prodotti, e pertanto la filiera della canapa ha un valore aggiunto notevole.

Perché a Roccasecca

Il sindaco di Roccasecca Giuseppe Sacco

Nel progetto del Cosilam la Green valley non deve essere solo la rivincita della canapa, ma di un intero territorio.

«Roccasecca e i Comuni limitrofi – conferma ora il presidente Alessandro Ciuffarella di Civis – sono quelli che più hanno patito -e patiscono- le conseguenze di un territorio che negli ultimi vent’anni ha sostenuto il peso dell’impiantistica dedicata alla gestione del ciclo dei rifiuti».

Tutto è iniziato oltre vent’anni fa. «Il pregiudizio si è aggravato allorchè dalla Capitale hanno pensato bene di “scaricare” sul sud della Ciociaria tutte le inadempienze romane e tutti danni e disagi dello smaltimento dei rifiuti: andrebbe aggiornata la sindrome di Nimby con l’accezione “solo nel TUO giardino”.

Per Alessandro Ciuffarella «realizzare il primo distretto integrato per la produzione e trasformazione della canapa -che potrebbe diventare leader per l’innovazione e l’attuazione di un nuovo modello di sviluppo- è una rivincita per i cittadini che nonostante tutto non hanno lasciato la loro terra e hanno testardamente resistito».

Roccasecca al centro

Il sindaco di San Giovanni Incarico, Paolo Fallone

Intorno a Roccasecca e San Giovanni Incarico c’è una enorme quantità di terreni agricoli incolti ed abbandonati che costituiscono il bacino per il recupero della produzione della canapa, unitamente ad una vocazione agricola ancora radicata. Infatti, le superfici agricole utilizzate nei Comuni del sud della Provincia sono diminuite nel 26% nell’ultimo decennio, si è perso il 51,4% delle aziende agricole con il crollo verticale degli occupati.

La maggior parte dei suoli agricoli è incolto o dedicato alle produzioni per l’autoconsumo delle famiglie. In parallelo le rendite fondiarie ed il valore dei terreni è stato gravemente intaccato.

«Il distretto della canapa – evidenzia Civis – costituisce un’occasione di rilancio e sviluppo delle attività agricole, per troppo tempo trascurate, nonché di recupero del valore dei suoli».

Cosa serve

Il presidente del Cosilm ha chiesto al laboratorio di Economia Circolare presso la Facoltà di Economia dell’università di Cassino.

Quello che occorre – evidenzia Civis – «è una sinergia fra le amministrazioni comunali, il Cosilam, le Università e gli enti di ricerca, le associazioni di categoria del settore agricolo, e le imprese dell’economia circolare».

Al centro del tavolo «uno Studio di Fattibilità ben definito, completo di tutti gli elementi che dimostrano non solo la concreta possibilità di realizzare il distretto della canapa, ma anche i vantaggi economici, sociali ed ambientali conseguibili».

Insomma, i “conti della serva”. Ed a proposito di conti «l’avvio del distretto può essere finanziato anche con fondi UE, già disponibili nei relativi programmi 2014-2020, e con i fondi stanziati per l’attuazione delle Leggi citate».

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