I vecchi di paese (Il caffè di Monia)

Foto: © Mauro Bosi

Uno straordinario affresco sugli anziani dei nostri paesi. Con i loro modi di essere e di fare. Di agire e di impicciarsi. Imperdibile ritratto di una generazione inimitabile

Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

I vecchi di paese sono superstiziosi, credono al malocchio ed al potere sanificatore delle formulette magiche. I vecchi di paese sono affezionati a Padre Pio e Padre Pio è affezionato ai vecchi visto che chiude un occhio se sparlano delle femmine, non rispettano i divieti di sosta con le loro Panda bianche, fanno i prepotenti con le file alle Poste e dicono il bestemmione ogni tre parole. Nonostante anche tra i giovani di paese si usi il bestemmione con moderata frequenza, non riuscendo ad emulare gli altri comportamenti dei vecchi di paese, non godono della stessa benevolenza da parte di Padre Pio.

I vecchi di paese si prendono le panchine davanti al bar e il vento tra le case in vendita, maledicendo i giovani alcolizzati, le forestiere sbandate, il sindaco che ha permesso lo scatafascio, e tutti i soldi buttati che si potevano spendere per cose più utili. I vecchi di paese hanno mogli che recitano il rosario, vanno a messa se le ossa lo permettono. Sono lo stereotipo del fedele per tradizione, di facciata forse o per comodità e superstizione, o solo perchè in forte odore di “trapasso”. Quando ti incontrano non fanno altro che ricordarti di non parlar male dei preti, di andare a Messa, pregare la Madonna, pregare i Santi, pregare i Morti e via con tutto il resto. Ma soprattutto di stare sempre con i preti. Vivono la loro fede col timore. Ne sono terrorizzate, e soprattutto temono maledizioni con relativo sterminio di intere famiglie, e di altri simili avvenimenti maligni, catastrofici e demoniaci ai quali solo il prete può trovare rimedio.

Per i vecchi di paese quello che conta di più e ad quale si attribuiscono addirittura poteri magici è il prete. Se stai con lui bene, se non stai con lui sei tagliato fuori e possibile preda di spiriti maligni. Cerchi lavoro? Chiedi al prete. Ti serve un cosiglio su come cucinare pasta e patate? Chiama il prete. Hai un malato in casa? Fai venire il prete. Hai mal di pancia? Dillo al prete. Ti perde un lavandino? Contatta il prete, magari lui non sa aggiustarlo ma conoscerà sicuramente un idraulico e se lo chiama lui quello corre subito. Al prete si chiede di tutto, si chiama il prete per ogni cosa. Tranne che per la remissione di peccati. Il prete di paese dal canto suo, continua invece beatamente a preoccuparsi delle sue messe, della sua parrocchia e dei suoi santi da portare a spasso tra i vicoli in salita.

Le vecchie di paese vivono tra l’orto, il giardino, la terrazza che finisce a strapiombo sulla valle; tra le radiografie dell’intervento all’anca, i Santi nell’altare sopra il letto, le foto dei mariti morti, quelle del loro matrimonio, in cui avevano un viso disperato. Parlano sempre di tutte le cose che vanno in malora. Dei giovani sfaticati, del vicinato che muore, dei figli che non tornano, dei nipoti che non si conoscono, della frutta che si perde sugli alberi, della gente che non saluta, e che se saluta poi dice cose disgraziate. Le giornate delle vecchie di paese sono scandite solo da una messa se il tempo è buono, o dal ritiro di pensione e medicine. Vivono in case sporcate dal caos di chi non ha più voglia di curarsi di niente. Nei momenti di silenzio, quando non sanno più cosa dire, tengono gli occhi tranquilli in un punto lontano della stanza, che di fatto non esiste, come gli uccelli vicini alla morte.

Le vecchie di paese sono più magre dell’anno scorso, più lente a capire le cose. Parlano come se le mancasse l’aria. Se le frasi sono troppo lunghe, alzano le mani e chiedono scusa. I vecchi di paese sono curiosi del futile e dell’indiscreto, possono parlare per giorni degli eventi più infimi, spesso inventati di sana pianta o esagerati dalla maldicenza, riciclando la notizia in mille salse, come si faceva in guerra con le bucce delle patate.

Le vecchie di paese sedute in piazza, parlano un dialetto sempre più stretto che io non capisco. Incomprensibili come gli uccelli immobili portati dalle correnti, l’aria tra i rami col rumore della pioggia che arriva. Mi siedo accanto. Dopo le solite domande sul lavoro e sulla salute, si comincia a fare l’elenco dei morti nuovi in paese. Questo mese sono morti tre vecchi, uno del ’13, uno del ’17 e uno del ’31. Una è morta a 96 anni d’infarto, da sola in casa, mentre scaldava la verdura. Il suo manifesto funebre è stato incollato sull’intonaco di casa; non come facevano una volta, che li attaccavano con la carta gommata, e dopo tre giorni non c’erano più. Qui la notizia rimarrà a lungo, cancellata dalle stagioni. Insieme al rosario della fontana. Al cimitero, i loculi col cemento fresco, ghirlande appassite, lombrichi accanto alle cappelle arrotolati come liquirizie.

Mi fingo interessata e gli dico che loro camperanno altri cent’anni. Gli vengono gli occhi giovani. Sono felici, ed io pure.

error: Attenzione: Contenuto protetto da copyright