Il 25 aprile della generazione dei disillusi

I tanti volti del 25 aprile. C'è anche quello senza la retorica. Fatta solo di Storia: che è scritta dalle storie. Fatte da tanti uomini. Nel bene e nel male.

Senza un mito da prendere ad esempio. Per questo, sempre alla ricerca di un ideale nel quale credere. È il destino di quelli della generazione nata a metà degli anni Sessanta. I disillusi. Figli di genitori che invece ebbero una gioventù carica di speranze: il boom economico, i fratelli Kennedy, Martin Luther King. E per chi stava a sinistra c’era ancora il mito di Baffone ed i Black Panther.

I post Sessantottini, quelli che videro il primo uomo sulla luna stando in un seggiolone o un girello, da un televisore in bianco e nero che pareva immerso nella nebbia, con Tito Stagno a battibeccare con Ruggero Orlando…

Uno degli ultimi miti rimasti era quello della Resistenza. Sulla quale il Paese si era liberato. I Partigiani buoni ed i tedeschi cattivi… Poi, crescendo, incontri il maestro Sergio, che tutto era tranne un fascista, che ti dice: “Io mi ricordo che i tedeschi ci trattavano bene, se uno di loro mancava di rispetto ad una signorina rischiava di finire fucilato. Poi vennero gli inglesi e ci trattarono da cani. Delle truppe coloniali è meglio che non parliamo…

Il tarlo vero te lo fa venire uno come Gianpaolo Pansa. Che durante la presentazione di un suo libro ti dice: “La storia della Resistenza come la conosciamo è quasi del tutto falsa; e va riscritta da cima a fondo. Gli storici professionali ci hanno mentito. Settantatré anni dopo, è necessario essere schietti: molte pagine del racconto che viene ritenuto veritiero in realtà non lo è. Le guerre civili furono due. Oltre a quella contro i nazifascisti, ci fu la guerra condotta dai comunisti contro chi non la pensava come loro”.

Crescendo capisci allora che la Storia andrebbe lasciata a chi sa leggere e raccontare la Storia. E la politica ne dovrebbe stare finalmente fuori. Senza tentare di appropriarsi di valori e miti che avevano un significato nel loro tempo. Perché solo così riusciremo a fare una volta per tutte i conti con il nostro passato. Definendo con il rigore della Storia le nostre radici: buone e cattive.

La Storia insegna. Senza la Storia si rischia di sprofondare di nuovo nello stesso buco nero. Ma non sarà mai una Storia Maestra se non ammetteremo che a scriverla furono uomini. Uomini in guerra. E gli uomini non sono mai tutti uguali. Non ne trovi due uguali. Tanto per fare un esempio, da queste parti è passato Fridolin von Senger und Etterlin, l’ufficiale dell’esercito nazista che salvò i tesori di Montecassino; ma portava la sua stessa divisa il generale Albert Kesserling, al quale è intitolata la lapide all’infamia scritta da Duccio Calamandrei. Così come, nel Regio Esercito ci sono stati ufficiali. carichi di umanità ma con la stessa divisa, sui Balcani e in Grecia, altri ufficiali andavano in giro la notte a violentare e tagliare teste a colpi d’ascia. Nella Krigesmarine c’era Werner Hartenstein che, caso unico, costrinse Hitler a fermare la guerra per consentire i soccorsi al Laconia. E con la stessa divisa c’erano altri ufficiali che mitragliavano gli uomini finiti in mare.

Gli uomini non sono mai uguali. Non lo sono nella vita. Non lo sono in guerra. E noi facemmo tre guerre nello stesso anno e sullo stesso suolo: quella con i tedeschi, quella con gli alleati, quella tra noi stessi perché facemmo pure la guerra civile, feroce e senza riguardi per nessuno. Con vendette e rappresaglie. Fatte anche su chi non aveva mai impugnato nemmeno una rivoltella.

Ci volle l’intelligenza di Togliatti e degli altri padri costituenti per mettere un punto alla faccenda.

Ma così ci consegnarono un Paese che non ha più fatto i conti con la sua Storia. Ha ridotto il 25 Aprile a mito. Destinato a scolorire. Se non lo si mette in mano alla Storia. Fatta di uomini in guerra. Con i loro eroismi, le loro codardie, i loro crimini, le loro buone azioni. La Storia non è mai una sola: è un insieme di storie. Un’altra disillusione per chi credeva nel mito.

Ma per chi ha il coraggio di guardare quella Storia, senza la luce della retorica, il 25 Aprile è una data da onorare. Senza se e senza ma.

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