Il coraggio di cambiare il vocabolario della politica nel Lazio

Il vocabolario della Transizione Ecologica rischia di essere già vecchio. Soprattutto nel Lazio ed in Provincia di Frosinone. Qui dove un tempo si pensava di fare la pattumiera della regione si sta invece molti passi avanti. Ecco perché c'è il rischio di perdere il treno dello sviluppo

Non ci sono più alibi. Con l’ingresso di Roberta Lombardi nella Giunta regionale del Lazio e la creazione su misura per lei di un assessorato alla Transizione Ecologica, il Lazio non può più tirarsi indietro sui grandi temi che legano l’industria e l’Ambiente. E non può fare a meno di affrontare la sfida che impone un cambiamento radicale di vocabolario sul territorio.

Un equivoco va evitato da subito. Tanto il Ministero cucito su misura per i grillini quanto l’Assessorato creato per loro da Nicola Zingaretti nel Lazio non sono due deleghe all’Ecologia. Bensì un dicastero che tra i suoi compiti ha quello di mettere fine a troppi pretesti usati per frenare la crescita: tanto del Paese quanto del Lazio. Chi frena? Chi ha interesse che le cose rimangano così perché ci guadagna.

Roberta Lombardi con Davide Barillari e Loreto Marcelli. (Foto: Imagoeconomica, Stefano Carofei)

Su un altro punto va fatta chiarezza in fretta: il Movimento 5 Stelle fino ad oggi nel Lazio ha avuto una posizione di principio contraria ai nuovi impianti. I numeri dicono che ce n’è disperatamente bisogno.

È da qui che si deve partire se si vuole cambiare il vocabolario ed utilizzarne uno che ciò proietti finalmente nell’onda dello sviluppo.

Il metano bio

Il primo tema sul quale il neo assessore Roberta Lombardi ha il compito di prendere un appunto sull’agenda è il bio metano.

In Italia ci si riscaldano milioni di case, ci camminano circa 945mila auto (dati Aci al 2018), ci si alimentano centinaia di impianti che danno lavoro ad un’infinità di persone in ogni settore. Il Lazio è la seconda regione dopo la Lombardia per ricchezza prodotta nel Paese: da noi produrre costa di più. Perché abbiamo meno impianti dai quali ricavare energia.

Siamo in dietro con la produzione di bio metano ricavato dagli avanzi che gettiamo dalle nostre cucine. In Italia oggi ci sono 58 impianti e 47 di loro sono nel Nord d’Italia. Le stime dicono che ne servirebbero altri 30 al Centro-Sud. Che è in ritardo. In Veneto ci sono città che si scaldano, camminano e producono con il gas ricavato dagli avanzi delle tavole dei ciociari. E si mettono pure in tasca circa 150 euro per ogni tonnellata che gli mandiamo.

Un impianto per la produzione di bio metano

L’Agenda della Transizione Ecologica nella nuova Giunta Zingaretti dovrà dire se i cittadini del Lazio mangiano le stesse cose dei residenti in Lombardia. Perché se è così, nelle pattumiere delle cucine del Lazio ci finiscono la stessa pasta, la stessa insalata, le stesse bucce di patate che buttano al Nord. Allora perché da noi deve essere così complesso avviare un impianto che ne estragga il metano bio? Perché i cittadini della provincia di Frosinone devono spendere 150 euro a tonnellata per mandare la nostra materia prima in Veneto regalandogli il nostro gas?

A chi conviene la situazione di oggi è chiaro.

Il vocabolario da cambiare

Non sono pazzi gli ambientalisti. Non sono campate in aria le preoccupazioni che alcuni di loro sollevano, soprattutto in Provincia di Frosinone. Sono le preoccupazioni di chi ha visto per decenni lo stupro del territorio: usato come discarica clandestina, talvolta addirittura mascherata da fabbrica. Gli Anni Novanta sono stati vissuti in maniera molto pericolosa dall’Ambiente della provincia di Frosinone.

Il neo assessore alla Transizione Ecologica ha il compito di rassicurare anche quel mondo dell’ambientalismo. Che è diviso. In modo verticale. C’è Legambiente Frosinone che dice si al metano bio purché fatto in maniera rigorosa, c’è Medici per l’Ambiente di Frosinone che dice no e solleva anche il tema delle quantità di materia da trattare, c’è Civis a Ferentino che mette a punto un protocollo legale capace di smascherare i malintenzionati. (Leggi qui Il coraggio che è mancato ai sindaci. E la sfida dei green).

Nicola Zingaretti con Roberta Lombardi e Valentina Corrado (Foto: Livio Anticoli / Imagoeconomica)

Oggi i numeri ci dicono cose precise. Con le parole ed i concetti utilizzati fino ad oggi l’assessore Roberta Lombardi e la Regione Lazio non andranno da nessuna parte. Perché sono vecchi, superati, terribilmente in ritardo.

Nel Lazio ancora oggi si parla di smaltimento dei materiali. Ed il MoVimento 5 Stelle a Roma e nel Lazio ha fatto della riduzione dei rifiuti la bandiera del suo manifesto ecologista. Sono temi sbagliati. Perché ormai vecchi. Non è più vero che bisogna produrre meno rifiuti possibile: è vero invece che bisogna trasformarne e riciclarne il più possibile. È questo il principio chiave dalla nuova economia che sta prendendo piede nel mondo: sostituire la parola smaltire con la parola recuperare.

Bisogna recuperare e rimettere in ciclo tutto quello che si può. La Terra non ha più abbastanza risorse per tutti e non ha abbastanza spazio per interrare i rifiuti come prima. E soprattutto con il recupero si creano migliaia di nuovi posti, si crea nuova materia prima ad un costo infinitamente più basso rendendo competitive le aziende.

La sfida del riciclo globale

La vera Transizione Ecologica è un cambio di vocabolario nel quale non smaltisco più ma tratto quei materiali usati e gettati per metterli in nuovi cicli produttivi. Gli avanzi di cucina trasformati in metano sono un esempio, le ceneri di termovalorizzatore trasformate in sampietrini a Roccasecca sono un altro esempio.

Itelyum a Ceccano recupera oltre il 95% degli olii esausti

La provincia di Frosinone è una delle aree del Lazio che ha le migliori professionalità nel campo del riciclo e riuso. Con eccellenze di portata mondiale come la Itelyum di Ceccano: prende gli olii esausti e ne recupera oltre il 95% trasformandoli in nuove materie prime. La Vetreco di Patrica è una delle principali piattaforme in Italia con cui recuperare il vetro evitando che finisca in discarica e che ogni anno si consumino tonnellate di sabbia per realizzare il prodotto. La Saxa Gres ad Anagni come la Grestone a Roccasecca hanno inventato un nuovo modo di recuperare le ceneri e trasformarle in pietre.

Per anni la provincia di Frosinone è stata considerata la pattumiera del Lazio. Ma oggi il vero business sta nel saper lavorare e ricavare nuova materia prima da ciò che altri buttano nella pattumiera.

La svolta colossale per il sistema industriale del territorio arriverebbe se si specializzasse anche nel lavorare gli scarti delle sue stesse industrie. Oggi vengono mandati in strutture specializzate al Nord: con un doppio costo, quello per smaltire e quello per comprare nuove materie prime. Ma se imparassimo a trasformare direttamente sul posto avremmo un doppio risparmio e le nostre aziende diventerebbero più competitive. È questa la Transizione Ecologica.

La Transizione già avviata

La provincia di Frosinone ha già iniziato la sua Transizione Ecologica. Nel Lazio i numeri dicono che recuperiamo poco. Perché non abbiamo gli impianti moderni capaci di differenziare. Uno, modernissimo, è quello che hanno voluto i sindaci della provincia di Frosinone e che sta realizzando la società pubblica Saf a Colfelice. Sarà in grado di recuperare fino al 90% di quello che oggi finisce in discarica. Non solo: ha avviato l’iter per smettere d’inviare in Veneto i nostri rifiuti e lavorarli in provincia di Frosinone in un impianto per l’estrazione del metano bio.

Lucio Migliorelli, presidente Saf

C’è un segnale chiaro sul fatto che il mondo stia andando in quella direzione: la Mad – società che gestisce a Roccasecca la discarica pubblica dei rifiuti provinciali – ha avviato una delle più avanzate aziende di agroenergia sul territorio. Ricava energia dai prodotti agricoli.

Il salto culturale

Le stime dicono che i 34 impianti che mancano nel centro e Sud d’Italia eviterebbero la produzione di quasi un milione di tonnellate di Co2 che avvelena la nostra aria. (Rapporto Utilitalia rifiuti urbani).

Il dibattito di oggi appartiene a vent’anni fa. Ad esempio: a Frosinone è aperta la discussione su un impianto per l’estrazione di metano bio che la società Maestrale vorrebbe realizzare. Tra le motivazioni dei contrari ci sono i volumi: tratterebbe tanti rifiuti, più di quelli che le cucine di tutta la Ciociaria possono produrre e che comunque dovrebbero andare nell’impianto di Saf.

La posizione della Regione non è marginale: con la Transizione Ecologica, ciò che oggi consideriamo rifiuto diventa potenzialmente nuova materia prima? Esattamente come avviene in Veneto? Lì sono felicissimi di prendere gli avanzi sia delle cucine ciociare che di altri posti del centro Sud e farci il metano, anche se non sono rifiuti veneti. Esattamente come avviene in Danimarca ed altri Paesi europei che prendono i rifiuti italiani: li considerano fondamentali per la produzione. Noi qui stiamo discutendo se prendere quelli di Zagarolo e Grottaferrata.

Dibattito legittimo, ci mancherebbe. Ma è proprio per questo che ora la Regione deve mettere da parte gli alibi e fare chiarezza. Se la norma resta come è oggi nel Lazio la discussione è chiusa. Ma se la Transizione Ecologica deve portarci ad un salto nella produzione di energia allora la questione dei confini geografici per i rifiuti va ridefinita.

Un casello per la Green valley

Il casello abbatte l’inquinamento

C’è poi il tema della Green Valley, l’immensa piantagione di canapa industriale che il Comune di Roccasecca ed il Cosilam intendono realizzare per bonificare dai metalli i terreni dell’area industriale intorno a Saf e Mad. E con le piante che hanno assorbito i metalli realizzare gli imballaggi con cui sostituire la plastica. Lì vicino la Grestone ha già detto di essere pronta ad acquistare i materiali, per imballare i suoi sampietrini realizzati in pietraceramica.

E la Regione? Come si colloca di fronte a questo progetto che ha già incassato l’appoggio di Enea (l’Agenzia nazionale per le nuove energie) e l’università di Cassino?

Ha un ruolo non secondario. Su quell’area occorre un casello autostradale. E poco conta che sia troppo vicino a quelli di Pontecorvo e Ceprano. Il casello serve e lo dicono i numeri dell’Annuario Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Leggendolo si scopre che il 16% di gas serra in Italia proviene dai 107 mila viaggi dei camion che trasportano l’immondizia dalle zone senza impianti a quelle che li hanno. I camion rischiano di intasare la Casilina.

I soldi per realizzare il casello in larga parte ci sono. Servono autorizzazioni, documenti, via libera. La Regione cosa intende fare?

Il tabù termovalorizzatore

Bando alle ipocrisie. I numeri del Lazio dicono che c’è spazio per un altro termovalorizzatore. Proprio il Movimento 5 Stelle ha preteso l’approvazione di una norma che dicesse No a nuovi impianti di quel genere.

Il termovalorizzatore di San Vittore del Lazio

Oggi in Italia ce ne sono 36, sono quasi tutti al Nord e ricavano energia bruciando i rifiuti dopo averli trattati e trasformati in Combustibile. Tanto per fare un paragone: la Germania ne ha 96 e la Francia che ci vende l’energia ne ha 126.

Nel centro Sud d’Italia ne servono almeno 3. Anche qui il tema è come per tutte le cose: dipende come lo realizzi. Ad Acerra ne è stato costruito uno che emette dalle ciminiere aria più pulita di quella che entra.

Cifre di fronte alle quali c’è il dovere di porsi almeno il dubbio. Se il No ai termovalorizzatori sia superato alla luce delle nuove tecnologie. E se queste siano davvero così affidabili come appare dai numeri che arrivano da Acerra. Non aggiornare il vocabolario in questo caso potrebbe voler dire che si lasciano agli altri i vantaggi di un’energia elettrica ricavata dai rifiuti. (Leggi qui Stellantis, si inizia a ballare. La sfida Green alle eco mafie).

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