Il Covid-19 fa scoprire l’importanza della squadra: ce l’ha soltanto Zingaretti, gli altri leader sono…soli

La quarantena a cui il coronavirus ha obbligato il segretario ha fatto emergere la forza della classe dirigente del Pd. E questo è un merito di Zinga, anche alla Regione. Nella Lega e in Fratelli d’Italia cosa sarebbe successo con Salvini e Meloni ai box? Per non parlare di Berlusconi e Renzi.

Quando il leader non può esserci subentra la squadra. Ma soltanto se c’è. Vale pure in politica, anzi probabilmente in politica vale ancora di più. Da quando è iniziata l’emergenza Coronavirus in Italia, Nicola Zingaretti, segretario nazionale del secondo partito italiano e presidente della Regione Lazio, è costretto alla quarantena per essere risultato positivo al Covid-19.

Ha continuato a seguire e coordinare sia il Pd che la Regione da casa, ma i suoi uomini sul campo hanno fronteggiato la situazione. E lo hanno fatto con successo, al punto che Zingaretti ha potuto dedicarsi con tranquillità a debellare la malattia. Togliendosi perfino lo sfizio di vedere il Pd avanzare nei sondaggi, fino a tallonare ormai la Lega. Secondo l’ultima rilevazione Ixé sono meno di quattro i punti che separano i Democrat dal Carroccio. (leggi qui Il Pd “vede” la Lega, continua la rimonta di Zingaretti).

Il concetto di ‘squadra‘ fa parte della natura della sinistra, poco incline al leaderismo. Che, anzi, per una lunga stagione veniva combattuto ed era considerato una grave colpa ideologica. Il che pone un quesito: se la stessa cosa fosse successa ai leader delle altre formazioni politiche, gli stessi avrebbero potuto raggiungere gli stessi risultati, guidando i rispettivi partiti con la medesima efficacia e tranquillità.

La squadra

Nicola Zingaretti con Anna Ascani e Andrea Orlando. Foto © Imagoeconomica / Alvaro Padilla

Nel Pd Nicola Zingaretti ha immediatamente trasferito molte funzioni al vicesegretario Andrea Orlando, che non ha tentennato neppure per un attimo. Senza considerare il contributo discreto ma fondamentale di sua “eminenza” Goffredo Bettini. Al Governo ci ha pensato, come al solito, Dario Franceschini, supportato da una squadra di altissimo livello. Poi ci sono i ministro Roberto Gualtieri e Paola De Micheli: entrambi provengono da una scuola in cui è centrale il concetto di squadra e l’assunzione delle responsabilità. Si potrebbe continuare.

Alla Regione Lazio il vicepresidente Daniele Leodori è abituato da molto tempo al ruolo di facente funzioni. Ha indossato l’elmetto, guidando l’emergenza. Continuando a mantenere il ruolo di numero 2, senza voler occupare i riflettori: nella squadra quelli sono un dovere che compete al numero 1.

Supportato da un assessore di livello assoluto come Alessio D’Amato: per cinque anni è stato l’assessore ombra alla Sanità del Lazio quando il commissariamento impediva di avere un assessore ufficiale. Ma è stato proprio da quella ‘Cabina di Regia per la sanità‘ che in questi anni ha tagliato, cucito, spostato, trasformato. In una crisi come questa determinata dal Covid-19 Alessio D’Amato è l’uomo che conosce ogni reparto, ogni criticità, ogni eccellenza ed ogni magagna della Salute regionale. Infatti ha impiegato un secondo ha spostare letti, liberare stanzoni, convertire in Covid-Hospital, generare centinaia di postazioni di Terapia Intensiva, decentrare, coinvolgendo il Vaticano ed i Privati.

Alessio D’Amato con Nicola Zingaretti © Carlo Lannutti / Imagoeconomica

Poi c’è naturalmente il presidente del consiglio regionale Mauro Buschini. È il paziente tessitore venuto dalla provincia: forgiato nella vecchia scuola in cui si è fatto le ossa anche Zingaretti, con l’aggravante di avere sulle scarpe i segni di quel fango politico che in provincia bisogna saper guadare se non si vuole finire presto la propria carriera bloccati nelle sabbie mobili. Una dote diventata decisiva nel primo spicchio di questa seconda legislatura, nata senza una maggioranza: a Buschini si deve la paziente tessitura dei rapporti con l’opposizione sfociati nel Patto d’Aula che una maggioranza l’ha generata. Lui è stato l’esperto attraversatore di paludi che ha raggiunto i banchi del Cinque Stelle conquistandosi la fiducia della capogruppo Roberta Lombardi. Un pezzo del Governo Conte 2 è nato da quel guado. (leggi qui Buschini e «quella notte in cui diventammo affidabili per i Cinque Stelle»).

Le squadre degli altri

Fosse successo ai capi di altri Partiti non ci sarebbe stata la stessa continuità nella gestione politica.

Matteo Salvini © Imagoeconomica / Sara Minelli

Matteo Salvini è il Capitano assoluto della Lega. Giancarlo Giorgetti ha un ruolo importante, ma Salvini gli stesso gli ha imposto confini chiari. Per il resto non c’è un “vice” che può raccogliere lo stesso consenso e avere la medesima autorevolezza di Salvini. Il Governatore del Veneto Luca Zaia sta fronteggiando un’emergenza assurda. Il suo collega della Lombardia Attilio Fontana è messo ancora peggio. Ma comunque nessuno dei due ha lo stesso carisma politico del Capitano.

In Fratelli d’Italia dietro Giorgia Meloni c’è il vuoto nella catena di comando riconosciuta da tutti. Francesco Lollobrigida e Ignazio La Russa sono bravissimi, ma non hanno lo stesso peso politico della Meloni.

In Forza Italia il numero due Antonio Tajani sta gestendo Partito, ma con Silvio Berlusconi che osserva attentamente. Con il Cavaliere fuori gioco si scatenerebbe una lotta per la successione che rischierebbe di travolgere il Partito.

Identico discorso per Matteo Renzi e Italia Viva. Chi è il numero due? Non c’è. Dove sta la squadra? Non c’è.

Luigi Di Maio Foto © Imagoeconomica / Alvaro Padilla

Un discorso a parte merita il Movimento Cinque Stelle, guidato in questo momento da Vito Crimi. Ma i pentastellati da due anni sono divorati da lotte intestine tra i vari Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Roberto Fico, Paola Taverna, Roberta Lombardi e chi più ne ha più ne metta. Il crollo politico ed elettorale è stato fortissimo. Forse proprio per la mancanza di una leadership riconosciuta dopo che Beppe Grillo si è sostanzialmente ritirato. Davide Casaleggio non può ricoprire un ruolo politico.

La grande crisi legata al Coronavirus ha fatto scoprire alla politica italiana quanto conta la squadra. Ce l’ha solo Zingaretti.

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