Il dilemma interno dei 5 Stelle davanti al cambiamento

Le reazioni della base a 5 Stelle dopo l'assemblea regionale in cui si sta decidendo il cambiamento. I dibattiti sulle bacheche. E le perplessità di molti. La sintesi degli 80 interventi

Ventiquattro commenti. La sintesi del malessere nel Movimento 5 Stelle sta sulla bacheca di Fernando Fioramonti, consigliere comunale ad Anagni e grillino dai tempi dei Vaffa Day. Ha partecipato alla prima Assemblea Regionale: quella riunita domenica al Seraphicum di Roma e destinata a cambiare pelle al M5S, trasformarlo definitivamente in Partito. (leggi qui Il M5S cambia pelle: via all’Assemblea Regionale per decidere la riorganizzazione)

Sulla sua bacheca Facebook ha postato una sintesi del suo intervento e delle posizioni proposte anche dagli altri. I commenti che arrivano dalla base descrivono alla perfezione lo stato d’animo di chi tre anni fa discuteva se nelle giunte dovesse entrare un consigliere eletto oppure un attivista esterno.

Il dilemma interno

Oggi anche il MoVimento ha iniziato a fare i conti con la realtà. Sta nelle amministrazioni comunali ormai da tempo: ha i suoi indagati, i suoi arrestati, fatto la scoperta delle umane tentazioni, prima tra tutte quella di leccarsi le mani a fine giornata dopo avere lavorato il miele.

Il M5S ha scoperto che il problema non è la politica, non sono i Partiti: sono gli uomini che li compongono. Nello stesso momento è iniziato il crollo nei seggi, la discesa nei sondaggi. È arrivata la necessità di cambiare per sopravvivere. Insomma, diventare Partito come gli altri per portare avanti la battaglia dei principi.

Ai delegati presenti domenica al Seraphicum è chiaro che altrimenti ci sono poche speranze per gli 7 candidati sindaci a Cinque Stelle nei 32 Comuni della provincia di Roma che sono stati chiamati alle urne il 26 maggio per rinnovare la loro amministrazione comunale.

No alleanze, no alle carriere

Ottanta alla fine le proposte discusse al Seraphicum. Molte sono simili tra loro e possono essere accorpate: un lavoro che in queste ore sta vedendo al tavolo la deputata eletta a Frosinone Enrica Segneri.

In tanti hanno detto no alle alleanze con le liste civiche: anche perché lì ci puoi trovare di tutto pure se l’etichetta non è di Partito. No anche allo sblocco del limite a due mandati.

Fernando Fioramonti ha tentato di fare una sintesi prima di elaborare le sue proposte di riforma. Le ha messe a punto con 32 amministratori di Comuni del Lazio. La sua bacheca ribolle.

La pancia del MoVimento

«Che tipo di mandato avrebbero ricevuto da chi li ha votati questi 21 consiglieri comunali per fare una proposta di questo genere?» domanda un attivista. Chissà se è al corrente che la sua figura è stata soppressa dall’ultimo Statuto, quello che ha preso il posto del Non Statuto. Ora ci sono solo iscritti e non iscritti: o sei dentro o sei fuori.

Il dibattito prosegue. «Il lavoro sarebbe quello di scriversi le regole del Movimento nel territorio? Di togliersi da soli la regola dei 2 mandati? Di crearsi un organismo dove loro decidono la politica sul territorio? Scusa ma tu lo sai perché viene eletto un consigliere comunale?»

Fioramonti prova a spiegare che è una richiesta partita direttamente da Luigi Di Maio. Che è una necessità nata all’indomani dei Ko alle Regionali. Perché serve a poco vincere le elezioni e scoprire poi che devi fare i conti con gli altri: perché la democrazia è questo, portare avanti l’idea dei tuoi elettori insieme a quella votata da altri elettori di un altro Partito. E solo facendo la sintesi diventi maggioranza.

Ma tra i duri e puri il concetto non passa. Anzi. Rimproverano addirittura a Fernando Fioramonti di avere elaborato una tesi, averla condivisa con gli altri amministratori, esponendola infine all’Assemblea Regionale. Reclamavano prima un confronto interno con la base.

«Caro Fernando, la tua risposta è puro politichese e non considera che siamo in democrazia e che ci sono regole minime, regole di “democrazia”, che dovrebbero ispirare qualsiasi movimento politico e qualsiasi azione di un politico eletto. Ebbene, in questo caso la proposta da te avanzata parla da sé, perché disconosce ogni possibilità di confronto a livello territoriale. Inoltre, permettimi di rilevare che la spendita della carica di Consigliere avrebbe richiesto un confronto democratico e trasparente con gli elettori. Confronto che qui evidentemente è mancato».

Il sano realismo

C’è chi è più pragmatico. E fa notare che l’alleanza con i Civici sarebbe un suicidio. Perché «Non riusciamo a fare le liste noi e vogliamo imbarcare le civiche, e chi poi?». La conferma arriva da Cassino, Veroli, Ceprano: i tre principali Comuni chiamati alle urne in provincia di Frosinone nella prossima tornata. Lì il Movimento 5 Stelle ha presentato un suo candidato a sindaco ed una sua lista: ma non è riuscito a trovare nemmeno un numero di candidati sufficiente a completare la lista. In alcuni casi ci sono marito e moglie, coppie di fidanzati.

La base non è convinta. Mette a nudo la realtà: «Allora cambiate la legge elettorale»

Un anestetico

Sulla bacheca del consigliere portavoce di Anagni c’è chi denuncia l’intera Assemblea. Ritiene che sia servita per anestetizzare gli iscritti e gli attivisti.  

«Nella gestione delle aziende la “falsa partecipazione” dei dipendenti ai metodi di lavoro e alla struttura organizzativa , (lo strumento più utilizzato sono i circoli della qualità…) è uno strumento inventato già negli anni sessanta dalle scuole americane di management razionalizzado e adattando quanto già introdotto nelle fabbriche giapponesi. La “falsa partecipazione” serve al coinvolgimento dei “low echelons” per la loro gratificazione. Tecniche oggi superate da metodologie più raffinate . Buon lavoro. Casaleggio però dovrebbe aggiornarsi».

La selezione della classe dirigente

C’è chi invece propone di usare il vincolo che Fidel Castro ha imposto anni fa ai candidati nelle varie Assemblee di Cuba. In pratica: se ti vuoi candidare a qualcosa devi prima avere maturato esperienza per un mandato nello scalino precedente.

È un chiaro riferimento ai troppi che in questi anni si sono trovati paracadutati ad amministrare il Paese e prima di allora non avevano mai nemmeno partecipato ad un’assemblea di condominio.

Il dubbio però viene scorrendo l’elenco degli interventi. E quello di presenti ed assenti. C’è la vicepresidente del Senato Paola Taverna quella dei No Vax senza se e senza ma. Ci sono molti dei consiglieri regionali del Lazio ma non la capogruppo Roberta Lombardi che ufficialmente è a letto a causa di una coda d’influenza.

Assente anche la sindaca Virginia Raggi. Presente però quasi tutto il gruppo in Campidoglio.

I punti condivisi

Alla fine però si arriva ad una serie di punti condivisi.

Sulla riorganizzazione del Movimento c’è una sostanziale convergenza su un modello che vede un segretario ed una segreteria a livello regionale, poi a livello Provinciale ed una a livello più territoriale. Viene sollecitata una certificazione dei MeetUp.

I rapporti con le Civiche: la maggioranza degli interventi ha sottolineato che il Movimento 5 Stelle è ‘la‘ civica per definizione. Ma nei centri più piccoli si può tenere in considerazione la possibilità di alleanze con altre civiche che però accettino il programma, le regole ed il metodo di selezione dei candidati, in uso nel M5S.

Sul terzo mandato c’è la tendenza a dire no. Ma allo stesso tempo c’è l’esigenza di non disperdere l’esperienza acquisita durante i due mandati da amministratori comunali, regionali e parlamentari. L’ipotesi è quelli di metterli nella segreteria politica che affiancherà i nuovi portavoce.

Alcuni hanno sollevato il rischio che questo punto disponga la creazione di portaborse paracadutati in segreteria dopo avere esaurito i due mandati. Una sorta di mini casta.

 Sul sistema Rousseau: la richiesta è quella di rendere la piattaforma finalmente trasparente in modo da conoscere il numero reale degli iscritti, il numero degli aventi diritto al voto. E soprattutto da conoscere in tempo reale i risultati delle votazioni. 

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