Il Festival delle Storie: «L’antidoto a un mondo fatto solo di click e alla ricerca disperata di like»

Torna il Festival delle Storie: rassegna internazionale che porta nella Valle di Comino i più grandi narratori. Come in un gigantesco focolare nel quale il pubblico si riunisce la sera per ascoltare. E restare a bocca aperta di fronte alla magia della vita...

Francesco Boezi
Francesco Boezi

L'uomo mantenga ciò che da bambino ha promesso

Il segreto è nascosto tutto in un pensiero di Michael Ende, lo scrittore tedesco che ha concepito romanzi fantasy di fama mondiale: La Storia Infinita e Momo. Per lui ogni racconto, ogni narrazione, è una neverending story. Solo che Vittorio Macioce se n’è accorto per primo. Almeno in Italia. Tanto che quella che sta per iniziare in Valle di Comino, per il Festival delle Storie è la decima tacca sul calendario. Quando “storytelling” non era un’espressione alla moda, ad Alvito già sistemavano le sedie: quelle che servono al “raccontare e raccontarsi”. Ora siamo al decennale.

Il “cartografo” – un termine caro al caporedattore de Il Giornale e direttore Artistico del Festival che si tiene nella valle di Comino – ha disegnato la sua mappa. La barra del nord punta dritto alla individuazione di nuove “chiavi di interpretazione“. La legenda è di facile lettura: basta porsi in ascolto. La barra della scala copre un territorio vasto: una valle intera. Il corpo della mappa, poi, lo costituiscono i libri. Il timing scorre sul sito ufficiale (leggi qui), con lentezza. Come ogni contatore di tempo ci ricorda l’essenza dell’attimo. Quello che non basta a creare uno scenario di questa caratura. 

La nostra epoca, così istantanea, è ancora compatibile con un Festival delle Storie? 

«L’idea di sospendere il tempo è nata proprio per via di questo culto dell’istantaneo. Nel Festival delle Storie, che dura dieci giorni, il tempo rallenta, si ferma. Viene sospeso. La valle di Comino celebra un incantesimo. Le persone tornano a raccontare e a raccontarsi. Gli ospiti che arrivano in valle di Comino si siedono in piazza e narrano le loro storie ma, allo stesso tempo, finiscono anche per ascoltare altre storie, che sono poi quelle della valle».

«Ripeto spesso che, se il Festival da una parte aiuta a ritrovare la tradizione della piazza e del fuoco, che appartiene alla civiltà contadina e artigianale, dall’altra concretizza qualcosa che ha a che fare con l’eternità dell’epica: l’Ulisse dell’Odissea approdava in terre sconosciute. È lì che l’eroe omerico raccontava le storie della guerra di Troia ed ascoltava però, per apprendere, le storie dei popoli che visitava. La narrazione è un antidoto a un mondo fatto soltanto di click e di ricerca disperata di like».

«Forse, è anche un modo per tornare a un’idea di democrazia che non viva di consenso immediato. Non è un tempo perso ma è un tempo investito. Un tempo che serve a realizzare progetti. Procedere con lentezza dà l’impressione di sprecare tempo, ma non è così. Quella parte di “tempo perso” viene messa sul futuro. La cultura è scandita sul tempo delle attività contadine: dissodare un terreno, arare, seminare, raccogliere ed aspettare i frutti. Quello che abbiamo messo in campo è un investimento sul tempo, che però viene sospeso». 

Questo è il decennale del Festival delle Storie. C’è la costante dei tarocchi…

«I tarocchi sono un modo per ottenere un canovaccio: un Festival non è soltanto un insieme di eventi con la presenza personaggi più o meno famosi, ma un tentativo di raccontare tante storie unite da un trait d’union».

«A dirla tutta, l’idea dei tarocchi è stata ispirata dal “Castello degli Incantesimi” di Italo Calvino e da “Volta la carta” di Fabrizio De Andrè. In principio, abbiamo utilizzato quelli tradizionali. Poi abbiamo iniziato ad inventarne di nostri. Lo scorso anno abbiamo usato le erbe medicinali della valle. Quest’anno tocca agli animali. Ogni animale è il simbolo di un argomento. Dunque racconta qualcosa. Il lupo, per esempio, rappresenta l’incontro tra la libertà e la comunità». 

Quest’anno saranno presenti, tra gli altri,Corrado Formigli, Pupi Avati, Marino Bartoletti, Raffele Cantone.

«Sì, mi piace sottolineare anche la presenza di Carlo Pernat, l’uomo che ha scoperto Valentino Rossi. Ti confesso un aspetto del Festival delle Storie, che per me è quello centrale: non ho mai voluto legare questa manifestazione ai nomi. Il protagonista è il Festival».

«Per comprenderlo, è necessario venire. Esistono le “cose strane” del Festival. Abbiamo scoperto personaggi quando ancora non erano così noti. Penso a Maurizio De Giovanni, che quando venne nella valle aveva scritto solo il primo romanzo. C’è stato l’uomo che ha ispirato Rambo: una storia che tuttora mantiene un record, quello sul dirottamento di un aereo più duraturo mai avvenuto, una storia bellissima».

 È una storia, quella del vero Rambo, che in parte si svolge in Italia…

«È la storia di un uomo che torna dalla guerra in Vietnam, un uomo un po’ fuori di testa. Come in “Rambo”, il protagonista viene fermato per essere portato in manicomio, ma riesce a scappare. Quindi, dirotta un aereo di linea da New York a Roma. Resiste all’assalto dei militari. Nella capitale italiana, scappa su una motocicletta, si dirige verso Napoli, dove aveva studiato e dove viveva il suo primo amore. Viene fermato. Gli Stati Uniti chiedono l’estradizione. L’Italia, per via della pena di morte, la nega. Sconta sette anni di carcere nel Belpaese. Una volta liberato, si sposa con una donna, che però muore durante un’operazione. Pensa si tratti di un caso di mala sanità. Incolpa i medici. Prepara un attentato. Ma, la notte prima, incontra un pastore della Chiesa evangelica, che lo converte. Il nostro “Rambo” non commetterà mai il crimine che aveva immaginato. Anzi, dopo la conversione diventerà un vescovo della Chiesa evangelica. Si chiamava Raph Minichiello. Questa storia meravigliosa, che è stata raccontata al Festival delle Storie per la prima volta, poi è diventata un romanzo, un libro edito da Mondadori». 

Il pugile Nino Benvenuti in lacrime…

«Nino Benvenuti che piange sulla terrazza di Alvito, mentre racconta di quando, a undici anni, fu costretto ad abbandonare l’Istria; la faccia di un negoziante di Alvito, ormai sessantacinquenne, che si vede all’improvviso davanti agli occhi il pugile che è stato l’idolo della sua infanzia… Ma anche Carla Fracci che a Picinisco impiega un’ora a firmare tutte le scarpette delle ragazze che studiano danza tra Sora e la valle di Comino. E ancora Scott Turow, l’inventore del legal thriller, che guardando la valle mi dice: “Ho girato tutta l’Italia, ma qui mi sto emozionando. Questa è la prima volta che vedo l’Italia invisibile, quella che nessuno conosce“; Francesco Guccini che, alle due di notte, presso l’Osteria del Tempo Perso, si mette a chiacchierare con i ragazzi che lo circondano, come se fosse il nonno del paese; una scrittrice che non sapeva di essere originaria di Alvito. Questo è il Festival». 

Il Festival delle Storie fa quadrare i conti grazie ai moderni Mecenate, come la Banca Popolare del Cassinate. La quale sostiene che investire in cultura genera economia… Cosa significa in pratica?

«Il Festival delle Storie ha contribuito a inventare una valle. La valle di Comino era solo un’espressione geografica. Adesso, anche grazie al Festival, c’è l’idea di un sistema. Oltre a sentirsi cittadini di un singolo paese, ora ci si riconosce in qualcosa di più grosso. Immaginare una valle è fondamentale. Vuol dire anche immaginare una subregione o una provincia. Poi c’è il passaparola del Festival, che alimenta la partecipazione».

«Le persone che vengono mi hanno regalato qualcosa di molto bello: ho avuto piena consapevolezza della bellezza, dell’incanto e dello stupore della valle. Li ho percepiti quando ho incontrato lo sguardo dello straniero, che mi ha contagiato. Negli occhi dell’altro, si rintraccia la consapevolezza della specialità di questo posto. Non basta un Festival per cambiare le cose, ma un Festival può modificare gli assetti e la percezione: ti aiuta a seminare e ad arare il terreno».

«La valle di Comino ora è un incrocio culturale. Questo ti insegna come i cambiamenti siano possibili in qualsiasi campo». 

Anche nel giornalismo? Ai lettori è rimasto impresso il tuo modo di raccontare le Olimpiadi di Rio de Janeiro…

« Non ho fatto altro che rispettare i miei Santi. Ho fatto il giornalista perché volevo raccontare le cose in quel modo lì: cercando di essere degno di Buzzati, di Arpino, di Montanelli e di tutti quelli che, nel giornalismo, hanno portato il lettore nei propri occhi. Il mio modo di fare giornalismo è molto antico. La mia narrazione delle Olimpiadi di Rio de Janeiro è sembrata una frattura o un’innovazione rispetto al modo ortodosso di fare giornalismo. In realtà, il caso delle Olimpiadi rientra in ciò che ho sempre cercato di fare: riappropriami di un giornalismo antico».

«Da questo punto di vista, mi sento il testimone di un giornalismo in via di estinzione. La mia non è innovazione o avanguardia, ma tentativo di riportare il giornalismo sulle strade dei suoi Santi. Uso questa parola, “Santi”, per dire dei “Maestri”. Non sono un reazionario: vivo nel ventunesimo secolo. Penso solo che, per andare nel futuro, si debba avere dentro di sé tanto passato».

«Mi piace immaginarmi come un “cartografo”. Il giornalista è un intellettuale. Il compito di un giornalista è anche quello di descrivere le mappe del pensiero. Noi oggi viaggiamo con un navigatore satellitare che è vecchio di almeno venti trent’anni. Questo comporta uno smarrimento. La nostra mappa cognitiva, che non risponde più alla realtà, è ancora quella del Novecento. Il compito della mia generazione dovrebbe essere quello di ridisegnare questa mappa, per andare a vedere quali sono i nuovi problemi cruciali e per trovare delle risposte a delle anomalie. Molto sta cambiando».

 Esistono questioni urgenti? 

«La mappa più importante ha che fare con la libertà e con la democrazia. Bisogna capire perché la democrazia è in crisi. Attenzione: la democrazia istantanea, ossia la ricerca del consenso del minuto per minuto, rappresenta un problema. La democrazia nasce come progetto politico messo dinanzi al giudizio degli elettori ogni quattro o cinque anni. Con la democrazia istantanea, secondo per secondo, il leader politico diviene colui che incarna il malessere, le frustrazioni e i mal di pancia di questo elettore perenne. È una situazione da bar».

«Come cambia la democrazia? Che succede? Sono domande cruciali. La libertà è un altro tema centrale: siamo abituati a libertà rispettabili, ma sempre associate a determinativi: libertà delle donne; libertà degli insegnanti; libertà di avere un figlio anche se in provetta… Ci stiamo dimenticando la base di queste libertà, che è la libertà senza aggettivi. Io la chiamo la libertà dell’ “Uomo senza qualità“, cioè la libertà dell’individuo, che oggi viene messa in discussione».

«Nel momento in cui non ci stupiamo più che un ragazza che legge un libro in piazza venga arrestata (è successo in Russia, ndr), tutto il resto crolla. La libertà individuale, su cui si basa l’Occidente, è data per scontata, ma non lo è». 

Pure i tarocchi riguardano la sfera della libertà? 

«Tutti i tarocchi sono simboli di libertà. Il lupo è la libertà all’interno di una comunità. L’aquila è la libertà di progettare. La volpe è la più antica delle libertà, cioè il diritto a cercare la propria felicità, che è l’incipit della Costituzione americana. La pecora quadricorna è la libertà dei mutanti, degli X Men».

«Il capriolo è un totem, il totem del Festival: è la libertà del prendersi cura, la libertà più importante quando tutto ti sembra perduto. L’orso marsicano è la libertà della casa: my house, my castle. La lince è la libertà metafisica e invisibile. Quindi, in qualche modo, anche la libertà religiosa».