Il governo Dini disinnescò Berlusconi, ora chi sarà a “spegnere” Salvini?

Foto © Imagoeconomica, Stefano Carofei

CORSI E RICORSI – D’Alema ricorda l’esperienza di quell’esecutivo, Zingaretti e Renzi restano distanti ma il lodo Bettini sta smussando diversi angoli. Nei Cinque Stelle c’è il via libera di Davide Casaleggio, che supera i dubbi di Di Maio e Di Battista. Sergio Mattarella per adesso guarda, poi quando toccherà a lui…

Nicola Zingaretti ha detto a tutti di tenersi pronti al voto anticipato, mentre per Matteo Renzi sarebbe “un disertore” chi scappasse dalla possibilità di formare e sostenere un governo di scopo. Aggiungendo di provare ribrezzo per il modo con il quale i Cinque Stelle hanno trattato la vicenda che ha visto coinvolti i suoi genitori, ma che al tempo stesso la politica non si fa con i risentimenti.

Lamberto Dini

Al di là dei toni e delle prospettive diverse, però, la mediazione di Goffredo Bettini inizia a farsi sentire. Il tema è quello dell’unità, ma ci sono anche l’immigrazione, i conti pubblici, il rapporto con l’Unione Europea e tutto il resto. Alla fine la sintesi potrebbe essere trovata su un esecutivo di legislatura, che tenesse Matteo Salvini all’opposizione. Non è un caso che Massimo D’Alema abbia ricordato l’esperienza del Governo presieduto da Lamberto Dini,  spiegando che quella soluzione impedì la vittoria di Silvio Berlusconi.

Salvatore Rossi

Tra le possibile riserve della Repubblica da richiamare in servizio vanno esclusi una serie di nomi: Romano Prodi, Walter Veltroni ed Enrico Letta. Pezzi da novanta di un Pd che evidentemente sta pensando alla soluzione di un governo con i Cinque Stelle. Ma tutti e tre sono troppo facilmente riconoscibili sotto il profilo dell’appartenenza politica. Il Lodo Bettini (leggi qui Il lodo Bettini allenta la tensione: dialogo Renzi – Zingaretti) per arrivare a soluzione ha bisogno invece di un nome più tecnico, che goda della massima credibilità in ambito Europeo, capace di rassicurare gli investitori stranieri che detengono in cassaforte buona parte del debito italiano sotto forma di titoli del Tesoro. Il nome da sogno è quello di Mario Draghi, il nome più umano è quello di Salvatore Rossi, direttore generale di Bankitalia fino allo scorso mese di maggio.

Sul fronte pentastellato,dopo quello di Beppe Grillo, è arrivato il sostanziale via libera di Davide Casaleggio. Invece, per opposti motivi quelli più riottosi restano Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista. Ma il primo non può aprire bocca nei confronti della base, mentre il secondo sa che potrà recitare un ruolo in caso di elezioni anticipate soltanto se non si metterà di traverso in questa fase. La sintesi perfetta tra le due posizioni è quella di Roberto Fico.

Salvini e Giorgetti

Quanto a Matteo Salvini, ha deciso di andare alla conta il 20 agosto sulla mozione di sfiducia. Giancarlo Giorgetti ha precisato: “È una sua decisione”. Come dire: non la mia. Salvini non ha fatto i conti con due fattori. Intanto con il Pd, che non è un Partito da uomo solo al comando come la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Un’intesa di massima con Zingaretti non può reggere se le correnti interne non sono d’accordo. E infatti non ha retto per l’iniziativa di Matteo Renzi. Il secondo errore è non aver capito, e anzi sottovalutato, la rabbia della base dei Cinque Stelle nei suoi confronti. Ora che la posizione di Luigi Di Maio è più coreografica che altro, può succedere davvero di tutto.

Infatti nei Cinque Stelle prevale la voglia di mettere all’opposizione Salvini e la Lega. L’atteggiamento dei pentastellati sulla Open Arms, lo scontro tra Conte e Salvini e le navi militari di scorta volute dal ministro Elisabetta Trenta certificano un cambio di strategia netto.

Matteo Renzi

A tenere tutto insieme il ragionamento di Matteo Renzi: la democrazia italiana è parlamentare, si vota per un mandato di cinque anni, il 4 marzo 2018 il primo partito è stato l’M5S (quasi 33%), seguito dal Pd (19%). Poi, solo terza, la Lega con il 17%. Ha affermato Renzi: e Salvini pensa di dettare la linea con il 17%? In realtà la coalizione di centrodestra arrivò prima, ma Salvini la mandò subito all’aria firmando il contratto di governo con i Cinque Stelle.

A guidare la crisi però sarà solo il Capo dello Stato Sergio Mattarella. Un’altra maggioranza possibile c’è in aula. Servirebbe un premier di garanzia, in grado di guidarla e accreditarla. Al Quirinale un profilo come quello di Enrico Letta o quello di Salvatore Rossi potrebbe non dispiacere.

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