Il grimaldello della piattaforma Rousseau

La mossa disperata di Luigi Di Maio, Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista dettata dalla paura di dover cedere il passo a Giuseppe Conte, sostenuto da Beppe Grillo. Ma le procedure della democrazia repubblicana non sono un gioco da liquidare con pochi clic.

Luigi Di Maio sa perfettamente che con il voto della piattaforma Rousseau l’accordo con il Pd verrà bocciato dagli iscritti. A quel punto lui avrà l’alibi perfetto per sfilarsi dall’accordo e provare a tornare all’alleanza originaria con la Lega di Matteo Salvini. Il tutto dopo che Sergio Mattarella avrà dato l’incarico di formare il nuovo Governo.

I pentastellati quindi scavalcherebbero e snobberebbero le competenze e il ruolo del Capo dello Stato. D’altronde poco più di un anno fa, in occasione delle trattative che portarono poi alla nascita del primo Governo Conte, Luigi Di Maio arrivò ad ipotizzare la messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica. Uno strano concetto di rispetto delle regole della democrazia parlamentare.

Luigi Di Maio e Beppe Grillo

Quanti voti potranno esserci alla fine sulla piattaforma Rousseau? Nel febbraio scorso, quando si tratto di votare per decidere se concedere o meno l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Matteo Salvini, la votazione finì così: il 59,1% votò Sì, per negare l’autorizzazione, mentre il 40,9%  espresse per il No, a favore del processo. In termini di voti assoluti ci furono 30.948 voti contro il processo e 21.469 a favore.

Ammettiamo pure che stavolta si arrivi a 100.000. Ma davvero il voto su una piattaforma del genere avrebbe una valenza maggiore di procedure previste dalla Costituzione e di scelte prese dai massimi livelli istituzionali di un Paese occidentale?

Di Battista, Casaleggio, Di Maio, Grillo

Ma poi c’è un’altra considerazione da fare. Il ragionamento che Di Maio ha fatto nei giorni scorsi è stato il seguente: “Noi siamo la forza di maggioranza relativa perché il 4 marzo 2018 abbiamo ottenuto il 33%, quindi tocca a noi dare le carte”. Spiegando che la Costituzione stabilisce che al voto si va ogni cinque anni e che la nostra resta una democrazia parlamentare. Non contano cioè in questa fase i risultati delle Europee, dove i voti dei Cinque Stelle sono stati dimezzati.

Bene, se la Costituzione vale quando è favorevole alle tesi dei Cinque Stelle, allora vale pure quando individua procedure che preservano da decenni la democrazia.

Nei Cinque Stelle, questa è la verità, ognuno gioca una sua partita. Luigi Di Maio difende il suo ruolo, fortemente “minacciato” dall’endorsement di Beppe Grillo a Giuseppe Conte. (leggi qui Il gioco di Conte, la fine di Di Maio e la strategia di Zingaretti: si riparte da Fico). Alessandrio Di Battista e Davide Casaleggio fanno la stessa cosa.

Ma il Governo del Paese è davvero un’altra cosa.

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