Il libro che non leggeremo mai (Il caffè di Monia)

Un buon libro è più che un attimo di distrazione. È un passaporto per le glorie che non avremo mai, un biglietto per tutti gli aerei del mondo su tutte le rotte possibili che altrimenti non percorreremmo. Non leggiamo, perché non sogniamo...

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

In ogni essere umano c’è almeno un pezzo importante del libro che non scriverà mai. Pezzi di vita talmente smaglianti, a volte orridi ma comunque pieni di esaltazione, che meriterebbero senza indugio di essere fissati in un quadro, descritti in un linguaggio, stampati su un foglio che ne faccia arte o che tenti di farne. 

Non esistono persone immuni dal loro quarto d’ora di eroismo mistico. Il guaio della vita però è che paga quasi sempre dazio ai tempi morti, come diceva il matto del paese nel film Radiofreccia

Quei pezzi inutili, frammenti interminabili di quotidianità spenta fra una scintilla ed un’altra, sono il nostro freno, la nostra condanna a non poter aspirare ad altro che ad un’esistenza decente, schifosamente noiosa e nella quale il grigio vince sui colori e se li mangia tutti. 

Ed è esattamente il motivo per cui un buon libro oppure un buon film sono molto più che un attimo di distrazione o una fugace parentesi di contemplazione del bello artistico che contengono. Sono un passaporto per le glorie che non avremo mai, un biglietto per tutti gli aerei del mondo su tutte le rotte possibili che altrimenti non percorreremmo, sono il Viaggio che Dio ci ha dato quando ha visto che non abbiamo carte di imbarco

E il bello è che noi sappiamo benissimo che avremmo pieno diritto a poter essere parte di una storia che non sia solo un dettato smorto di caffè, lavoro, figli, problemi, stagioni, penniche, commercialista, problemi, divorzi, pizze del sabato, problemi, rughe, mare, problemi e morte. 
Sentiamo lo sconcio di questa equazione assassina ma non sappiamo cogliere l’occasione che un libro ci offre, occasione di riscatto.

Non leggiamo, non lo abbiamo mai fatto e oggi lo facciamo ancor meno. 
Non lo facevamo perché siamo un popolo che più che vivere i suoi meriti vive dei suoi allori, siamo gente di maniera, noi italiani: facciamo soft air ma non sappiamo fare la guerra, amiamo il melodramma perché siamo melodrammatici e abbiamo il nostro passato buono in vetrina ma non lo tiriamo mai fuori dalle ante. 

Siamo più che ignoranti, siamo stupidi perché, prima e più che offendere il sapere, noi ci precludiamo la nostra immortalità. 
Perché non leggiamo. Perché sui social non solo scriviamo cazzate immense ma diamo sfogo a una fregola “letteraria” che non ci è mai appartenuta. 
Altrimenti di quell’usta ne avremmo ereditato la potenza devastante e il furore di conoscere. E leggeremmo. Ma no, noi non leggiamo. 

Ci lamentiamo in compenso dei tempi morti che il matto di Radiofreccia additava e combattiamo la noia prendendo a botte i bambini, odiando i neri e chiedendoci quando è che le potenti multinazionali farmaceutiche diffonderanno la cura contro il cancro che hanno già in cassaforte dal 1969 ma che si tengono stretta per alimentare il mercato dei farmaci. 

Moriamo di tumore e aspettiamo l’aloe vera, moriamo di noia e invochiamo un capo, moriamo di sapere e ci aggrappiamo alla cronaca nera e ai siti bufala. Siamo terrapiattisti moderati che prendono per il culo il terrapiattismo ortodosso. Perché non leggiamo, perché non sogniamo, perché il viaggio, quello bello, quello gratis, quello immenso noi che siamo esperti di “Occasionissime!” sugli scaffali di cento mega market proprio non sappiamo vederlo. 

E l’unico libro rimasto in casa a puntellare il tavolo vecchio e sbilenco in soggiorno piange nel suo silenzio polveroso. Non piange per sé, piange per noi.