Il meraviglioso mondo di Smeriglio (di C. Trento)

Foto: copyright A.S. Photo, Andrea Sellari

Marlon Brando e le Pantere Nere, la figura di Muhammad Ali: la lotta per i diritti civili del 1968 è quella che ispira la filosofia politica di Massimiliano Smeriglio, fino alla settimana scorsa vicepresidente della Regione Lazio

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Quando Bobby Hutton, a 17 anni, venne freddato dalla polizia di Oakland, due giorni dopo l’assassinio di Martin Luther King ad Atlanta, Marlon Brando decise che non era più il momento di restare in silenzio.

Nell’ufficio di Massimiliano Smeriglio, vicepresidente della Regione Lazio, il primo quadro che vedi è quello che ritrae insieme il Selvaggio Bianco e le Pantere Nere. Sì, Marlon Brando e le Black Panther. Perché è quello il mondo di Smeriglio: l’impegno per i diritti civili che non ha paura della ribellione. Perché rimanere a casa non è un’opzione per chi vuole battersi per valori nei quali crede.

Un altro quadro ritrae Muhammad Ali, nato Cassius Clay: non soltanto il maggior pugile di tutti i tempi, ma una figura carismatica e polarizzante. Un ribelle, fuori e dentro il ring.

Massimiliano Smeriglio adora la letteratura (soprattutto nordamericana), è laureato in Lettere con indirizzo moderno. Scrive. Ma non ha mai trascurato l’impegno politico, nei centri sociali prima che nei palazzi della Regione. Non è soltanto l’ideologo di Piazza Grande e fino a qualche giorno fa il braccio destro (anzi, sinistro) di Nicola Zingaretti. È quello che tiene ancorato il modello Lazio alla vita quotidiana, fatta delle difficoltà dei cittadini normali.

Adora il film “C’era una volta in America”, probabilmente perché “la puzza della strada” gli riempie i polmoni. Come faceva con Noodles-Robert De Niro. «Cosa faccio la sera? Vado a letto presto». Così risponde Smeriglio. Come Noodles. Questo è l’uomo che fino alla settimana scorsa stava “prima” del vicepresidente della Regione Lazio. E che ora ha ceduto l’incarico di vice presidente della Regione Lazio per affrontare una nuova avventura: le elezioni Europee.

Dice di se stesso: «Il romanzo più bello che ho letto è “Q”, il film che so a memoria “C’era una volta in America”, la musica che preferisco “La canzone della fine del mondo” dei Modena City Ramblers». Ma Smeriglio ha pure aggiunto in una sorta di guida autobiografica: «Odio la superficialità, chi arriva in ritardo, chi non arriva e non avverte, chi veste un cane e non si cura delle persone, chi parla a voce alta; odio le suonerie dei cellulari e i luoghi comuni e le parole usate senza peso. Mi piacciono le storie, la dignità, la sfida, l’epica, i miti, le passioni feroci. Divoro noir, amo Jean Claude Izzo e Don Wislow. Mi piacciono Chisciotte e Sancho».

Insomma, per Massimiliano Smeriglio la vita è impegno: politico, sociale, umano. Perché è soltanto così che si declina il concetto di condivisione. Soprattutto nella scuola e nella famiglia, dove i rapporti personali sono davvero l’unica cosa che conta. Dal 2013 fino alla settimana scvoirsa Massimiliano Smeriglio è stato vicepresidente della Regione Lazio, con deleghe alla formazione, alla scuola, all’università, alla ricerca. «Mi porto nel cuore l’esperienza di sinistra, Ecologia e Libertà».

Dicevamo dell’impegno letterario: il saggio A Fattor Comune, romanzi come Garbatella Combat Zone, Suk Ovest, Per Quieto Vivere. Afferma Massimiliano Smeriglio: «La politica è importante, assorbe tantissimo tempo. Ma naturalmente non può essere tutto. La vita è fatta di tanto altro».

Forse è per questo che “C’era una volta in America” sintetizza il “credo” di Smeriglio. Perché nel capolavoro di Sergio Leone la vita contiene tutto: violenze, tradimenti, amore, ambizione, opportunismo, arrivismo, doppiogiochismo. Però quando si traccia un bilancio finale è l’amicizia quella che ti dice se hai vinto o se hai perso.

In fondo Robert De Niro che cerca di dimenticare fumando l’oppio sintetizza l’esperienza di ognuno di noi. Ci sono tante cose che vorremmo dimenticare. Ma senza quelle esperienze nessuno sarebbe quello che è. In fondo, per citare un altro film (Imitation Game), «sono le persone che nessuno immagina possano fare certe cose, quelle che fanno cose che nessuno può immaginare».

Il sogno come “motore” della volontà di poter cambiare il mondo: è questa la dimensione di Massimiliano Smeriglio. La stessa del 1968. Perciò il Selvaggio Bianco e le Pantere Nere campeggiano nel suo ufficio.

Allora Smeriglio, sente aria di smobilitazione dell’impianto ideologico di Piazza Grande?

«Non temo la smobilitazione. Piazza Grande è il tentativo riuscito di portare il congresso del Pd fuori dal perimetro delle sacrestie di partito. è normale che adesso Zingaretti sia concentrato sul partito. Ma l’orizzonte resta quello dell’inclusione e dell’alleanza larga».

Quando ha davvero capito che Zingaretti poteva diventare il segretario del Pd?

«Il 4 marzo 2018, quando, contemporaneamente, ci fu la durissima sconfitta alle politiche e la straordinaria vittoria alle regionali del Lazio. Il modello Lazio c’era davvero. Zingaretti ha vinto le primarie con il 67%, portando a votare 1.600.000 persone. E sa perché? Perché è riuscito a far capire che in gioco c’era la direzione della sinistra. Che non può non essere popolare. Senza una dimensione popolare la sinistra non batte i populismi».

In cosa consiste il modello Lazio? Il sottosegretario della Lega Claudio Durigon ha detto che in realtà non esiste e che alle Regionali nel voto di lista ha vinto il centrodestra.

«Il modello Lazio è la politica dei fatti, senza toni urlati e con poca esposizione mediatica. La leadership di Zingaretti è stata costruita sui risultati, elettorali e amministrativi. A Claudio Durigon dico che abbiamo compiuto un miracolo politico a vincere in quel modo il 4 marzo 2018. Senza quella vittoria oggi Zingaretti non sarebbe segretario del Pd. Ma Durigon lo sa bene».

Il renzismo ha fallito?

«Io sono un uomo del Novecento e gli “ismi” mi riportano alla mente ideologie fallimentari. Credo che vada riconosciuto a Matteo Renzi il coraggio di aver cercato di innovare la politica italiana. Quello che gli ho sempre rimproverato è che avrebbe dovuto avere maggiore coraggio nel lasciarsi alle spalle politiche economiche da anni Novanta. Quelle care alla tecnocrazia europea. Oltre al fatto che Renzi ha commesso l’errore di polarizzare il referendum costituzionale del 2016. Da quella sconfitta è iniziato il declino».

Il Pd non può farcela senza alleanze. Ma con chi? Recuperare a sinistra potrebbe non bastare.

«Alle regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata il centrosinistra ha continuato a perdere. Recuperando però. Con l’aria che tira adesso, la destra a trazione Lega è imprendibile. Noi dobbiamo ricostruire puntando sui diritti, sul lavoro, sull’ecologia. E rendendoci conto che nello schema del nuovo centrosinistra il Pd non può bastare da solo».

Nel breve periodo l’obiettivo è quello del sorpasso ai Cinque Stelle?

«Nel breve periodo l’obiettivo principale è tornare ad essere credibili. Nelle elezioni politiche a fare la differenza è il meccanismo del voto “utile”. Ecco, noi dobbiamo chiederlo (e meritarlo) non soltanto per fermare la Lega ma per offrire al Paese un’autorevole coalizione progressista che offra un modello di governo alternativo a quello della destra. Il punto non è la competizione con i Cinque Stelle, ma ritrovare un gruppo dirigente che sappia mettere in campo politiche di sinistra».

Il reddito di cittadinanza è un provvedimento di sinistra?

«Certamente sì. Magari pasticciato, ma sì. La sinistra è colpevole di non aver visto in questi anni le nuove povertà. Servivano politiche forti di redistribuzione del reddito. Detto questo, i Cinque Stelle hanno puntato su un modello assistenzialista del reddito di cittadinanza. Noi guardiamo a come è strutturato in Paesi come la Danimarca. Però non possiamo sfuggire a un dato di fatto: il reddito di cittadinanza è presente in 24 dei 27 Paesi europei. Tranne che in Grecia, Ungheria e Italia. Dove adesso è stato previsto. Ci serva di lezione».

L’avversario è la Lega di Salvini?

«L’avversario è la nuova destra guidata da Matteo Salvini».

Cosa vuol dire in concreto che il centrosinistra deve recuperare sul piano dei diritti e dei valori? Più coraggio sui temi come l’immigrazione e lo ius soli?

«Più coraggio nel declinare “Prima le Persone”. Con entrambe le “P” maiuscole. Guardiamo all’impostazione gramsciana. Non dobbiamo temere un confronto anche aspro con i populisti e con i razzisti. Sì, perché il razzismo c’è e anche molto radicato. Allora io dico: occupiamoci concretamente degli anziani, dei fragili, delle donne (per le quali qualcuno immagina una dimensione medievale). Occupiamoci dei ragazzi, dei migranti. Sull’immigrazione le parole d’ordine della destra sono a sfondo razziale. E rappresentano una moneta sonante in termini di consenso elettorale. Ma in questo modo inquinano la convivenza civile. L’Italia ai tempi di Salvini è un Paese che non ride e non sorride più, pieno di rabbia e di insicurezza. Per sintetizzare: la destra di Berlusconi indicava un sogno, quella di Salvini… un incubo. Del resto, l’immagine che hanno in mente è quella di un’Italia dove la sicurezza privata sostituisce quella pubblica. Sono alla ricerca costante di un nemico e di un capro espiatorio: i migranti, gli omosessuali. Ma il rancore non cambia di una virgola la nostra vita, non risolve nulla dell’esistenza delle persone, specialmente di quelle più fragili e deboli. La rabbia sociale è un veleno. E basta. La sinistra deve riscoprire il lavoro, il welfare, le politiche di integrazione, il coraggio di rivendicare lo ius soli. Oltre ai diritti civili».

La Roma-Latina si farà?

«Per noi si deve fare. Aspettiamo con fiducia la decisione del Consiglio di Stato del 28 aprile. Ci sono le risorse ed esiste un’obiettiva necessità dell’opera. Noi ci siamo stati, ci siamo e ci saremo. La provincia di Latina merita questa opera».

In Ciociaria la bonifica della Valle del Sacco vedrà mai la finalmente la luce?

«Sul punto stiamo lavorando da anni. Penso all’ex consigliere regionale Daniela Bianchi. L’accordo dell’otto marzo scorso ha rappresentato una svolta: ci sono 53 milioni di euro, 11 dei quali messi a disposizione della Regione Lazio. C’è un obiettivo interesse, urgente, di tanti Comuni della provincia di Frosinone e di alcuni della provincia di Roma. I tempi per andare a dama? Medio-lunghi: diciamo 2023. Ma l’importante è iniziare ad invertire la rotta».

Piazzaweb è la risposta, da sinistra, alla piattaforma Rousseau. Davvero le elezioni oggi si vincono sul web?

«Matteo Salvini ha intuito che bisognava puntare sui social. Nel 2011: bisogna dargliene atto. Ha messo in piedi uno staff molto capace e competente. I Cinque Stelle hanno puntato solo sul web, peraltro in maniera autoreferenziale. Non rendendosi conto che la battaglia politica non si combatteva soltanto su quel terreno. Il terreno di confronto è sia quello social che quello sociale, sui territori. Dobbiamo sfidarli e batterli lì. La comunicazione politica è fondamentale, non servono ipocrisie. E neppure serve negare l’evidenza. Salvini ha vinto sui social».

Le europee del prossimo 26 maggio rappresenteranno la madre di tutte le battaglie?

«La posta in palio è l’Europa. Una realtà che dal 1945 ad oggi ci ha uniti e preservato da guerre. Non era così scontato, basta vedere quello che succede nel mondo. E che è successo. Noi vogliamo cambiare il modello attuale che non ci piace, quello delle élite. Mentre deve essere chiaro che l’idea di Salvini, di Orban, ma pure dell’Austria e della Polonia, è quella di cancellare l’Unione Europea e l’idea stessa di Europa. I nazionalismi sono la benzina di queste forze politiche. Però attenzione, perché parliamo di un sovranismo strano, che occhieggia a potenze straniere come la Russia di Putin, la Cina e gli Usa di Donald Trump. Se cade l’Europa avremo un sovranismo per conto terzi, questa è la realtà. Noi riteniamo non soltanto che sia sbagliato, ma anche pericoloso».

Trump, la Brexit, il governo pentaleghista in Italia: c’è un filo comune che lega queste tre cose?

«Certamente sì: il filo comune è quello del sovranismo e dell’attrazione irresistibile verso ideologie autoritarie. Poi, nell’attuale populismo occidentale io vedo anche qualcosa in più: una sorta di “Internazionale nera” che ha in Steve Bannon l’ideologo e il punto di riferimento. Ma ci sono pure autorevoli e importanti consiglieri di Vladimir Putin dietro questa visione della società. Un pensiero che verrà diffuso in modo massiccio, anche nella scuola sovranista di Trisulti. Non ho dubbi».

Cosa vuol dire oggi essere di sinistra?

«Richiamarsi ai concetti chiave della rivoluzione francese del 1789. Oggi l’uguaglianza si declina con la redistribuzione del reddito e dei diritti. La libertà si ritrova nella dimensione individuale: il concetto di Prima le Persone è l’unico antidoto allo Stato Etico. La fratellanza vuol dire posizionare la barra sulla dimensione umana. Mi piace sempre sottolineare che occorre essere sintonizzati sul mondo ma mantenere i piedi ben piantati a terra, nella propria realtà, coltivando la propria dimensione. Io amo Roma e il mio quartiere, la Garbatella».

Berlusconi o Grillo: chi getta dalla torre? E perché?

«Getto Grillo perché è più giovane».

Chi è Massimiliano Smeriglio nella vita quotidiana?

«Una persona normale, che cerca di passare più tempo possibile con la famiglia. Vado a prendere i figli a scuola, giro con lo scooter. E la sera vado a dormire presto. Credo molto nel fatto che i valori della propria sfera privata aiutino a una maggiore disciplina nella dimensione pubblica».

Senta Smeriglio, quella che si avvia ad essere la più grande potenza mondiale, la Cina, è guidata da un presidente, Xi Jinping, che nella sostanza è il segretario del Partito Comunista Cinese. Come si rapporta questo fatto con la democrazia elettiva?

«Beh, semplicemente non si rapporta. Meglio, non si concilia. Il turbocapitalismo centralizzato è scisso dalla dimensione democratica. La Cina è sempre stata e resta l’Impero confuciano, un Moloch che da 3.000 anni si nutre della stabilità come un valore che fa la differenza. La Cina contemporanea è l’esempio della post democrazia. Come del resto, però, lo sono la Russia di Putin. E in parte gli Stati Uniti di Trump. Almeno nelle tentazioni. Il discorso, però, va allargato. Anche l’Iran è un esempio di post democrazia. Ecco perché è importante mantenere e potenziare un assetto europeo forte. L’Europa resta un baluardo di democrazia. Il Cristianesimo e la filosofia greca rappresentano ancora oggi elementi fondanti. Ma anche i municipi dell’Antica Roma e i Comuni medievali hanno avuto una funzione enorme. Come Europa dobbiamo batterci per cercare di mantenere gli equilibri mondiali in un contesto di vera democrazia elettiva e rappresentativa. Pure questo vuol dire essere di sinistra oggi».

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