Il nodo di Astorre per la successione di Zingaretti

Il nodo per il Segretario Regionale sul nome del candidato al dopo Zingaretti. Non bastano le Primarie. Il vero problema è politico. E cioè l'alleanza da mettere in campo. L'incompatibilità M5S - Iv - Azione. I chiari segnali di apertura. Da Lombardi e Calenda. ma il percorso è stretto. Occorrerà molta abilità

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

La soluzione ‘istituzionale’ passa dalle mani di Bruno Astorre: toccherà al Segretario regionale indicare il candidato del Partito Democratico che si presenterà alle urne Regionali per proseguire il solco tracciato in questi dieci anni da Nicola Zingaretti. E la soluzione Astorre è ben nota: è quella prevista dallo Statuto e si chiamano Primarie; saranno loro a decidere il nome tra i due (per ora) legittimi aspirati alla successione, il vicepresidente Daniele Leodori (l’uomo che ha costruito a Zingaretti la maggioranza che non era uscita dalle urne nel 2018) e l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato (l’uomo che ha creato il ‘modello Lazio’ nella lotta al Covid).

Poi c’è la soluzione politica. Che punta ad evitare le primarie individuando una sintesi unitaria ra le varie sensibilità interne. È lì che cambia il terreno sul quale sviluppare il dibattito interno. Si sposta dagli uomini alla coalizione.

Il problema degli alleati

Nicola Zingaretti

Si deve necessariamente spostare il ragionamento perché alla fine tutte le elezioni si vincono in un solo modo: con i voti. E 5 anni fa i voti li ha portati Nicola Zingaretti, non la coalizione di centrosinistra a trazione Pd marcato Matteo Renzi.

I numeri dicono che il centrodestra nel Lazio ha i voti: non ha uno straccio di candidato unitario che sappia catalizzarli e aggregarli. Non mancano né gli uomini né le donne al centrodestra: ce ne sono in abbondanza e capaci di mettere la caparra sul risultato delle Regionali. Ma non sono disponibili perché c’è di fronte il traguardo delle Politiche e quei nomi sono tutti da Governo se si dovesse vincere. Manca soprattutto la capacità di fare coalizione: sfogliare l’album delle scorse Comunali di Roma per avere un’idea chiara della situazione.

Una divisione della quale il centrosinistra ha approfittato in questi anni. Ma ora i numeri dicono che il margine è troppo labile: già la volta scorsa è stato Zingaretti con la sua popolarità a fare la differenza. Ora occorre un erede di Zingaretti con la sua stessa capacità di entrare subito in simpatia agli elettori del centrosinistra ed a quell’enorme bacino moderato che vuole sentirsi rassicurato, non si riconosce negli urlatori di piazza.

Prima del nome però bisogna capire quel è il campo.

Il precedente Vicano da Frosinone

Mauro Vicano

Se è il ‘campo‘ a determinare il nome cambiano molti parametri. È stato il dogma del Campo Largo a gettare all’aria quasi due anni di lavoro del centrosinistra per riprendersi il Comune di Frosinone nelle mani del centrodestra da due consiliature.

Il nome individuato era quello del dottor Mauro Vicano, già Direttore Generale della Asl e già presidente della società pubblica Saf. Doveva essere lui il candidato del centrosinistra. I sondaggi lo davano in vantaggio su qualunque altro nome nella coalizione e lo collocavano in partita nel confronto con un centrodestra reduce da dieci anni di governo senza logorii, senza scandali, con un ventaglio di opere da poter vantare.

Il niet del Movimento 5 Stelle ha messo tutto in discussione. Costringendo a ricominciare daccapo ed a ricorrere all’unico nome capace di coalizzare ‘a pronta presa‘ il centrosinistra: quello dell’ex due volte sindaco Domenico Marzi.

Il problema per Astorre

Bruno Astorre

Il vero problema per Bruno Astorre è soprattutto questo: prima ancora del nome sul quale far ricadere le scelte del Pd. Il problema è il perimetro del recinto di quel Campo Largo che è stato il dogma prima di Zingaretti e ora del suo successore Enrico Letta.

Perché stare con il Movimento 5 Stelle significherà rinunciare ai voti di Italia Viva e di Azione. Non sono pochi, non sono insignificanti. Ed è vero anche il contrario: stare con le truppe di Calenda e Renzi significa rinunciare ai voti pentastellati; per quanto in disarmo, non sono pochi, non sono insignificanti.

Il termovalorizzatore annunciato da Roberto Gualtieri è stato un momento di svolta: ha mandato all’aria ogni ambiguità. Rischiando però di mandare all’aria anche la coalizione che governa la Regione Lazio. La sua proposta di tenere un referendum in città è stata utile per raffreddare il clima. Ma è stato ineccepibile il segnale mandato l’altro giorno dalla leader del M5S in Regione Roberta Lombardi (nonché assessore nella giunta Zingaretti). «Su innovazione, smart working, economia circolare il Pd ha ancora una visione novecentesca. Forse dovrebbe decidere se vuole spostare il baricentro verso l’ala progressista, la nostra; o su quella più conservatrice di Matteo Renzi e Carlo Calenda che strizza l’occhio al centrodestra. Per le Regionali prendessero una decisione, il che non significa escludere il campo largo ma decidere su quali temi convergere: a noi non interessano le alleanze elettorali, ma programmatiche». (Leggi qui: “Caro Nicola”, “Cara Roberta”: così Pd e M5S evitano lo scontro).

L’abilità di Zingaretti

Nicola Zingaretti e Roberta Lombardi

L’abilità del Governatore è stata nel cogliere al balzo le aperture lasciate in quel messaggio di chiusura. Uno: “non significa escludere il campo largo”, due: “a noi non interessano le alleanze elettorali, ma programmatiche.

È uno snodo fondamentale. Significa che i margini per un’alleanza Pd – M5S nel lazio alle prossime Regionali potrebbero esserci.

Ma non significa che Calenda e Italia Viva vogliano starci. Anzi, il primo ha detto d’essere pronto a turarsi il naso ma a condizione che il candidato sia Alessio D’Amato. Anche qui c’è un segnale per Bruno Astorre: a seconda del candidato c’è la possibilità di tenere dentro al perimentro anche un altro pezzo.

A questo punto il rischio diventa che il candidato non possa essere Alessio D’Amato: passerebbe per il candidato ‘imposto‘; né possa essere Daniele Leodori: passerebbe per una sconfitta dell’altra area.

La soluzione passa per le Primarie. Ma anche per l’alleanza. Oppure per un nome di sintesi.

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