Il peccato politico originale che i 5 Stelle non riescono a superare

Il mancato radicamento sul territorio pesa come un macigno sugli scenari presenti e futuri del Movimento. Basta vedere quello che succede in Ciociaria: nessun sindaco in 91 Comuni, pochissimi consiglieri, comunque sganciati da un vero rapporto con parlamentari ed esponenti regionali.

Il Movimento Cinque Stelle è l’ago della bilancia in Parlamento. Lo ha detto Luigi Di Maio, cogliendo il vero fatto politico di questa pazza crisi estiva. Il dato dal quale partire è quello delle elezioni parlamentari del 4 marzo 2018. In quell’occasione i pentastellati arrivarono quasi al 33%. Poi il crollo alle regionali qualche mese fa, ma siccome il sistema politico italiano  è quello di una Repubblica parlamentare, alla Camera e al Senato vale il quasi 33%.

Ma c’è un elemento che i Cinque Stelle continuano a non considerare: il mancato radicamento sul territorio. Sono passati dal Governo gialloverde  a quello giallorosso, ma nel frattempo sul piano dell’organizzazione nulla è cambiato. I pentastellati non esprimono un solo presidente di Regione e alle regionali non sfondano mai da nessuna parte. Alle Provinciali non partecipano, alle comunali i successi sono stati rari e comunque avvenuti sull’onda lunga del voto di opinione. Vedi Roma e Torino. Non esiste un piano per le alleanze e, soprattutto, non esiste un progetto di radicamento sul territorio, che dovrebbe passare assolutamente per le varie e singole province.

I deputati Fontana, Frusone e Segneri © Giornalisti Indipendenti

Prendiamo la Ciociaria: nessuno sindaco in 91 Comuni e pochissimi consiglieri comunali, peraltro sganciati da un collegamento minimo con il consigliere regionale (Loreto Marcelli) e con i tre parlamentari (Luca Frusone, Enrica Segneri, Ilaria Fontana). Se anche il Governo giallorosso dovesse durare, in ogni caso l’arco temporale è di tre anni. Poi si tornerebbe a votare per le politiche e i Cinque Stelle avranno bisogno di una spinta dai territori. Anche se il sistema dovesse essere proporzionale alla fine.

In realtà è questa la sfida che Luigi Di Maio dovrebbe lanciare.

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