Il prefetto: «Sindaco torni in Comune». D’Aliesio rifiuta per paura delle manette

Il dilemma del sindaco dimissionario di Cervaro Angelo D'Aliesio: il prefetto gli ordina di tornare a fare il sindaco. Ma la Procura lo potrebbe arrestare. Ora deve scegliere: o la padella arroventata o la brace

Se va in municipio rischia l’arresto. Se non ci va rischia la denuncia del prefetto. Il sindaco di Cervaro Angelo D’Aliesio deve solo decidere se tornare nella padella arroventata del Comune o gettarsi nella brace prefettizia.

Tutto comincia il mattino del 4 giugno: il mite medico Angelo D’Aliesio si ritrova in casa i carabinieri forestali per arrestarlo. È accusato di avere pilotato l’appalto della nettezza urbana. In cambio avrebbe ricevuto l’assunzione di due persone: non suoi parenti e nemmeno amici, ma elettori che poi – così sostiene l’accusa – lo avrebbero ripagato con il voto. Con lui vengono arrestati per gli stessi motivi due assessori più il tecnico comunale e il titolare della ditta.

Il sindaco aspetta ai domiciliari che in procura lo convochino per interrogarlo. Quando arriva il momento, si fa accompagnare dall’avvocato Sandro Salera con la collaborazione del quale spiega tre cose. 1. Non ho pilotato un bel niente, il servizio non l’ho appaltato io ma la Stazione Appaltante istituita all’esterno dei Comuni proprio per evitare questi problemi. 2. Non ho chiesto alcuna assunzione ma ho puntato i piedi affinché venissero confermati tutti i posti di lavoro con il passaggio dalla vecchia alla nuova ditta, compresi i due posti che i subentranti volevano tagliare. 3. Non ci sono elezioni a Cervaro previste per i prossimi anni.

Il giudice Francesco Armato stabilisce che non c’è alcun motivo per privare della libertà personale il sindaco ed i suoi collaboratori. Accoglie le richieste degli avvocati Sandro Salera, Paolo Marandola, Giuseppe Di Mascio e revoca gli arresti.

Il prefetto Ignazio Portelli revoca all’istante la sospensione dalla carica di sindaco, scattata appena appreso dell’arresto.

Qui scatta il primo elemento del cortocircuito: il sindaco Angelo D’Aliesio ringrazia il prefetto per il garbo istituzionale ma declina. Si autosospende per il “profondo rispetto nei confronti della magistratura, fino a quando non sia pienamente chiarita la mia assoluta estraneità ai fatti“. La regione è evidente: la Procura potrebbe accusarlo di essere tornato in municipio per inquinare le prove e così lui non ci mette piede per non alimentare alcun sospetto.

Il secondo elemento del cortocircuito scatta quando l’indomani il vicesindaco Tiziana Di Camillo si dimette dalla carica. Nel pieno di un’inchiesta non ritiene opportuno muovere foglia. Anche qui la ragione è evidente: la Procura potrebbe accusarla di avere compiuto qualche atto a favore della maggioranza finita sotto inchiesta e della quale era componente.

A norma di legge, il sindaco deve nominare il nuovo vicesindaco al quale affidare le redini dell’amministrazione. Ma per farlo deve mettere piede in municipio. Angelo D’Aliesio non intende minimamente insospettire i Forestali e quindi preferisce rassegnare le dimissioni.

È a questo punto che il prefetto Ignazio Portelli mette da parte il garbo istituzionale e spedisce una letteraccia al sindaco. Nella quale gli ricorda i suoi doveri istituzionali. Lo rimprovera perché con il suo atteggiamento sta determinando la paralisi amministrativa del Comune. Letteralmente: lo diffida. E gli ricorda che a norma del Testo Unico sugli Enti Locali e del Codice rischia di essere accusato di interruzione di pubblico servizio.

Padella o brace? Al sindaco l’atroce dilemma.

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