Il re dei rifiuti scrive a Mattarella: “Mi tolga la cittadinanza”

La lunga lettera al presidente Sergio Mattarella. Le tappe della vicenda giudiziaria. La convinzione di essere finito in un vicolo cieco. Nel quale la magistratura non vuole fare figuracce.

Il monnezzaro ha scritto al presidente. Non vuole più avere a che fare con l’Italia. Vuole che gli tolgano la cittadinanza. Manlio Cerroni è stato considerato a lungo il re dei rifiuti a Roma, lui ama farsi chiamare ‘il monnezzaro‘. È l’uomo che per una vita intera ha risolto alla Capitale il problema delle immondizie: in che modo era meglio non domandarlo. È stato così che l’Italia ha avuto il triste primato della discarica a cielo aperto più grande in Europa: Malagrotta. Lo hanno indagato, gli hanno tolto le società, lo hanno assolto: ora chiede al presidente della Repubblica Sergio Matterella di revocargli il passaporto.

Presidente, mi tolga il passaporto

Sergio Mattarella

La richiesta del patron della discarica di Malagrotta al presidente della Repubblica arriva alla conclusione di una lettera di 20 pagine. Scritta dal “monnezzaro” lo scorso 9 gennaio ma resa pubblica solo nelle ultime ore.

A Lei, signor Presidente– scrive Cerroni- che di questa triste vicenda conosce tutto, per averla io costantemente informata di ogni suo sviluppo, chiedo di essere liberato da quello che un tempo per me era un onore e che oggi avverto invece come un insopportabile fardello: la cittadinanza italiana“.

E ancora: “Se non riuscirò a vedermi restituita la dignità, con l’annullamento del sequestro e la revoca dell’interdittiva per tutte le società, io mi ritirerò dai processi”.

Manlio Cerroni è convinto di essere finito in una trappola. Per togliergli dalle mani il bsuiness dei rifiuti. Anzi: per farlo finire nelle mani di altri. Ma mentre lui ci guadagnava, tanto, ora c’è chi ci guadagna in maniera spropositata confidando nella costante situazione di emergenza nella quale Roma è stata gettata.

Io sono indignato di essere la vittima sacrificale di un disegno che ha voluto estromettermi dal settore. E che ha ridotto Roma, a cui ho dedicato una vita, ad essere mondialmente umiliata e derisa a causa del mancato smaltimento dei rifiuti“.

Cahier de doleance

Il gassificatore di Malagrotta. Foto © Carotenuto Imagoeconomica

Cerroni nella lettera sintetizza la sua storia di imprenditore. Racconta le sue traversie giudiziarie. A partire dall’inchiesta della Procura di Roma del 2014 che portò anche al suo arresto: conclusasi con la sua assoluzione nel processo di primo grado, passando per l‘interdittiva antimafia alle sue aziende prima tolta dal Tar poi ripristinata dal Consiglio di Stato, i processi in corso per il tritovagliatore di Rocca Cencia e il Tmb di Guidonia e il sequestro preventivo impeditivo delle azioni delle sue aziende e anche dei suoi conti per un totale di 190 milioni.

Nella seconda parte di quella lunga lettera, Manlio Cerroni declina il suo piano per Roma. Una visione strategica del piano dei rifiuti. Che prevede la riattivazione del gassificatore di Malagrotta e del Tmb di Guidonia, la costruzione del termovalorizzatore di Albano e una discarica definita deposito di residui innocui.

Ma indica anche ciò che blocca tutto. E cioè il fatto che “la Prefettura non revoca le interdittive, la Regione non autorizza gli impianti e il Comune evita ‘di richiamare Cerroni‘”.

La quarta lettera

Manlio Cerroni, proprietario del consorzio Colari, ha ricordato a Sergio Mattarella di avergli aveva già scritto il 12 settembre 2016, il 26 ottobre 2017 e il 9 ottobre 2019. Poi ha puntato il dito contro la Procura di Roma.

Ha sostenuto di essersi illuso “che la sentenza di Assoluzione del 5 novembre 2018, in quello che era ed è considerato il ‘Processo dei processi’, mi avrebbe riconsegnato con rinnovata fiducia e impegno alla mia storia personale e professionale. Unica e imparadigmabile. Ma ho dovuto, mio malgrado, prendere atto che a questa Via Crucis non ci sarà mai fine”.

Con quali conseguenze. Manlio Cerroni evdienzia di essere stato isolato, privato della credibilità, colpito e spogliato della sua attività di imprenditore. Denuncia di avere subito “Prima di tutto la morte della mia dignità e via via il dissolvimento del gruppo che, stimato e rispettato, operava dagli Anni 60 in tutto il mondo. Con tutte le conseguenze negative che ne sono derivate. Ma più ancora un danno irreparabile per Roma derisa e trascinata nel disdoro e ridotta una discarica a cielo aperto con i media che la descrivono impietosamente agli occhi dell’Italia e del mondo“.

I nemici: Prefettura e Procura

Roma, il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio © Imagoeconomica / Carlo Carino

Il ‘Supremo‘ – come lo chiamavano alcuni – elenca nella lettera anche le azioni della sua ‘battaglia legale‘ contro la Procura. In particolare il sostituto procuratore Alberto Galanti che ha condotto le indagini. Ma anche la Prefettura di Roma, che dopo la sentenza di assoluzione non ha revocato subito le interdittive antimafia emesse sulle sue aziende.

Dal canto mio non sono rimasto passivo di fronte a una simile persecuzione giudiziaria. Infatti: il 1 dicembre 2016 ho presentato un primo esposto alla Procura della Repubblica di Perugia, competente per le azioni nei confronti dei magistrati di Roma;

il 31 gennaio 2017 ho presentato un esposto al Ministro della Giustizia;

il 7 febbraio 2017 ho presentato un esposto al Csm, al Procuratore Generale della Cassazione e all’Ispettorato Generale del Ministero della Giustizia;

il 24 luglio 2017 ho inviato al procuratore Pignatone una nota articolata e documentata per rappresentargli compiutamente tutta la situazione;

il 13 settembre 2017 ho presentato un secondo esposto alla Procura della Repubblica di Perugia;

il 18 dicembre 2018 ho presentato al Tribunale Civile di Roma una citazione nei confronti dell’ing. Luigi Boeri, consulente del pm;

l’8 marzo 2019 ho presentato una citazione al Tribunale civile di Perugia nei confronti del dott.Alberto Galanti e della dott.ssa Maria Paola Tomaselli;

il 5 luglio 2019 ho presentato al Tribunale Civile di Roma una citazione nei confronti del prefetto di Roma Paola Basilone;

l’8 ottobre 2019 ho presentato un esposto al Csm inviandone copia anche al presidente della Repubblica;

il 28 novembre 2019 ho presentato al Csm una integrazione al mio esposto dell’8 ottobre 2019“.

Il quadro surreale

Manlio Cerroni

 Per Manlio Cerronia rendere ancora più beffarda la già surreale vicenda concorrono voci che ogni tanto raccogliamo in ‘giro per Roma’. Dal fronte giustizia: qualcuno sussurra ‘di averla fatta grossa‘ nei miei confronti ma che ormai la situazione è così aggrovigliata (per tutti i danni economici e d’immagine che ha creato anche a Roma) che fare marcia indietro equivarrebbe a un suicidio professionale”.

Nella lettera vengono riferite le voci raccolte da vari ambienti. Indicative del clima. Dal fronte politico: “il quadro è ancora più surreale se è vero, come qualcuno ha raccontato, che i vertici capitolini hanno riconosciuto le mie capacità nel settore e concordato sul fatto che potrei essere l’unico con la mia conoscenza, la mia esperienza e le mie soluzioni a risolvere i problemi dei rifiuti Roma”.

Con distacco, l’ex re delle discariche evidenzia che nessuno compirà quel passo indietro perché altrimenti dovrebbe santificare “il demone Cerroni sulla cui figura si è costruita una campagna elettorale che ha portato la Raggi in Campidoglio”.

La congiura per escludere

Manlio Cerroni poi racconta di altre voci. Secondo le quali la sindaca Virginia Raggi sia andata a Piazzale Clodio, nel Palazzo di Giustizia, dopo l’assoluzione di Cerroni. Per chiedere lumi. E qui le sarebbe stato fatto capire che proprio le fonti investigative non gradivano un ritono del Re al settore delle discariche.

Al termine del racconto di tutte le vici e le anomalie che caratterizzano la sua storia giudiziaria, Manlio Cerroni scrive al Capo dello Stato che “quanto è accaduto non sarebbe potuto accadere senza la protezione dell’ombrello del procuratore Pignatone”. È il magistrato che ha guidato la Procura di Roma fino al 2019, l’uomo che ha coordinato indagini delicatissime: l’ultima delle quali è stata Mafia Capitale.

Un’accusa grave, precisa, circostanziata. Alla quale ne aggiunge un’altra: “la Procura è il potere che guida, la Prefettura, la Regione e la Prefettura, la Regione e il Comune sono ai suoi ordini ordini”.

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