Il silenzio del Pd nell’oltretomba

Un Pd assente, annichilito. Incapace di reagire anche di fronte alla tragedia di Genova. Dove gli applausi ed i fischi, pilotati o spontanei che fossero, sono un ulteriore segnale di conferma. per il Partito e per chi si candida a raccoglierne il timone

Dall’oltretomba nel quale gli elettori l’hanno scaraventato, il Partito Democratico non ha fatto sentire la sua voce nemmeno in questi giorni di tragedia.

Sarebbe bastato l’annuncio della bandiera a mezz’asta al Nazareno. Nemmeno quello c’è stato. Gli unici suoni arrivati dall’aldilà politico sono state le urla indignate dell’ex premier Renzi per giurare di non avere ricevuto soldi da Autostrade. Una mossa di difesa.

 

Applausi e fischi di fronte alle bare, pilotati dal suggeritore Casalino o spontanei che fossero, sono la conferma chiara che né il Pd né Forza Italia torneranno mai a governare. Per il motivo che già abbiamo spiegato nelle settimane scorse: gli elettori sono talmente delusi e disgustati che sono disposti ad accontentarsi di chiunque. Fosse pure il meno esperto ed il più ballista, talmente sprovveduto da far crollare i risparmi di tante famiglie con una semplice frase che voleva dire “Non non c’entriamo niente, sia chiaro“. E invece ha bruciato tante banconote da cento di piccoli risparmiatori.  (leggi qui Anno Domini 2018: la morte dell’opposizione. Quello che Pd e Forza Italia non hanno capito).

 

La prova sta proprio in quegli applausi e quei fischi. Rocco Casalino c’entra nulla. E anche se avesse organizzato la claque come per l’ingresso di Wanda Osiris avrebbe solo fatto il lavoro per cui è pagato.

La verità è che se a quel funerale fosse entrato un Sandro Pertini nessuno avrebbe osato fischiarlo nemmeno se alla claque avessero poggiato le forcine alla schiena. Ecco, il fatto è che la percezione lasciata da Pd e Forza Italia non è quella del profumo di pulito e candore lasciata dal presidente – Partigiano.

E non solo la percezione: Pd e Forza Italia hanno fatto tutto il possibile per deludere chi gli aveva affidato il proprio voto.

 

L’odio di cui trasuda il web in questi giorni (leggi qui Togliamo la pastura a quelli che vomitano odio pure davanti alle bare) è figlio di una delusione che deriva da un’altrettanto grande illusione.

Il Paese aveva creduto che Renzi fosse il cambiamento, potesse portare il rinnovamento e la modernizzazione, avesse i numeri giusti per proiettarci in Europa a pieno titolo. Uno statista insomma. Invece chi ha consegnato il 40% dei consensi al Pd delle scorse Europee s’è ritrovato tra le mani poco più di un ballista.

 

Non occorrerà molto ai gialloverdi per conservare quegli applausi: il Paese chiede efficienza e non ponti di Brooklyn. Basterà poco: cambiare le lampadine ai lampioni quando si fulminano, svuotare i cassonetti agli orari stabiliti, fare la manutenzione ai ponti.

Bastava poco per mantenere la fiducia del Paese.

 

È lo stesso bivio al quale ora si trova Nicola Zingaretti. Se vuole prendere per le mani il timone nazionale di ciò che resta del Pd gli è sufficiente calare sul piatto gli ospedali che ha riaperto dopo che il centrodestra li aveva chiusi, i tempi di attesa per le visite accorciati, le fabbriche che riaprono.

Numeri. Che però dovranno essere evidenti. Percepiti. Altrimenti per la gente saranno solo chiacchiere. E nuova delusione. È l’arma più forte da poter contrapporre alle balle spaziali che hanno scaraventato in due anni Renzi dal 40% all’oltretomba.

 

Una consapevolezza però deve accompagnare il governatore. Sta aspirando a timonare una barca piena di falle, obsoleta, con le vele strappate. Ma certo non è migliore della Lega  ereditata da Salvini subito dopo l’acquisto dei diamanti con i soldi degli italiani, usati per comprare in Albania la laurea al Trota.

Ma almeno un urlo dall’oltretomba, per far capire di essere vivi e pronti a voler prendere il timone, a rischio d’affondare, va dato.

 

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