Il siluro di Conte sul Campo Largo: M5S da solo nel Lazio

Giuseppe Conte verso la vendetta finale sul Pd. Nel Lazio andrà da solo. Ipotesi Marino o Fassina. Per sgretolare i Dem e portare le macerie sul suo fronte. E creare un partito contiano non grillino. L'assessore D'Amato il 10 al Brancaccio annuncia la sua candidatura. E Calenda potrebbe sostenerlo. Una decisione che passa sulla testa dei livelli regionali

Carlo Alberto Guderian

già corrispondente a Mosca e Berlino Est

Doveva essere il federatore dei Progressisti, rischia di diventare il liquidatore della più grande alleanza costruita dal centrosinistra in Italia: quella che governa il Lazio. Giuseppe Conte ha deciso di sacrificare la Regione. Cederla al centrodestra in cambio del sorpasso sul Pd.

Non ha ancora lanciato il dado ma ha deciso: alle Regionali di febbraio per eleggere il successore di Nicola Zingaretti il Movimento 5 Stelle correrà da solo. Lo farà proponendo la candidatura a due ex Dem: il già sindaco di Roma Ignazio Marino oppure l’ex sottosegretario Stefano Fassina. Il primo venne buttato giù da una congiura interna ai tempi del Pd di Matteo Renzi; il secondo uscì dal Pd renziano per passare a Sinistra Italiana. Se dovessero dire no e rifiutare di prestarsi al delitto politico c’è già pronto il nome del Capogruppo alla Camera Francesco Silvestri.

Due bersagli nel mirino

Enrico Letta (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Sono due i bersagli nel mirino di Giuseppe Conte. Uno nazionale ed uno territoriale. Il primo è il Partito Democratico, il secondo è la vecchia guardia grillina del Movimento 5 Stelle che nel Lazio esprime due figure di spessore come gli assessori Roberta Lombardi e Valentina Corrado.

Con il suo no all’alleanza, Giuseppe Conte lancerebbe l’assalto al Pd in tutte le Regioni. Facendo saltare il fortino del Lazio e chiudendo ogni possibilità di dialogo in Lombardia. I numeri di oggi e le evidenze dicono che sarebbe un regalo alle destre. Ma al tempo stesso sarebbe una mossa strategica. Capace di assestare un ulteriore colpo ai pilastri del Partito Democratico: all’interno di una strategia che mira a demolirlo per raccoglierne le macerie di sinistra e trasportarle in un M5S degrillinizzato. Che a questo punto non sarebbe più un Movimento 5 Stelle ma una nuova formazione contiana.

Sul piano umano, il niet all’appoggio nel Lazio rappresenta la vendetta più crudele su Enrico Letta e la sua decisione di scaricare il M5S per allearsi con Carlo Calenda alle scorse politiche; salvo poi essere scaricato dopo ventiquattrore.

La fine della vecchia guardia

Roberta Lombardi e Nicola Zingaretti (Foto Francesco Benvenuti © Imagoeconomica)

Una scelta, due bersagli. Andando da solo nel Lazio Giuseppe Conte seppellisce la vecchia guardia rappresentata da Roberta Lombardi e Valentina Corrado. I due assessori della giunta Zingaretti sono stati i protagonisti del lento e prudente dialogo costruito dal M5S con il Pd zingarettiano.

Un dialogo che venne intessuto dal vice presidente Daniele Leodori in pieno governo Gialloverde: a Palazzo Chigi c’era il Conte 1. Lo intrecciò sui programmi e non sui numeri: proponendo a Roberta Lombardi di collaborare su un numero ristrettissimo di progetti da mettere a punto insieme ed approvare a stretto giro; per decidere poi se proseguire su altri dossier o tornare alle urne dal momento che Zingaretti aveva vinto le elezioni ma una maggioranza non la aveva.

Il test ha funzionato. Tanto che è stata Roberta Lombardi a portare la sua testimonianza a Grillo e Conte: spiegando che il Pd di Zingaretti non era il Pd di Renzi. E che bastava vedere cosa stava accadendo nel Lazio per capirlo. Nessuna sudditanza, collaborazione leale. Dopo poco nacque il governo Giallorosso, il Conte 2.

Nei giorni scorsi proprio Roberta Lombardi ha lanciato una serie di messaggi al suo Partito. Spiegando che il Lazio è stata un’eccezione in tutta l’Italia. E che c’erano tutte le condizioni per proseguire in un’alleanza nella quale sedevano il Pd ed il M5S, Azione ed Italia Viva, gli ambientalisti e la sinistra, i civici ed i movimenti. Non a caso sabato scorso è stato individuato un punto di sintesi per riproporre quell’alleanza. (Leggi qui: Regionali, il patto c’è da sabato: ma non si può dire).

Nulla da fare.

La mossa di D’Amato

ALESSIO D’AMATO. FOTO: CARLO LANNUTTI / IMAGOECONOMICA

Ne ha subito preso atto l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato. All’inizio dell’estate, prima che cadesse il Governo Draghi, aveva dato la sua disponibilità a partecipare alle Primarie con cui individuare il candidato della coalizione.

A questo punto la coalizione non esiste più, il campo largo è in liquidazione: non c’è bisogno di Primarie. Si va verso il Rompete le righe. Così il 10 novembre l’assessore D’Amato terrà una convention al Teatro Brancaccio di Roma in cui annuncerà la sua candidatura. E lì potrebbe sedere in prima fila Carlo Calenda: che già nei mesi scorsi aveva creato una profonda spaccatura nel mondo Dem dichiarando la sua disponibilità ad appoggiare la coalizione Progressista ma solo se il candidato Governatore fosse stato Alessio D’Amato.

Carlo Calenda conosce fin troppo bene i numeri: le possibilità di vittoria con uno scenario simile sono inferiori a quelle che ha un cammello di passare nella cruna di un ago. Ma in questo modo Calenda aumenterà le percentuali della sua Azione su Roma e sul Lazio, sfruttando l’immenso patrimonio d’immagine costruito nel periodo Covid da Alessio D’Amato con il suo lavoro. Tutti voti che verrebbero drenati al Pd.

Le indiscrezioni dicono che L’assessore abbia cercato anche una copertura politica. Ed abbia bussato alla porta di Stefano Bonaccini, il governatore post renziano dell’Emilia Romagna che potrebbe candidarsi alla guida del Pd nazionale.

Sulla testa dei livelli regionali

Il Lazio è un ostaggio dei livelli politici nazionali. Ai quali non interessa il governo dei territori: poco importa se la Sanità viene costruita sulle macroaree di Polverini o sugli hub di Zingaretti. Interessa la mossa strategica: buttare giù il Lazio per indebolire il Partito Democratico in tutta l’Italia. Possibilmente demolire pure lui. Forse con il benestare di una parte del mondo Dem.

In questo caso, uccidere l’ostaggio è stato giudicato più conveniente che reclamare un riscatto.

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