Il teatrino ridicolo di leader piccoli piccoli

Alle ore 15 il presidente del consiglio Giuseppe Conte spiegherà la crisi al Parlamento e quindi agli italiani. Poi potrebbe dimettersi. I partiti si appellano al Colle perché loro non hanno la più pallida idea di cosa fare. Giocano su più tavoli e trattano in segreto con chiunque. L’unico obiettivo è mantenere le poltrone. Anche perdendoci la faccia e abiurando ogni cosa.

Invocano il Colle perché loro, ancora una volta, non sanno decidere. Come successe quando implorarono in ginocchio Giorgio Napolitano di accettare la seconda elezione a presidente della Repubblica. Loro, sono i leader dei vari Partiti. Stavolta i contesti sono diversi, ma l’indecisione è la stessa.

Giuseppe Conte

Alle ore 15 il presidente del consiglio Giuseppe Conte spiegherà la crisi al Parlamento e quindi agli italiani. Poi, sussurrano i ben informati, dovrebbe dimettersi e recarsi immediatamente dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. In questo modo eviterebbe eventuali voti di sfiducia che potrebbero complicare l’eventuale nascita di un Conte bis. Il premier in questi giorni è stato l’unico a ripetere davvero che il rapporto con Salvini è compromesso. L’unico. Mentre nei diversi Partiti i tavoli sui quali i leader si sono seduti sono stati diversi.

Luigi Di Maio

Iniziamo dal Movimento Cinque Stelle. Non è bastata neppure la fatwa di Beppe Grillo, che ha detto senza mezzi termini che Matteo Salvini non rappresenta un interlocutore affidabile. Non è bastata perché Luigi Di Maio e i suoi fedelissimi continuano a mantenere aperto un canale di comunicazione con il leader leghista. Al punto che tra le ipotesi circolate in queste ultime ore c’è pure quella di un Governo Cinque Stelle-Lega senza Salvini. Oppure senza i ministri del Carroccio, che si limiterebbe quindi ad un appoggio esterno. Di Maio fatica a staccare la spina. Forse perché teme che diversi parlamentari pentastellati possano continuare a preferire la Lega al Pd? O forse perché teme che la fine del ‘contratto’ possa essere considerata una suo fallimento. Forse, ma certamente il suo atteggiamento non aiuta a definire i confini.

MATTEO SALVINI Foto: © Imagoeconomica

Nella Lega Matteo Salvini appare pronto a tutto per tenere l’alleanza con i Cinque Stelle, dopo aver preso l’iniziativa (appena tredici giorni fa) per archiviare questo esecutivo e andare alle urne. La sua immagine di uomo forte è fortemente appannata. Il leader del Carroccio fatica ad abituarsi all’idea di poter abbandonare il Viminale. Pure in tal caso potrebbe succedere di tutto.

NICOLA ZINGARETTI FOTO: © Imagoeconomica

Nel Partito Democratico solita gazzarra all’insegna del facciamoci del male. Cauto il segretario Nicola Zingaretti, mentre Carlo Calenda tuona contro il Governo Frankestein (Pd-5 Stelle) e minaccia strappi. Matteo Renzi continua a ripetere che occorre un esecutivo che metta in salvo i conti del Paese, ma sa perfettamente di essere il bersaglio preferito di veti incrociati di ogni tipo. Per il Segretario Nicola Zingaretti o Governo forte e duraturo, di svolta, oppure meglio le urne. Niente soluzioni pasticciate. Ma chi dovrebbe garantirlo il Governo forte se non anche il Partito Democratico? Si attendono pure in tal caso le mosse di Mattarella.

Forza Italia intravede la possibilità di tornare protagonista. La maggioranza “Ursula” potrebbe rimettere al centro Silvio Berlusconi e Gianni Letta si sta muovendo in tal senso. Ma non è affatto semplice.

Gli unici ad essere rimasti fermi, coerenti e perfino tranquilli sono quelli di Fratelli d’Italia. Chiedono un Governo sovranista legittimato dalle urne. Giorgia Meloni capitalizzerà questa posizione quando si tornerà al voto. E lo farà pesare, anche a Salvini.

Ma intanto oggi  cosa succederà. Se Giuseppe Conte non dovesse dimettersi e la Lega non votargli la sfiducia, potrebbe restare questo Governo. Anche dopo lo scannatoio di metà agosto. In caso contrario si aprirebbero delle consultazioni non semplici, con tempi lunghi per la soluzione della crisi. L’Italia lo ha già sperimentato dopo il 4 marzo, con le estenuanti trattative che hanno portato alla nascita del governo gialloverde.

Solo che stavolta non c’è tempo. Bisogna varare il Documento di programmazione economica da inviare all’Unione Europea e scongiurare sia l’aumento dell’Iva (che affosserebbe il Paese), sia l’attivazione delle clausole di salvaguardia. Il presidente Sergio Mattarella non può formare lui una maggioranza. Il problema è proprio questo. I partiti non sembrano ancora sazi di piroette, scomuniche pubbliche e trattative private. Continuano a confidare nel fatto che tanto al popolo sovrano si può propinare di tutto. Perfino un Conte bis con Cinque Stelle e Lega.

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