Internazionale: protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

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HAMZA CHOUDHURY

Hamza Choudhury (Foto Leicester)

La Football Association Challenge Cup deve molto del suo prestigio al fatto che quasi nessuno dei sudditi di Sua Maestà la chiama così. Perché se chiami le cose col nome austero del battesimo togli loro il nerbo di pancia. Ecco perché in Inghilterra la chiamano FA Cup e da noi Coppa d’Inghilterra, che è tutta un’altra camminata, avrebbe detto Enrico Montestano ne “Il Conte Tacchia. Se a questo si aggiungono i due dati mica leggeri che stiamo parlando di calcio e che quel calcio là in finale lo si gioca a Wembley che del calcio è cattedrale, allora in quadro sarà completo. 

Quadro di cosa? Di quanto possa essere simbolico, forte e gonfio di significato un gesto fatto in quel contesto. Ora, l’ultima finale di Coppa d’Inghilterra si è giocata qualche giorno fa e a vincerla, cappottando ogni pronostico, è stato il Leicester, che ha spazzolato il blasonatissimo Chelsea dello straricco russo Abramovic. E nell’undici del Leicester c’è stato qualcuno che ha vinto un po’ più degli altri, anche di chi ha fatto gol. La zazzerona afro anni ’70 di Hamza Choundhury al di là di Dover la conoscono tutti: classe ’97, centrocampista, di padre caraibico e madre bengalese ma più inglese di Watson dato che è nato sotto la Union Jack. 

Hamza è un ragazzone alto che dribbla solo in campo, fuori lui si mette in gioco, tira via dritto come un treno e lo fa con la certezza buona di chi sceglie, senza compromessi. Non ha stupito più di tanto quindi il fatto che lui e il compagno di squadra di origini francesi Wesley Fofana abbiano alzato la bandiera palestinese nel celebrare la vittoria della loro squadra. E che lo stesso gesto sia stato notato da Husam Zomlot, ambasciatore palestinese nel Regno Unito. Il diplomatico ha scritto in un suo tweet che quel gesto è stato “tempestivo e apprezzato“. 

(Foto: Twitter PalMissionUk)

Portare la bandiera palestinese sul palco di una delle competizioni di coppa più auguste del calcio è uno spettacolo di sostegno che si riverbera in tutta la Palestina“. Attenzione: il Regno Unito è fratello di latte dei pilateschi Usa a trazione Biden, che sul confitto fra Israele ed Hamas stanno basculando fra la tigna degli elettori ebrei e la rabbia dei nuovi partner economici arabi. 

Forse proprio per questo la presa di posizione netta e inequivocabile di quel ragazzone che sembra il cantante dei Boney M è stata ancora più entusiasmante. Perché alzare la bandiera di un popolo mentre alzi quella di una squadra equivale a dire che lo sport ha smesso di guardare alle miserie del mondo dal palchetto setoso dei suoi privilegi. E questo è bello e giusto.

Goal.

BERNIE SANDERS

Lo avevamo lasciato a quell’otto aprile del 2020, una data in cui molti (grulli) ci avevano visto le sue Idi di Marzo e pochi (scafati) avevano visto la prova provata della sua sorniona capacità di navigare acque e dribblare procelle. Bernie Sanders aveva annunciato in quel giorno che si sarebbe ritirato dalle Primarie Usa del Partito Democratico ed aveva di fatto spianato la strada a colui che oggi siede nello Studio Ovale. E che da quello studio deve prendere una decisione netta ed incontrovertibile sulla crisi mediorientale fra Israele ed Hamas in un Paese dove la comunità ebraica ha sostenuto per il 77% la sua vittoria. 

Insomma, dove Joe Biden ha una gatta da pelare grossa come un puma, lì Sanders ha la libertà di manovra che un radicale “scollegato” dalle logiche del potere può permettersi di avere. E di questo vantaggio il “grande vecchio” dell’ala ultra prog dei Dem ha approfittato.

In un tweet di questi giorni Sanders ha scritto che la distruzione di Gaza è stata “inconcepibile”. Poi ha perfezionato il concetto aggiungendo senza mezzi termini che gli Stati Uniti “devono considerare con attenzione gli aiuti militari che il paese fornisce a Israele“. Perché? Perché “è illegale che gli aiuti statunitensi sostengano le violazioni dei diritti umani“. Avesse assaltato lui stesso Capitol Hill il 6 gennaio scorso muggendo con una berretta cornuta sulla capoccia avrebbe fatto meno clamore

Perché così facendo Sanders ha messo l’America di Biden e le sue commesse militari monstre verso Gerusalemme-Tel Aviv di fronte ad una scelta epocale. La scelta fra la sintonia con gli elettori che tengono la menorah sugli stipiti delle porte e la condanna senza appello del paese che quegli elettori chiamano Terra Promessa, e che onorano celebrando i bar mitzvah e festeggiando Anukkah prima di Natale. 

L’assalto al Campidoglio

E non sono pochi quelli che nel gesto radicale del radicalissimo Sanders ci vedono non solo una fisiologica pulsione di giustizia, ma anche un binario privilegiato per restituire lo sgarro di quell’otto aprile, quando molti dem meno “telabani” gli consigliarono di lasciare la corsa per sfidare Trump a favore del sonnacchioso Joe che andò a prendersi il cucuzzaro del 1600 di Pensylvania Avenue. Sanders, considerato inadatto a blandire la middle class perché troppo “a sinistra”, mollò con lo stile di quei grandi vecchi che i politologi scafati chiamano “master of puppets“.

Il che significa che non fece vedere quanto gli rodeva. E oggi che la cicatrice è sanata Bernie un po’ blandisce la pace, un po’ presenta il conto.

Do you remember, Joe?

FLOP

BENJAMIN NETANYHAU

Benjamin Netanyahu (Swiss-image.ch/Photo Jolanda Flubacher)

Per la prima volta nella sua storia Israele non sta facendo le cose che fa perché ha visto rosso e ha messo in moto la sua agghiacciante macchina di guerrieri, spioni e apparecchiatori di guerre, ma esattamente per il motivo opposto. Cioè perché doveva apparecchiare una guerra per dare l’idea di averci visto rosso. Perché?

Perché è la prima volta (o forse la seconda, a contare Shamir che però di era fatto le ossa con la Banda Stern) che un suo leader accelera rispetto a quello che desidera il popolo di Giuda e distrae il Paese dai guai del capo additando un vilain esterno. La spieghiamo meglio: di solito i premier di Israele, ogni volta che fanno scintille con la galassia politico falangista di arabi di Palestina e viciniori, cavalcano un’onda emotiva perfetta. Onda sulla scorta della quale gli umori della popolazione, che non è tutta di coloni estremisti con la tessera del Likud, sono sintonizzati con le necessità geopolitiche di uno stato nato bullo. Bullo perché abitato da quelli che furono i più bullizzati del pianeta. 

Con Bibi Netanyhau le cose invece sono andate in maniera differente e decisamente più meschina, anche a fare la tara al fatto che la guerra è sempre un gran paiolo di roba calda e marrò. Incapace di portare a meta tre appuntamenti elettorali, indebolito nel prestigio, orfano di Trump che gli aveva promosso Gerusalemme come capitale e compresso in un faldone giudiziario per abuso d’ufficio, corruzione e frode, Netanyhau ha deciso di giocare sporco. Come? Usando la birra della spavalderia del “suo” stato per distogliere l’attenzione dal suo declino di singolo politico. Ed ha acceso la miccia su piazza Sheik Jarrah, guidato l’escalation fino a scatenare l’inferno e metterci al centro esatto l’antico loop di un Israele impunito che spedisce i suoi sayeret a fare roof knocking sui palazzi ma poi bombarda gli uffici di Al Jazeera.

La mossa di Bibi, che in capoccia ha anche il prurito di far fallire la ripresa degli accordi fra Usa ed Iran che dialogano a Vienna, sa di sconfitta per sé prima ancora di sapere di sconfitta per il mondo. Ed è il solito mondo diviso fra supporter ed esecratori, fra esegeti della kefyah e stornellanti dell’Olocausto, fra partigiani A e partigiani B, un mondo talmente manicheo che è dimenticato di scendere dal palchetto da cui assiste alla strage e di fermare davvero gli attori della tragedia. Perché di fronte allo spettacolo della morte non basta chiudere il sipario, bisogna licenziare il regista.

Tramonto di sangue.

HAMAS

Nel suo statuto Hamas scrive a chiare lettere il suo scopo: “Non esiste soluzione alla questione palestinese se non nello Jijhad“. Hamas nasce prima come organizzazione paramilitare che come gruppo politico, e come gruppo politico nel 2006 ha dato una sonora batosta ad Al Fatah, con cui si è scornata militarmente per anni facendo morti a mazzi.

Al Fatah è la versione 2.0 dell’Olp di Yasser Arafat, bellicoso redento ad Oslo. Erede del casino è Mahmud Abbas, che bacia Papa Bergoglio ma non crede nell’Olocausto; noi lo conosciamo col nome mainstream di Abu Mazen. Tutto questo per dire che con Hamas, che in arabo significa “entusiasmo”, la pace come scopo ha perso punti a favore della guerra come mezzo. 

E se dall’altro lato dell’equazione c’è Israele che nella guerra ci vede il mantra della sua stessa esistenza come stato sovrano si capirà bene perché da oltre 70 anni c’è una parte di mondo che del mondo è la Santa Barbara perenne. E forse si capirà che da quelle parti a voler giocare a fare gli analisti della domenica o i partigiani social incarogniti si rischia di prendere cappellate grosse come una casa. 

Resettati perciò il concetti cartesiani di torto e ragione che da quelle parti sono mistica fuffa, iniziamo col dire che Hamas ha una caratteristica di cui i media poco parlano. E’ quella per cui il movimento fonda quasi il 70% delle sue azioni non sulla risposta militare ai soprusi di Israele che pure sono evidentissimi, ma nella preparazione ideologica a cogliere l’usta di qualsiasi sopruso come movente per battere il nemico. E batterlo con gli stessi mezzi e con la stessa freddezza di cui Hamas fa pubblicistica quando a picchiare più duro sono gli “altri”. 

Hamas ammazza meno bambini e civili solo perché ha missili più sgrausi, sponsor militari più defilati e si contrappone ad una macchina bellica clamorosamente efficace. I razzi Quassam sono poco più che vettori da fiera aerea carichi di esplosivo. L’Iron Dome di Giuda li intercetta quasi tutti, tuttavia la tecnologia non dà la cifra dei livori che la alimentano e delle frustrazioni sulla sua inefficacia quando vuoi vedere il tuo nemico morto esattamente come lui vuole vedere morto te.

Un esempio tanto per sparigliare le carte dell’ovvio? Fra gli ultimi obiettivi degli attacchi israeliani c’è stato un palazzo a poche decine di metri dal quale, citano solennemente i media, “c’è un asilo nido“. Nel palazzo c’erano uffici logistici di Hamas e i Dassalut Mirage di Giuda hanno picchiato come al solito come fabbri. Però c’è un fatto: Hamas è in guerra da anni e lo è anche in tempo di pace per ammissione dei suoi leader e per la agghiacciante crono di questi anni. Perché dunque dislocare i propri spot chiave a pochi metri da asili, scuole, redazioni e luoghi pubblici civili? Perché dissimulare i gangli della tua macchina da guerra in un mare di umanità in borghese?

Se metti l’appartamento di un tuo colonnello vicino al condominio di un qualunque signor Rossi arabo viene il dubbio che nella tua strategia rientri anche la pubblicistica dei martiri.

In Medio Oriente stanno sbagliando tutti: perché tutti hanno un Dio a cui mostrare il sangue nemico sparso, tutti hanno un ego di popolo da soddisfare, e nessuno vede il sangue che da quei livori sgorga, sangue rosso per l’una e l’altra parte. Sangue chein un mondo normale le bandiere non dovrebbero lavare, ma solo tenere nelle gote di chi le issa.

Derby monoteista.

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