Internazionale, i protagonisti della IV settimana MMXXII

I protagonisti della IV settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della IV settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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YEGHISHE KIRAKOSYAN

YEGHISHE KIRAKOSYAN

A guardarlo sembra Jim, il teen ager di American Pie, a conoscerlo si capisce subito che è uno dei più giovani e bravi esperti di Diritto internazionale. Yeghishe Kirakosyan è il messo del governo armeno in seno alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e lì ha battuto i pugni sul tavolo come un vecchio marpione d’aula. E lo ha fatto bene ed a ragion vedutissima, tanto che in questi giorni che preludono al secondo mese dell’anno ci si aspettano gli effetti di quei cazzotti di tigna giuridica. 

Un mese fa Kirakosyan era riuscito a denunciare alla Corte i crimini di odio etnico che l’Azerbaigian promuoverebbe. O addirittura attuerebbe in punto di azione diretta contro gli armeni. Preambolo per inquadrare la cosa: Azerbaigian ed Armenia, l’uno musulmano e l’altra cristiana, si scornano da decenni a cannonate per la solita regione comune e contesa, il Nagorno Karabak: l’ultimo round risale a pochi mesi fa.

Preambolo bis: se c’è un Paese moderno che di genocidi e odio etnico ne sa qualcosa quello è l’Armenia, grazie ai turchi. Tutto questo per far capire che il tema è rovente e che sul tema c’è gente tragicamente “studiata”. E Kirakosyan ha studiato bene, anzi, benissimo. Aveva detto: “L’Azerbaigian ha favorito nel corso degli anni ed anche dopo questo ultimo conflitto l’odio etnico ed una cultura in cui l’omicidio e la tortura degli armeni erano sistematici. Con questa richiesta di applicazione del Diritto internazionale l’Armenia cerca invece di prevenire e porre rimedio al ciclo di violenza e odio perpetrato contro il suo popolo e di farlo davanti al mondo e dietro azione diretta della comunità giuridica mondiale“. 

E ancora: “Temiamo che non sarà l’ultima volta che qualcuno ci uccide perché ci odia, non lo sarà fino a quando non saranno affrontate le radici di questo conflitto. Generazioni intere di azeri sono state indottrinate a questa cultura di paura e odio per qualsiasi cosa sia armeno: in attesa che questa cultura cambi serve un freno giurisprudenziale che sia diga ed incentivo al tempo stesso“. 

E proprio tre giorni fa la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, dopo un gennaio tondo tondo passato a studiare gli atti, ha aperto un fascicolo. Per l’Armenia è un inizio, per Kirakosyan è la fine di un’era di silenzio, per l’Azerbaigian è un’occasione per far pace con la sua storia criminale.

Jim ora le torte le mangia.

ANNE HIDALGO

Anne_Hidalgo

Aveva già battuto Eric Zemmour, nel senso che lo aveva bruciato di due lunghezze candidandosi alla Presidenza della Francia due settimane prima del giornalista della destra ultra mannara. Tuttavia secondo gli analisti francesi i buoni segni finiscono qua perché nei sondaggi Anne Hidalgo sta messa più o meno come la Jamaica alle Olimpiadi di Bob sui taccuini del broker inglesi. 

Le prospezioni di inizio anno non le danno, né mai le avevano dato, più del 5 / 5,9% delle intenzioni di voto al primo turno, questo con Macron che viaggia sul 25%. La slavina di contagi Omicron poi le avevano decimato l’operatività dello staff. Per capirci sul 5%: in Francia si tratta di una percentuale di consenso al di sotto della soglia minima per farsi rimborsare le spese della campagna elettorale. Eppure Anne Hidalgo, che porta nel sangue e nel cognome la testa durissima di quell’Andalusia da cui proviene, non molla affatto. 

Ad inizio dicembre dell’anno scorso aveva raccolto le 500 firme di funzionari eletti necessarie per avallare la corsa al voto presidenziale del 10 aprile ed era partita per un tour elettorale che a paragone i Kiss sembrano quelli di Basilicata Coast to Coast. Di lei e del suo piglio aveva detto Emma Rafowicz, spin doctor delle campagne elettorali dei socialisti francesi: “Non è una grande sorpresa che Anne stia girando il paese, perché la strutturazione territoriale dei socialisti permette di appoggiarsi a molti eletti locali“. 

Insomma, pur di non dire che la Hidalgo non ha chanches la signora ha preferito ripiegare sulla capillarità del Partito che ha sezioni anche fra le vigne dell’Armagnac. Per chi non lo avesse ancora capito Anne Hidalgo se la sta cantando e suonando da sola nella sua corsa all’Eliseo, ma non è una pivella e non vuole fare la fine di quelli del bob jamaicano. D’altronde è sindaca di Parigi, ha affrontato le marce no vax, è fautrice della politica green e Time Magazine la mise tra le 100 persone più influenti del 2020. 

E lo ha dimostrato durante un recente comizio in Normandia, dove ha apostrofato i lettori con uno slogan che è tutto un programma: “E’ facile dire che i giochi sono fatti, ma a noi il diritto di giocare non ce lotoglierà nessun sondaggista“. E se qualcuno pensa ancora alla squadra di bob della Jamaica alle Olimpiadi invernali vada a spulciarsi gli almanacchi di Calgary 1988, e ci troverà il motivo esatto per cui Anne Hidalgo è in corsa.

Nuestra Senora Testa Dura.

DOWN

IL KENYA

“Come natura crea“: è uno dei tanti slogan occidentali per celebrare la genuinità di quello che mangiamo, o quanto meno per apparecchiare mentalmente un’idea di genuinità a monte con cui noi gonzi subliminali si va di scaffale nei market. E il paradosso è che è vero, nel senso che In Europa e negli Usa le filiere alimentari, piaccia o meno, sono roba da master class con una menzione d’onore per l’Italia che sulla tracciabilità stacca tutti come Hamilton. 

Ma c’è un altro paradosso al rovescio: è quello per cui i Paesi dove l’industrializzazione è più rasoterra e il grip più bucolico sono quelli dove il concetto di genuinità alimentare si svacca, e di brutto pure. Paesi come il Kenya.

Partiamo da qualche mese fa: uno studio accademico aveva evidenziato che nelle fila dei fierissimi Masai, pastori nomadi ormai semi stanziali nel paese, il tasso di tumori, sterilità, malattie della pelle e malformazioni negli arti dei bambini era in incremento esponenziale. 

Qualcuno aveva scavato più a fondo e quel qualcuno era stato Victor Shikuku, docente presso il Kaimosi Friends University College nel Kenya occidentale. Cosa era venuto fuori? Che il latte condensato in yogurt che i Masai consumano a tonnellate era contaminato da 13 pesticidi clamorosamente pericolosi per la salute umana. Ovviamente non bisognava essere premi Nobel per capire come ci fossero arrivati nella strozza di quei giganti che fino ad un secolo fa erano il terrore dell’Africa Orientale: il pesticida va in orto e intorno allo stesso per far crescere insalata gagliarda e sterminare parassiti e melica cattiva, poi la vacca, la capra o lo zebù pascolano nei paraggi e fanno un latte che a berne un gallone diventi come la tavola degli elementi di Mendeleev. 

Shikuku è membro di una task force che ha presentato un report su Scientific Report on Pesticides in the Kenyan Market. Quello studio è andato a far fede di ghisa al Pest Control Products Board per la revisione dei prodotti nocivi. E il sunto di quello che più che consigliare il fascicolo ingiunge è semplice e schietto: via quella robaccia dagli scaffali dell’Africa. Perché l’Africa tutta? Perché a contare che quel che si vende in Kenya, che con Nigeria e Sudafrica è un po’ la “Germania” del continente nero, si trova in vendita dappertutto, il pericolo è generale. 

E la solerte Gladys Shollei, rappresentante donna per la contea di Uasin Gishu, ha presentato al parlamento un disegno di legge per rimuovere più di 200 pesticidi chimici dagli scaffali del Kenya. Lo ha fatto a novembre e il parlamento ne doveva discutere tre giorni fa: ne ha discusso davanti a sette persone su 290 deputati. 

Perché abolire 200 pesticidi significa scalciare nel basso ventre le società chimiche che a Malindi hanno i bungalow vicini vicini a quelli di tre quarti dei politici kenyioti. E il conto torna per tutti, meno che per i Masai che una volta combattevano i leoni, oggi combattono il cancro e le cancrene alle braccia.

La Valle degli Arti.

JOSEPH RATZINGER

Amletico come solo chi ha una cultura abissale sa essere e tuttavia preso in castagna da un dossier che non la lasciato scampo neanche alla sua inoppugnabile statura intellettuale. Joeph Ratzinger era arcivescovo di Monaco e Frisinga fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 e si è ritrovato a fare i conti con un flashback di storia, etica e giustizia, roba da mettere al tappeto un decatleta scacchista di 20 anni.

Sono quelle tre cose andate a crogiolo nel report di 1000 e passa pagine che un’apposita commissione governativa ha istruito sulla pedofilia nella Chiesa tedesca E quel fascicolo porta scritto che il 15 gennaio 1980 un prete pedofilo, padre Peter Hullermann, venne accolto dalla diocesi di cui il Papa Emerito di oggi allora era arcivescovo. Tutto questo con la piena conoscenza che le sue aberrazioni erano già in indice giudiziario e con la totale coscienza che quell’ingresso era inopportuno.

Joseph Ratzinger, attraverso le giustificazioni claudicanti del suo segretario monsignor Georg Ganswein, aveva fatto sapere che in udienza aveva dichiarato di non essere stato presente a quella riunione di colpa certissima. Primo errore di Ratzinger: confondere l’assenza fisica con l’assenza di responsabilità quando si è capi gerarchici di un organismo complesso è impossibile. 

Poi, in questi giorni il già Benedetto XVI ha fatto ammenda e retromarcia assieme affermando, anzi facendo affermare all’onnipresente Ganswein che “contrariamente a quanto affermato in udienza, ha partecipato all’assemblea dell’Ordinariato del 15 gennaio 1980“. Seconda colpa di Ratzinger: quella elementare di esserci stato e di non aver fatto nulla con un prete poi condannato nel 1986 per aver abusato di un bambino di 11 anni a Essen. 

Poi il loquace Ganswein, cioè Ratizinger, ha precisato una cosa: che padre Hullermann in quel frangente fu accolto non per l’attività pastorale ma per un trattamento terapeutico a cui era sottoposto e che si svolgeva proprio a Monaco. Terzo errore di Ratzinger, forse il più grosso per un gigante del pensiero sistemico come lui: provare a mettere una pezza di un metro su una voragine di un chilometro. 

Perché a volte per essere innocenti o tornare ad esserlo è meglio una retromarcia dignitosa e una secchiata di cenere sul capo che un silenzioso avanti tutta sul terreno impraticabile della macchietta, specie quando quella macchietta macchietta non è. Perché i bambini non si toccano Santità Emerita, e chi lascia che vengano toccati parla di Dio senza vederlo.

Il silenzio e gli innocenti.

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