Internazionale, i protagonisti della settimana XLVII

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP

ABIY AHMED E HAILE GEBRELASSIE

Haile_Gebrselassie a Berlino

Nel dicembre del 1895 le “greche” dello spacconissimo esercito coloniale italiano rimasero di sasso quando vennero a sapere in dispaccio che alla testa delle truppe etiopi che fronteggiavano i nostri fanti in cerca di “un posto al sole” non c’era un generaluzzo qualunque ma addirittura Ras Makonnen, cugino del Negus Menelik e di fatto uomo del governo.
E attenzione, il ras non era nelle retrovie con un cannocchiale sbircione: il maggiore Pietro Toselli che all’Amba Alagi prese temperatura amarissima al sangue caldo degli scioani vide personalmente Makonnen in testa alle truppe con lo spadone sguainato in faccia ai moschetti.

Poi Toselli morì assieme ai 2.220 uomini e consegnò al mondo la mistica degli etiopi a cui non devi rompere i cosiddetti a casa loro.

Perché gli etiopi sono così: vanno alla guerra come ci va chi della guerra ha una concezione alla “uno vale uno”. E’ un criterio massificante, retrò ma bellissimo, per cui il governante o il notabile sono paro paro il venditore di wat piccante e per cui la Patria chiama al Dovere le braccia e non gli oggetti che reggono. Zappa o stilografica che impugnino lì per tirare un grilletto son buone tutte le mani.

Perciò agli etiopi di oggi che sono impegnati a fronteggiare la guerra interna contro il livoroso Fronte popolare di Liberazione del Tigray non dev’essere sembrato molto strano vedere il premier Abiy Ahmed mollare le redini del governo, mandare un urlaccio di incarico ad interim al suo vice Demeke Mekonnen, mettere la mimetica e partire per il fronte. A noi invece è parso non solo strano, ma per certi versi entusiasmante fuor da ogni retorica patriottarda da baionetta in tinello.

Il premier Abiy Ahmed

L’idea del Capo di Stato che si fa generale sul campo noi europei l’avevamo accantonata con le grandi monarchie ottocentesche. E quando in pieno fulgore sburone del Ventennio i nostri notabili decisero di vestire il grigioverde per lo più lo fecero per guadagnarsi gloria senza troppi rischi.

Certo, avemmo Muti, ma ci toccò anche quel genio di Farinacci che si spacciò per mutilato dopo aver perso la mano mentre pescava di frodo in un laghetto a Dessiè.

I notabili etiopi invece hanno fatto come ha fatto la leggenda dell’atletica leggera Haile Gebrselassie, due volte campione olimpico nei 10.000 piani: anche lui ha lasciato perdere le medaglie olimpiche e si è messo in caccia di quelle al Valore, seguendo il suo premier al fronte.

C’è un dato: i tizi ticrini contro cui le truppe etiopi stanno andando alla guerra hanno avuto il potere in Etiopia per 30 anni ed erano stati spodestati proprio dal premier Ahmed a cui era toccato il Nobel per la Pace per gli sforzi di ricucire i rapporto con l’Eritrea. Questo vuol dire che di fronte il premier che si è fatto generale e che opera da uno spot segreto del FDNE e l’atleta che si è fatto incursore avranno gente che spara bene ed ha ottimi motivi per sparare anche meglio.

Ma a loro non è importato: fieri come solo gli Oromo sanno essere hanno capito che la Pace e lo Sport che simboleggiano sono in pericolo e che il Dovere ha un fratello gemello che si chiama Esempio. E cacchio sono andati dove in questo sbragato Occidente ci si va solo con i briefing sul velluto davanti a monitor e caffè dolcificati.

E, piaccia o meno, leggerlo è stato bellissimo.

Etiopia chiamò.

XAVIER BECERRA

Xavier Becerra

Il solito, elegantissimo Donald Trump aveva lanciato l’allarme a Sean Hannity di Fox News (tòh, di nuovo amici?) un mese fa. Perciò un mese dopo il Segretario della Salute e dei Servizi umani degli Usa Xavier Becerra ha risolto il problema e turato la bocca al tycoon-fabbro ferraio.

Antefatto: a Fox Trump aveva espresso una preoccupazione tutto sommato legittima, ma lo aveva fatto con i soliti toni schifati del grezzone in carriera. 

Aveva detto a proposito dell’esodo di profughi haitiani verso gli Usa: “Abbiamo centinaia di migliaia di persone che arrivano da Haiti ed Haiti ha un tremendo problema di Aids. L’Aids è un passo oltre. L’Aids è un vero problema“. Quel “vero problema” serviva, manco a dirlo, a sottintendere che il Covid che negli Usa è tornando a fare numeri prenatalizi monstre tutto sommato pare burletta. 

E ancora, questo pochi giorni fa sempre sulla sue rete tv preferita che però lo aveva scaricato a dieci giorni dal voto del 2020: “Così centinaia di migliaia di persone stanno arrivando nel nostro paese che se guardi le statistiche, se guardi i numeri… Date un’occhiata a ciò che sta accadendo ad Haiti, un tremendo problema con l’Aids“. 

E ieri l’altro aveva sparato la profezia pre natalizia tornando in loop: “Molte di quelle persone probabilmente avranno l’Aids e stanno arrivando nel nostro Paese. E noi? Noi non facciamo nulla al riguardo. Lasciamo entrare tutti. E’ come un desiderio di morte. È come un augurio di morte per il nostro Paese“. 

La prima legnata è arrivata a Trump dall’Onu, il cui Programma congiunto sull’Hiv stima si che 150.000 haitiani convivano con l’Hiv, ma che molti di loro non arriveranno negli Usa perché hanno raggiunto altri Paesi dopo il devastante terremoto del gennaio 2010. La botta del KO poi se l’è tenuta Xavier Becerra, che è deputato Dem e messicano di origini, il che non guasta mai se devi duellare in tema di migrazioni perché un certo diritto ad incazzarti te lo dà. Becerra che ha detto alla ABC: “Certo che abbiamo un problema con l’Aids, e ce lo avremo fin quando quelli con l’Aids saranno trattati da appestati. Direi che qualcuno potrebbe andare a rivedersi il film ‘Philapelphia’, mi pare che il protagonista fosse americano no?“.

Dategli l’Oscar.

QUELLI DI GRIGIONI

A Grigioni, in Svizzera, molti dicono che c’è un gruppo di cervelloni che si diletta con “cose inutili”. Cose tipo computare sempre più in là il valore del Pi Greco, un numero che da sempre è cardine della matematica irrazionale.

Ad ogni modo quel valore antico come il mondo, 3,14, ha ormai un bel po’ di cifre a destra del 4. Sono sette: otto, uno, sette, nove, due, quattro, due, sei, quattro. Sono cifre poste più o meno62mila miliardi di posizioni dopo la virgola. 
E chi ha stracciato il precedente record di computazione del Pi Greco definendole assieme ad altri 12mila miliardi di nuove cifre mai ricavate prima? Il team di ricerca Davis della Scuola universitaria professionale di scienze applicate di Grigioni in Svizzera. 

Il precedente record mondiale era del 2020. Ma quello che ha impressionato non è tanto il numero di cifre computate, quanto il tempo che ci si è messo a computarle: 108 giorni e 9 ore. Si tratta di un calcolo “in proporzione 3,5 volte più rapido del precedente e a velocità doppia rispetto al calcolo svolto da Google nel marzo 2019 per quello prima ancora” (Wired). 

L’asticella più alta l’aveva messa Timothy Mullican il 29 gennaio 2020 con una computazione da 50mila miliardi di cifre. Con il calcolo di quelli di Grigioni sono stati aggiunti ulteriori 12.800.000.000.000 decimali, roba da ordinare un bancale di Aulin e chiamare i padri dei ricercatori e delle colleghe per offrire loro una serata a cialtrone.

Fino al 1300 il Pi Greco non aveva mai superato le 10 cifre a destra della virgola. Poi sono arrivati i supercomputer. Cosi fantastici come quello di quelli di Grigioni: due processori 32-core Amd Epyc 7542, 1 terabyte di Ram e 510 terabyte di memoria di massa organizzati in 38 hard disk (di cui 4 per il backup). 

Le tecniche computazionali di questo tipo hanno un nome, number-crunching, e non sono pochi quelli “studiati” che in esse ci vedono solo un inutile balocco da cervelloni sfatti.

Ovviamente quelli “studiati” non hanno letto l’aforisma di Barker, “Saperlo è Scienza, usarlo è Arte” e non conoscono il concetto di applicazione pratica. Applicazione come, la buttiamo a caso, l’analisi veloce di codici genetici di virus (dna e rna) da cui estrarre dati per un vaccino efficace in breve tempo e che resetti le scalmane dei no vax per cui è sperimentale pure quello di Jenner.

Oppure l’analisi della composizione molecolare di sostanze da cui estrarre nuovi farmaci che siano davvero efficaci contro il cancro. Oppure simulazioni sulla dinamica dei fluidi per le scienze meteo predittive in un mondo dove il meteo sta diventando estremo e killer. Un po’ come le lobby del gas quando Edison nel 1880 brevettò la lampadina. Lobby che non ebbero altro di meglio che dire: “Quel filo è troppo fragile, non farà mai luce“. Ecco, al buio ci rimasero solo loro.

Non solo coltellini.

DOWN

MERIDA 2022

Merida è una città del Messico nella penisola della Yucatan. Un gioiello che farebbe la gioia di ogni turista vacanziero amante dei langostinos su brace e delle cene al chiaro di luna in salsa chimichurri di fronte ad un mare che toglie il respiro. Tuttavia non è per questo che nel 2008 George Bush la apprezzò. No, all’allora presidente Usa, ancora mondo del peccato originale di Ground Zero e quindi ancora bandolero dentro, Merida piacque per il suo cielo tersissimo all’ora del tramonto

L’ora che Bush scelse, con evidente retrogusto spaccone per la scena cult di Apocalipse Now, per far apparire dall’orizzonte ed emergere dalla palla infuocata di un sole rosso e gigante i suoi Blackhawk. Quegli uccellacci birturbina da guerra, neri come la morte ed irti di mitraglie M60, di missili da 2,75 e cannoncini Vulcan M134D dovevano far capire a Felipe Calderón, allora presidente del Messico, che la musica stava cambiando. 

Per chi? Per i cartelli dei Narcos che del Messico facevano strame e nel Messico facevano ciò che volevano. L’idea, idea cesellata proprio con quella che è passata alla storia come Iniziativa Merida, era che gli Usa che combattevano il traffico di droga avrebbero dato una mano al Messico che combatteva il traffico di droga. Tutto questo mentre gli Usa erano il primo mercato di sbocco del traffico di droga e il Messico era il primo spot planetario da cui partiva il traffico di droga. Insomma, a voler giocare con la mistica del destino segnato ci stava.

Gli States impegnarono 3 miliardi di dollari per fornire apparecchiature, uomini specializzati allo stato dell’arte, mezzi, armamenti individuali e di reparto, risorse di intelligence, cani e perfino reagenti per i narcotest di purezza. Lo scopo era fermare i narcos a casa loro, dove i narcos si sentivano a casa loro perché le istituzioni messicane sono sempre state in bilico fra guerra e comparaggio, fra condanna e cazzimma. 

E in 13 anni l’iniziativa Merida, che doveva risolvere il problema o contribuire a ritenerlo risolvibile, ha prodotto altri problemi. I grandi cartelli sono stati spezzati, ne sa qualcosa El Chapo Guzman che guarda il sole a scacchi in terra di Zio Sam. Tuttavia come i batteri hanno gemmato decine di sottocartelli più piccoli e difficili da controllare. Inoltre la cocaina dalla Colombia e dalla Bolivia viene smistata da gruppi che dietro il pungolo militare degli Usa non sono più pieni di ceffi sparatutto buoni per qualche conflitto a fuoco con la polizia locale. 
Si sono militarizzati più degli spetsnaz russi e sono capaci di vere offensive ed azioni tattiche.

In più gli agricoltori messicani si sono messi a coltivare più gagliardamente il resistente “papaver somniferum” per fare oppio e per fornire eroina concorrenziale a quella di provenienza afghana: così si abbattono i costi perché l’eroina la si produce per “semplice” acetilazione doppia e non ha protocolli cervellotici come la coca. 

Insomma, l’Iniziativa Merida ha fallito e lo ha confermato anche una fonte messicana che ha chiesto alla Reuters di restare anonima. E’ il motivo per cui l’amministrazione Biden svilupperà un piano d’azione, entro il primo dicembre, per poter disporre di un progetto bilaterale triennale e di un programma concordato entro il 30 gennaio del prossimo anno. Per cosa? Per Merida 2022. La musica dovrebbe cambiare: non più attrezzature o fondi militari ma scambio di informazioni, cooperazione tra agenzie e formazione del personale. 

Tutto questo per evitare una cosa che l’attuale presidente del Messico Obrador ha condensato in una frase iconica: “Non vogliamo certo un nuovo accordo tipo quello di quando ci portarono in cortile un elicottero da combattimento e fu scattata una foto dell’ambasciatore degli Stati Uniti con il mio predecessore“. Perché con Merida ci guadagnò solo l’industria bellica Usa e il Messico vide la selva dei suoi malommi diventare galassia, come quando spari ad un termitaio e sparpagli termiti dovunque ammazzandone solo un centinaio.

Aiutami bene, gringo.

OXFORD

A distanza di due mesi dal polverone la polvere è ancora in aria, e dato che Oxford non è la Scuola Radio Elettra ci si sarebbe aspettati che l’ateneo degli atenei rispettasse gli impegni. Quali? Quelli assunti a metà ottobre di convocare entro un mese una riunione del comitato dei docenti per discutere della “questione Rhodes“. 

Breve rewind e fissiamo i paletti della faccenda. Cecil John Rhodes fu un avventuriero inglese con il dono grande della lungimiranza e quello grandissimo del culo. Costruì una fortuna immensa dopo aver scoperto che una roccia friabile ed inutile del Sud Africa, la Kimberlyte, era in realtà farcita di diamanti come un panettone lo è di uvetta. Accadde per caso lungo un torrente chiamato “Della donna matta“: Cecil era ubriaco e iniziò a prendere a calci una roccia da cui stava cercando invano di spremere oro, la cosa si sfaldò e dall’interno occhieggiò un diamante grosso come una susina.

Con la montagna di soldi che fece Rhodes diventò presto capo di un esercito privato, poi primo ministro della Colonia del Capo, allora britannica. Coi galloni dello statista in saccoccia inaugurò una politica di segregazione con i nativi in cui molti ravvisarono i prodromi dell’apharteid. Rodhes era insaziabile e dopo le guerre anglo boere che consegnarono il Sud Africa ai coloni in odor di cruccagine di Jan Smuuts si concesse il lusso di fondare un paese intero.

Perciò prese il Matabeleland e gli diede il suo nome, Rodhesia (oggi Zimbabwe) e una capitale, Harare. Morì ricchissimo, in sospetto mai confermato di pedofilia e lasciando al mondo la De Beers, che ancora oggi è la casa madre dei diamanti del mondo, anche di quelli insanguinati, secondo qualcuno. Insomma, il tipo era controverso. E siccome aveva studiato all’Orilel college di Oxford l’università gli aveva dedicato una statua con targa sburona. 

Ecco cosa dice quel cartiglio con tono solenne: “Ottenne la sua fortuna attraverso lo sfruttamento dei minerali, della terra e dei popoli dell’Africa meridionale“. Insomma, un ateneo che vorrebbe essere faro di cultura e di tolleranza osanna un plutocrate calibro 30 di fine ‘800 ammettendo candidamente che sfruttò popoli e fece impicci. Troppo per gli attivisti del movimento di protesta Rhodes Must Fall. I tipi avevano chiesto che la targa venisse rimossa: “Rhodes è un simbolo del colonialismo e della violenza che lo accompagna”. 

L’ateneo aveva ingoiato il cazziatone ed aveva promesso un summit per decidere sulla faccenda, summit che ancora quelli di RMS aspettano e noi con loro. Piccolo particolare blando: prima di morire e per omaggiare i banchi dove aveva corrugato la fronte sui libri Rhodes lasciò all’Oriel college una sommetta che oggi equivarrebbe a 12 milioni di sterline, spiccio più spiccio meno. Ecco, ora abbiamo capito.

Cultura e carati.

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