Internazionale, i protagonisti della XIV settimana MMXXII

I protagonisti della XIV settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della XIV settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP

VIKTOR ORBAN

Viktor Orban con Matteo Salvini (Imagoeconomica)

La politica dell’atlantismo neutrale ha pagato e Viktor Orban è ancora premier. Premier da numeri cardinali ed ordinali: è il primo premier eletto su effetto diretto della guerra in Ucraina ed è premier per la quarta volta, premier premiato dall’Ungheria e dalla paura. Paura che i venti di guerra di Mosca a Kiev portassero destabilizzazione ad un Paese che sta con Kiev ma non troppo e sta con Mosca ma non abbastanza. 

In tutto questo Orban, che per la prima volta dal 2010 si sentiva in bilico, si è giocato la matta più improbabile per uno come lui: quella della pace, portando a casa per il suo “Prima l’Ungheria” 135 seggi su 199. Da uomo truce della provvidenza a bovaro della stabilità del Paese il passaggio non è stato del tutto indolore perché Orban è uno che le folle le arringa di pancia su cose quasi norrene, perciò doversi trasformare in portiere di notte dell’edificio non è stato facile. 

L’effetto, più che colomba è stato colombaccio, ma ha pagato. Ad ogni modo stavolta l’avversario, l’atlantista-europeista-cattolico Peter Marki-Zay, era riuscito a fare una cosa rara vellicando la mistica di un Volodymyr Zelensky martire assoluto: ricompattare tutte le opposizioni dietro sé con il solo fine di scalzare il presidente conducator, e i sondaggi dicevano che poteva farcela. 

Noi ne stiamo fuori
Viktor Orban (EPP)

Ma Orban è tipo finissimo e, fiutata l’usta, ha condotto la sua battaglia passando da caporale di giornata ad hippie in 16 giorni netti, a contare il sabato del suo famoso discorso su “noi ne stiamo fuori. Il principio è: si sta con la Nato perché della Nato si è membri ma non si mandano armi e logistica di guerra a Volodymyr Zelensky che sul tema ci ha anche cazziati. Poi si sta “con Putin” perché il 70% degli idrocarburi del Paese viene da Mosca ma lo si fa senza imbrodare troppo lo zar che è amico di Orban dal 2009 ma fa il teppista spinto con l’Occidente. 

E’ la sempiterna realpolitik balcanica di Tito rovesciata in clessidra di equilibri e adattata ai tempi, ma quella resta. Orban ha invocato la pace e la stabilità lì dove, ecco lo spauracchio finissimo agitato dal palco, i suoi avversari avrebbero potuto trascinare l’Ungheria in guerra, in una dannosa crociata partigiana che avrebbe crepato l’economia del Paese.  Ed ha funzionato, perché con i popoli solo una cosa funziona più dell’afflato etico contro i soprusi: la paura che all’improvviso di quei soprusi si diventi vittime dirette invece che empatici spettatori catodici.

Ed oggi Orban si è potuto permettere di urlare da un microfono impugnato come una mazza ferrata che no, non ha vinto lui, “ha vinto la pace!“.

Anvedi Viktor.

GLI IRLANDESI

La nomea di gente che la mosca sotto il naso proprio non se la fa passare ce l’avevano già da tempo a dire il vero, tanto che negli Usa Wasp li chiamano tutti papisti e mangiapatate, ma non glie lo dicono mai in faccia perché gli irlandesi tendenzialmente menano. E per capire il senso della loro ultima bravata dobbiamo spostarci nell’ambasciata russa in Irlanda ed entrare in bagno. 

Sì, proprio nel cesso, dove dobbiamo immaginare la scenetta tipo di un funzionario della delegazione di Mosca che pacioso entra in accappatoio, lo lascia cadere a terra, si infila sotto la doccia (magari canticchiando una canzone di Al Bano), apre l’acqua calda e dopo sei secondi netti parte con le matrioske al cielo. Lo fa perché l’acqua calda non c’è e non c’è perché le compagnie di carburante irlandesi si sono rifiutate di dare forniture all’ambasciata russa in segno di protesta contro la guerra di Putin. 

Come Totò e Peppino a Milano
L’ambasciata lasciata al freddo

Ora immaginiamoci il funzionario che si rimette l’accappatoio sacramentando in cirillico, corre dall’ambasciatore per dargli la notizia e lo trova in ufficio vestito come Totò e Peppino a Milano perché i termosifoni non funzionano per lo stesso motivo per cui lui era corso a dire che non c’era acqua calda.

Parte la vibrata lettera di protesta all’ufficio del Ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney dove, enunciando una “discriminazione”, si annunciano con vibrante protesta che “l’attuale fornitore di carburante all’ambasciata si è rifiutato di fornire gasolio alla nostra missione”

Poi si prende la carta carburante rilasciata dalla Banca d’Irlanda e si fa un altro ordine a società ungherese (ma vedi tu) e si scopre che la carta non funziona. Non funziona perché la Banca d’Irlanda ha deciso di sospendere i propri conti presso l’ambasciata russa nel paese. E succede quindi che i russi, che sono fra i maggiori esportatori di petrolio al mondo, si ritrovano senza il calore generato da quello che essi stessi esportano. Cose che succedono lì, in quella terra verde di gnomi litigiosi dove se un paese del mondo fa il bullo in mezzo ai più bulli del mondo si ritrova nel cesso a tremare nudo.

Metodo San Patrizio.

DOWN

IL DOLLARO

Foto Gerlat / Pixabay

I filosofi sofisti, gente facilona, dicevano che l’uomo è la misura di tutte le cose. Ma i sofisti erano isolani greci del VI secolo e non potevano sapere. Sapere che per secoli la misura di tutte le cose sarebbe stata il dollaro Usa, altro che quel bipede cretino con occasionali guizzi di genialità. Per prezzare il petrolio, per pagare i riscatti, per creare governi e farne saltare altri, e poi per narcotrafficare, corrompere, pagare l’albergo e la cassa di mitra.

Ma ad una cosa soprattutto il dollaro Usa è servito: a dare la cifra di un mondo fatto di nazioni che del suo coefficiente di azione economica non hanno potuto fare a meno per almeno un secolo. E i secoli non sono tutti uguali: ci sono secoli lenti e belli e secoli veloci e determinanti, i secoli in cui accade tutto il possibile.

Perciò quando Joe Biden al dollaro gli ha cantato il de profundis e lo ha fatto nelle pieghe di una crisi ucraina che gli ha sciolto la fretta come eparina ad un cardioleso un po’ il mondo che ne ha saputo è andato in magone. Da tempo il governo degli Stati Uniti, pressato dall’otto volante del rublo di Putin eroso ma non resettato, sta cercando di entrare nel boom degli asset digitali, cercando di regolamentare e reinventare un settore che opera in gran parte fuori dalla sua portata.

Il dollaro digitale
Joe Biden firma l’ordine esecutivo

Biden si è adeguato ed ha firmato un ordine esecutivo che richiede al governo di valutare i rischi e i benefici della creazione della propria valuta digitale della banca centrale una CBDC. Perché? Perché il mondo è stato scosso da una pandemia, perché l’Europa è andata in guerra, la Russia è in autarchia e parità aurea e gli Usa stanno sperimentando la peggiore inflazione degli ultimi 40 anni. Insomma, il dato è che i mercati valutari e azionari sono attanagliati da una scala di volatilità mai vista da anni, con le materie scambiate come azioni meme. 

Quello delle criptovalute poi, che non sono CBDC dato che queste ultime sono comunque regolate da un’autorità centrale, è un mercato che è passato dai 14 miliardi di dollari di cinque anni fa ai 3 trilioni di dollari di dollari. La Cina, che in queste cose fa testo come il Rocci per i grecisti, ha già presentato la sua versione di CBDC, lo yuan digitale, durante i Giochi Olimpici Invernali di Pechino e lo ha fatto sotto il naso di un Occidente grullo e distratto come mai. 

Insomma, il mondo cambia e il dollaro sta per andare in pensione, e forse i sofisti, quegli isolani greci un po’ faciloni, avevano ragione: perché se l’uomo è la misura generica di tutte le cose allora vuol dire che l’uomo ha misurato le forze di quei verdoni fruscianti ed ha visto che non frusciano più.

Zio Paperone ha comprato un Pc.

DMITRIJ PESKOV

Dmitrij Peskov (Foto Kremlin.ru)

“Quelli sono occhi da asceta, occhi capaci di uccidere più della misericordia che porta infilata di fianco alla spada insaziabile”. La descrizione che Emilio Salgari ci ha lasciato per bocca del fido Van Stiller del conte Emilio di Ventimiglia, alias il Corsaro Nero, sembra calzare a pennello lombrosiano per Dmitrij Peskov, che però nelle faccende che lo riguardano non è prima donna ma comprimario. Di chi? Di un Vladmir Putin che scegliendo lui come portavoce ufficiale del Cremlino ha infilato la briscola più grossa della sua vita

Con un distinguo però: se hai un portavoce come Peskov in tempi di pace o di guerriglia sotto il tappeto hai fatto bingo, ma se sciogli uno come Peskov quando praticamente quasi tutto il mondo ti schifa hai fatto male, malissimo. Perché Peskov ha il dono raro di essere tre cose al contempo: antipatico a pelle come un’ortica su un gluteo, più realista del re e molto più manicheo di Putin nel tradurre il Putin-pensiero che è già draconiano di suo. 

La sbornia di bourbon
Dimitri Peskov

Insomma, quello che viene fuori da quel mix di fedeltà canina e venefica intelligenza è un prodotto pubblicistico urticante come pochi sul pianeta. Tanto per citarne una: Peskov, che sulle trattative fra Mosca e Kiev ciurla nel manico più di Michele Misseri, ha cazziato l’Europa augurandosi che con essa si riprenda il dialogo “una volta che sarà passata la sbornia di bourbon americano

Analizziamola, ‘sta cosa ad effetto ma molto alla Andropov: l’obiettivo era ed è additare la “sudditanza” di Bruxelles a Washington e la verve stelle e strisce di una Nato che Peskov ha definito come “nata per aggredire, non certo per difendere”.

Insomma dove sta l’errore? Nel voler presentare un blocco atlantico che ovviamente ha in Washington il suo epicentro come una specie di burattinificio in cui l’Europa è prona e gli Usa fanno, dicono e pensano tutto. Non è affatto così, o quanto meno non lo è secondo i toni e le iperboli di Peskov

E la Nato che invece di difendere aggredisce? Bugia anche quella: con 900 miliardi di dollari di budget e una forza d’urto seconda solo ai marziani di Independence Day la Nato potrebbe spolverare via le truppe di Putin dall’Ucraina come peli di gatto da un divano liscio. Non lo fa perché, appunto, deve interdire e non intervenire random e perché una apocalisse nucleare non conviene a nessuno, dato che per togliere dal mondo un pericolo devi anche preoccuparti che poi ti avanzi, un mondo.

Insomma, fra bugie e patenti di marca per la corsa nei mari della comunicazione di regime, a Peskov non rimane altro che spararne ogni giorno una più grossa. Con quegli occhi cerulei che hanno gli asceti, i pazzi, o i botoli fedeli tenuti a catena troppo corta.

Corsaro bau.

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